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I marmi antichi della Costa d’Amalfi: l’enigma degli spolia romani

I marmi antichi della Costa d’Amalfi: l’enigma degli spolia romani


Da dove arrivano colonne, capitelli e sarcofagi del Chiostro Paradiso e delle chiese di Scala e Ravello? Nella V puntata del nostro feuilleton, lo storico Giuseppe Gargano analizza le due storiche tesi contrapposte.

Dalle caverne della preistoria (I puntata) ai villaggi collinari della protostoria (II puntata), fino al lusso del “turismo imperiale” sulle coste (III puntata) e al lavoro agricolo nelle ville rustiche dei Lattari (IV puntata), il viaggio di E’costiera nella storia antica giunge a un grande enigma. Nella V puntata del nostro feuilleton, lo storico Giuseppe Gargano analizza i famosi “spolia“: migliaia di colonne, capitelli e sarcofagi romani incastonati tra edifici religiosi, palazzi e vicoli medievali. Erano resti delle antiche ville locali o tesori riportati dal mare dai mercanti-navigatori amalfitani?

Un capitello della chiesa di S. Pietro a Campoleone di Scala

La Costa d’Amalfi conserva qualche migliaio di reperti di età classica romana rappresentati da capitelli, colonne, basi, trabeazioni, urne cinerarie, sarcofagi, distribuiti tra edifici religiosi e civili medievali, nonché sistemati agli angoli di vie e scalinate pubbliche (colonne con capitelli). Si tratta di spolia di marmo e di granito, cioè elementi prelevati da edifici classici e reimpiegati in nuove sedi. La fotodiapoteca del Centro di Cultura e Storia Amalfitana conserva un catalogo delle Antichità classiche della Costiera Amalfitana realizzato da Nicola Franciosa.
Circa la loro origine e provenienza sono state avanzate due tesi.


Vittorio Bracco sostiene che sarebbero appartenuti in origine alle numerose ville del territorio amalfitano, prodotti in officine e botteghe dei vicini municipia di Salerno, Paestum, Sorrento, Napoli, Nocera; tra IV e V secolo i superstiti abitatori delle ormai decadenti ville li avrebbero trasferiti in località più sicure sulle alture e i loro discendenti medievali li avrebbero inseriti nel contesto delle opere architettoniche del loro tempo. A sostegno di tale tesi verrebbe la constatazione della totale assenza di opere scultoree marmoree e granitiche nelle ville scavate.

Una colonna scanalata


Daniele Manacorda ritiene che tali reperti furono importati via mare durante il Medioevo dai mercanti-navigatori amalfitani, che li avrebbero racimolati, nel corso del viaggio di ritorno, tra Paestum, Ostia, il Meridione, la Grecia, l’Africa settentrionale, il Medio Oriente. Manacorda individua nella rada portuale di Marmorata il luogo di scarico degli spolia destinati alle chiese e alle sontuose dimore di Scala e di Ravello. Il fatto sarebbe dimostrato dal toponimo, che compare per la prima volta nelle fonti nel 1031.
Bracco, dall’analisi delle iscrizioni dedicatorie delle urne, riscontra che un quarto dei nomi dei personaggi, le cui ceneri furono conservate in esse, è di origine occidentale, mentre i tre quarti sono orientali; pertanto, ipotizza che già nel I secolo dovevano esistere relazioni tra la Costa d’Amalfi e l’Oriente.

Il sarcofago che si trova a Scala

Al fine di tentare di fornire ulteriori chiarificazioni a proposito dell’origine e della provenienza dei reperti, soffermiamoci sulle loro tipologie e su qualche particolarità.
Le colonne sono scanalate verticali, scanalate oblique, lisce, realizzate con marmo bianco e granito grigio, verde, rosso. Una colonna di marmo bianco, appartenente all’atrium dell’hospitium domorum (struttura palaziale aristocratica) dei Bonito a Pontone (Scala), documentato nel 1314 ma sicuramente più antico, mostra nella parte superiore fori scavati da litodomi marini; ciò prova la sua permanenza in mare per qualche tempo.
I capitelli sono ionici di età repubblicana romana, corinzi di età imperiale, compositi, cioè con le volute ioniche e le foglie d’acanto corinzie, dell’epoca tardo imperiale e tardo antica (III-V secolo); alcuni di questi evidenziano buchi perfettamente prodotti col bulino tra le foglie d’acanto, per cui sarebbero stati realizzati nel VII secolo in loco.
Un capitello della chiesa di S. Pietro a Campoleone di Scala mostra, al posto delle foglie d’acanto, la figura ripetuta della dea Minerva in abbigliamento militare.
Una grossa lastra marmorea, posta a sostegno dell’architrave (trabeazione classica con ovuli) all’ingresso della chiesa di Maria Santissima Annunziata di Minuta (Scala), reca l’iscrizione: LOTUS AEDEM; sicuramente faceva parte in origine di un grosso tempio romano.

