Ercole e i limoni d’oro: come nacque il mito di Amalfi AMALFITANIA COPERTINA CULTURA PRIMO PIANO di Giuseppe Gargano Scritto sabato, 24 Ottobre, 2026 16:26 Dall’Odissea di Omero alle invenzioni rinascimentali del Pontano: lo storico Giuseppe Gargano racconta la leggenda della ninfa amata da Ercole e il codice dell’antico affresco scomparso. Dai primi insediamenti preistorici e protostorici (I e II puntata), attraverso lo sfarzo delle ville imperiali (III e IV puntata), l’enigma dei marmi romani (V puntata), l’origine dei toponimi (VI puntata), il cataclisma del Vesuvio del 79 d.C. (VII puntata), la saga dei profughi romani (VIII puntata) e il culto della Romanità con le genealogie nobiliari (IX puntata), prosegue il viaggio nella storia antica della Costiera amalfitana. Nella X puntata del Feuilleton, lo storico Giuseppe Gargano esplora l’invenzione umanistica del mito: dal canto mortale delle Sirene davanti a Positano fino alla storia d’amore tra Ercole e la ninfa Amalfi, ispirata dal celebre affresco del Supportico della Marina. << Alle Sirene giungerai da prima,/ che affascinan chiunque i lidi loro/ con la sua prora veleggiando tocca./ Chiunque i lidi incautamente afferra/ delle Sirene, e n’ode il canto, a lui/ né la sposa fedel, né i cari figli/ verranno incontro su le soglie in festa./ Le Sirene, sedendo in un bel prato,/ mandano un canto dalle argute labbra,/ che alletta il passeggier: ma non lontano/ d’ossa d’umani putrefatti corpi,/ e di pelli marcìte, un monte s’alza./ Tu veloce oltrepassa, e con mollita/ cera de’ tuoi così l’orecchio tura,/ che non vi possa penetrar la voce./ Odila tu, se vuoi; sol che diritto/ te della nave all’albero i compagni/ leghino, e i piedi stringanti, e le mani:/ perchè il diletto di sentir la voce/ delle Sirene tu non perda >> (Omero, Odissea, libro XII). Il canto delle Sirene: da Omero alla trappola di Li Galli La celebre “Flora” (o “Primavera”) dall’affresco di Villa Arianna a Stabia (I sec. d.C.): l’immagine ideale della ninfa immersa nella natura, simbolo della bellezza campestre e delle figure mitologiche rievocate dall’umanista Giovanni Pontano. Con tali accorate parole la maga Circe suggerisce ad Ulisse come passare indenne, egli e i suoi compagni, il mortale canto delle Sirene, soddisfacendo nel contempo il suo ardente desiderio di sfida e di conoscenza. La mitica sede delle Sirene è stata da molti studiosi dell’Odissea individuata nel piccolo arcipelago delle Sirenuse, composto dagli isolotti del Gallo Lungo, della Rotonda e della Castelluccia e posto davanti a Positano. D’altronde, almeno sin dal X secolo, questi erano indicati come le Tres Sirenes. Le Sirene erano mitici personaggi raffigurati come uccelli con la testa di donna, quasi simili alle Arpìe; nel Medioevo fu inventata la versione di donne con la coda di pesce e con questo simbolo furono rappresentate alle prue delle navi. Cosa si nascondeva dietro il canto ammaliatore che incantava i naviganti e li faceva naufragare su quegli scogli? Lo spiega Omero per bocca di Ulisse: << Mentre ciò loro io discoprìa, la nave,/ che avea da poppa il vento, in picciol tempo/ delle Sirene all’isola pervenne./ Là il vento cadde, ed agguagliossi il mare,/ e l’onde assonnò un Demone >>. Al canto dolce e soave delle Sirene corrispondevano l’amenità dei luoghi e la divina visione della costa lussureggiante in cima a picco sul mare. La finta bonaccia nascondeva una fatale corrente marina che tirava appena al di sotto della superficie dell’acqua dalla direzione delle Bocche di Capri verso la costa: così l’ammaliato navigante del passato vedeva il suo legno leggero infrangersi sugli scogli degli isolotti, spinto dalla fatale corrente demoniaca. J.H.W. Tischbein, “Goethe nella Campagna romana” (1787): il grande poeta tedesco che nel 1787 sfuggì alla trappola delle Sirene al largo della Costiera. Nel 1787 quella diabolica corrente stava facendo naufragare la nave sulla quale era imbarcato il massimo poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe se non fossero intervenuti i pastori che dalle fronteggianti alture gridarono al comandante di allontanare subito lo scafo dagli isolotti. Giovanni Pontano e l’oro dei limoni di Amalfi Ritratto dell’umanista Giovanni Pontano L’umanista Giovanni Pontano (1426-1503), poeta e consigliere politico del re aragonese di Napoli Alfonso il Magnanimo, concepitore dello Stato moderno, nel suo poema De hortis Hesperidum (“Gli orti delle Esperidi”), con il quale celebra il limone in tutti i suoi molteplici aspetti, risveglia il mito delle Sirene e lo collega ad Amalfi: << E dove la ninfa, figlia dell’antico eroe Lamo, dalle sue colline ricche di ulivi contempla i campi irrigui di Fondi, i giardini abbondanti di frutti e le rive ombreggiate dai suoi mirti; anzi