Un’urna custodita nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Positano

L’epigrafia di alcune urne e lastre marmoree, nonché di qualche sarcofago, è particolarmente significativa.
Un’urna, un tempo custodita nella chiesa monastica di S. Lorenzo del Piano di Amalfi, abbattuta e trasformata in piazzola d’accesso al cimitero, e ora esposta nel Museo della Bussola e del Ducato di Amalfi dell’arsenale, è dedicata a Impetratus, dispensator delle opere pubbliche al tempo dell’imperatore Adriano.
Un’altra urna, recante l’iscrizione << ACTI CAESARIS VIX. ANN. XXXVI >> (“Ad Atte di Cesare visse 36 anni”), custodita nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Positano, lascia intendere che aveva contenuto le ceneri di Atte, concubina di Nerone. A tal uopo si può ipotizzare che Atte fosse morta nella villa marittima di Positano e che la sua urna cineraria fosse stata poi rinvenuta fortuitamente e impiegata come lavabo nella predetta chiesa. Ma si può anche pensare che sarebbe stata prelevata ad Ostia da marinai positanesi nel corso del XIV secolo e collocata nella loro chiesa.
Una lapide marmorea trovata ad Amalfi nel corso dell’Ottocento recava all’ultimo rigo il nome dell’imperatore Graziano del IV secolo. Le parti leggibili dell’iscrizione, trascritte da Matteo Camera nel 1876, si possono così tradurre: << … sepolto nella luce … al sicuro e unito nella somiglianza … il defunto ha saldato il debito … questo luogo appartiene alle ombre … affinchè nessuno lo disturbi … se, lettore, desideri conoscere il nome di colui che qui riposa … lo apprenderai chiaramente dall’iscrizione … vissuto ventidue anni meno sette mesi e quindici giorni … (morto) il 22 aprile (368) dopo la consacrazione di Flavio Graziano Augusto >>.

Un’urna esposta nell’Arsenale di Amalfi
Il sarcofago che raffigura le nozze di Peleo e Teti, i genitori di Achille, nel Chiostro del Paradiso ad Amalfi

Alcuni sarcofagi esposti nel Chiostro Paradiso di Amalfi riservano interessanti sorprese.
Due di essi, databili al II secolo, provengono da Paestum e furono reimpiegati come sepolture per nobili amalfitani del XIII secolo. Uno raffigura con sculture a rilievo il ratto di Proserpina, mentre l’altro le nozze di Peleo e Teti, i genitori di Achille, con ad un capo l’unione tra il dio Marte e la sacerdotessa Rea Silvia e dall’altro la lupa che allatta Romolo e Remo; in particolare, reca l’iscrizione: << CESARIUS DE ALANEO … EPS … DE AMALFIA MCCXL >>, riferita ad un non meglio precisato vescovo Cesario d’Alagno morto nel 1240.
Un terzo sarcofago del IV secolo ospitò il corpo di un magistrato di un municipio della regione, il decurione Publio Ottavio Rufo, che secondo i Rufolo di Ravello sarebbe stato un loro antenato.
L’altare maggiore della cattedrale di Scala è un sarcofago con le scanalature ad “esse” della scultura imperiale e simboli cristiani; i volti schiacciati degli angeli raffigurati conducono ad un influsso longobardo. Si tratta della sepoltura di un vescovo beneventano del VI secolo vissuto al tempo del duca Zottone. Il sarcofago fu riutilizzato per accogliere le spoglie del nobile mercante scalese Simonetto Sannella, operante a Benevento e morto di peste nel 1348, come dimostra l’iscrizione sulla copertura marmorea presente nella cripta del Purgatorio della medesima cattedrale.

Quale dei due studiosi, Bracco o Manacorda, ha ragione? Per ottenere una risposta esaustiva all’enigma, bisognerebbe indagare più in profondità, individuando le cave di provenienza dei marmi e dei graniti di cui sono fatti i reperti, insieme alle officine di lavorazione.
Per il momento noi riteniamo che in medio stat veritas, cioè che la maggior parte proverrebbe da fuori e una piccola quantità, specialmente quella attribuibile alla Tarda Antichità (III-VI secolo), potrebbe essere di produzione locale.

Autore

Giuseppe Gargano
E' tra i massimi storici medievalisti e profondo conoscitore della Repubblica Marinara di Amalfi.

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