arricchì persino le campagne di Amalfi e le rupi delle Sirene con il dono del frutto niseo (uva) >>. Egli fa risplendere di oro la sede delle Sirene, prossima al territorio amalfitano, per l’abbondanza dei citrei limoni: << Venite dunque, o tenere ninfe che abitate i ruscelli di Fondi e i giardini di Lamia tra acque frementi – ninfe di Formia, e voi che curate i campi rugiadosi di Suessa, i boschi di Amalfi, le terre delle Sirene risplendenti d’oro e i suoli rocciosi ricchi di fulvo metallo >>. Ercole, la ninfa Amalfi e l’affresco del Supportico Frequentando di certo il cenacolo artistico e culturale organizzato presso il palazzo ducale di Amalfi dalla duchessa Eleonora d’Aragona, Giovanni Pontano inventò il mito della ninfa Amalfi, alla quale il divo Ercole, proveniente dagli orti delle Esperidi, posti ai confini del mondo antico (Colonne d’Ercole = stretto di Gibilterra), donò pomi d’oro, cioè cedri, arance, limoni, limoncelli, mele cotogne, le cui piante la ninfa innestò lungo l’intera Costa d’Amalfi. Addolorato per l’improvvisa scomparsa della ninfa, l’eroico figlio di Zeus fondò una città in suo onore, alla quale diede il nome di Amalfi. Disegno dell’allegoria di Amalfi edito da F.M. Pansa (1724): l’unica testimonianza visiva dell’antico affresco scomparso con la ninfa, il pomo d’oro ed i simboli della Repubblica. Al Pontano l’ispirazione per questa bella storia venne da un affresco che stava dipinto, almeno dai primi anni del Quattrocento, nel Supportico della Marina, al di sotto del vecchio Sedile, che poi divenne Palazzo di Città ai tempi dello storiografo erudito amalfitano Francesco Maria Pansa (1671-1718). L’affresco, che raffigurava Amalfi come una bella donna riccamente vestita, è così descritto nella prima pagina della copia cinquecentesca della Tabula de Amalpha, il codice marittimo-consuetudinario elaborato tra l’XI e il XIV secolo: << Amalfa in designo se pinge et così fu pentata al seggio di Amalfa in questo modo videlicet Signori Nobili: Una donna bella vestita riccamente di Bruccato assettata ad una Seggia con un Leone in grembo et una palla seu un mondo in mano significando Amalfe essere bella e forte di sito e di gente, et in pede d’essa uno verso quale diceva in questo modo Prima dedit nautis usus magnetis Amalphis denotando la Franchitia che hanno li Amalfitani per tutto il Mondo navigando >>. Il simbolo della Repubblica: dalla bussola alla memoria perduta Il frontespizio “Registro delle Cose Familiari de casa nostra” di Giovan Battista Bolvito Giovan Battista Bolvito, storiografo erudito di Tramonti, aveva ben osservato l’affresco, per cui lo commentò nel 1585. Egli sottolinea nel suo scritto (Registro primo delle cose familiari de casa nostra) che la bella donna raffigura Amalfi capitale della sua repubblica, inespugnabile, potentee ricca, con i suoi mercanti famosi in tutto il mondo. Ella era simbolo della giustizia perfettamente in linea col simbolismo di Carlo II d’Angiò, il quale la associava proprio ad una vergine incoronata avvolta in vesti dorate. Il verso prima dedit nautis usus (o meglio usum) magnetis Amalphis (“Amalfi per prima diede ai naviganti l’uso del magnete”), apposto ai piedi della donna, fu scritto da Antonio Beccadelli detto “il Panormita” (1394-1471), poeta che dovette anch’egli frequentare il cenacolo amalfitano. Bolvito ritiene che Pontano avesse visto in quella palla o globo nella destra della donna/ninfa uno di quei pomi d’oro donati a lei da Ercole. Di questo meraviglioso affresco oggi non resta neppure la minima traccia; la bella donna o ninfa Amalfi è svanita con tutte le decorazioni, le iscrizioni e i simboli sotto l’implacabile azione dell’usura del tempo, degli agenti atmosferici, della corrosione della salsedine marina. Di essa resta a noi un accurato disegno edito da Pansa nella sua Istoria sull’antica Repubblica d’Amalfi (1724), nel quale la donna non è seduta su di un trono bensì è raffigurata maestosa all’impiedi. Da leggere le altre puntate del Feuilleton Dalle caverne al mare: il feuilleton di Amalfi comincia dal Paleolitico I primi villaggi della Costiera: la protostoria tra colline e montagne Quando imperatori e patrizi inventarono il turismo in Costiera Tra vigneti e antiche strade: le ville rustiche di Tramonti e Agerola I marmi antichi della Costa d’Amalfi: l’enigma degli spolia romani L’origine dei nomi in Costiera amalfitana: l’impronta di Roma Quando il Vesuvio cambiò la Costiera: l’eruzione del 79 d.C. e la spiaggia scomparsa La saga delle origini di Amalfi: il mito dei profughi romani Miti e nobiltà: il culto della Romanità in Costiera amalfitana Autore Giuseppe Gargano E' tra i massimi storici medievalisti e profondo conoscitore della Repubblica Marinara di Amalfi. Visualizza tutti gli articoli