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La saga delle origini di Amalfi: il mito dei profughi romani 

La saga delle origini di Amalfi: il mito dei profughi romani 

Dalle tempeste sul Bosforo alle montagne di Scala: Giuseppe Gargano svela l’epopea della fondazione della Repubblica amalfitana.

Dalle remote caverne della preistoria (I puntata) ai primi insediamenti collinari della protostoria (II puntata), attraverso lo sfarzo del “turismo imperiale” (III puntata), il lavoro agricolo nelle ville dei Lattari (IV puntata), l’enigma dei marmi romani (V puntata), la toponomastica delle origini (VI puntata) e il cataclisma del Vesuvio nel 79 d.C. (VII puntata), il viaggio di E’costiera giunge al momento in cui la storia incontra il mito. Nella VIII puntata del feuilleton, lo storico Giuseppe Gargano analizza la saga delle origini di Amalfi: il leggendario viaggio dei profughi romani che, in fuga da naufragi, ingiustizie e scorrerie tra Costantinopoli, Ragusa e la Lucania, trovarono tra i monti di Scala e la valle di Amalfi la terra promessa della propria libertà.

Particolare della mappa pseudo-aragonese (aggiornata al XVI secolo) raffigurante il Cilento meridionale: in basso si distinguono chiaramente il “Promontorio di Palinuro” e il “Porto della Melpa” (l’antica Melfis), approdo lucano dei profughi romani secondo la saga d’origine amalfitana.

Gli Amalfitani, come tutti i popoli che hanno lasciato un forte segno di civiltà nella storia, si inventarono una propria saga d’origine, alla quale si associarono poi brevi ma significative leggende. Questa epopea permeata dall’immaginario collettivo assume un’unica matrice: le origini romane di Amalfi e degli Amalfitani, fortemente segnate dalla stabile presenza sul territorio dei Romani almeno sin dal I secolo dell’impero.

La saga, ovvero il racconto delle origini, è riportata sia nel Chronicon Salernitanum, scritto da un monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno nei primissimi anni ’80 del X secolo, sia nel Chronicon Amalfitanum, un’elaborazione tardo-duecentesca di un testo più antico. Le due versioni combaciano quasi perfettamente, salvo che per qualche particolare significativo. Il racconto comincia con la fondazione di Costantinopoli sulle vestigia dell’antica Bisanzio da parte dell’imperatore Costantino Magno. Dopo la sua morte, avvenuta a Nicomedia nel 337, molte gentes Romanae diedero ascolto al suo invito, per cui decisero di trasferirsi con i loro beni e le loro famiglie nella Nuova Roma sul Bosforo. Evidentemente queste famiglie patrizie salparono da Ravenna, destinata a diventare la nuova capitale dell’impero d’Occidente dopo Milano, poichè furono soprese da una violenta tempesta e solo due navi naufragarono sulle rive di Ragusa (oggi Dubrovnik) nella Schiavonia. Una data post quam inerente all’elaborazione della saga: la Dalmazia fu chiamata Schiavonia a partire dal VII secolo, quando avvenne anche la fondazione di Ragusa da parte degli abitanti di Epidauro, in fuga dagli Slavi. 

Dettaglio della medesima carta storica nella zona del Monte Bulgheria: in basso a sinistra figurano i toponimi del “Casale di Amalfi” e delle località collegate ai casati nobiliari di Scala e Ravello (“Aflitti” e “Ruffolo”), a testimonianza dei secolari insediamenti mercantili amalfitani.
L’allegoria della Repubblica Amalfitana nel celebre disegno di Marino Guerritore (1908): in alto a sinistra, l’aquila romana reca il motto «Descendit ex patribus Romanorum» (“Discende dai padri romani”), sintesi visiva dell’epopea d’origine illustrata nel testo; in alto a destra, la bussola e la croce ottagona evocano la tradizione marinara del Ducato.

Nei pressi di tale città vi era una località chiamata Malfi, riportata dalle cronache ragusane insieme al suo porto; questo doveva essere uno scalo commerciale degli Amalfitani esistente già tra VIII e IX secolo, come provano gli Annales Ragusini Anonymi, quando menzionano una Vale de Malfo per l’anno 817. 

Ritorniamo al racconto. I profughi romani vissero per qualche tempo insieme ai Ragusei; ma poi, costretti dalle angherie e dalle malversazioni degli autoctoni, invidiosi della loro operosità, ripresero il mare. Questa volta scelsero una rotta occidentale e approdarono in un luogo della Lucania che il cronista amalfitano chiama Melfium ma con maggiore precisione il monaco salernitano definisce Melfis. Quest’affermazione è convalidata dalla descrizione di Plinio il Vecchio, il quale riferisce che presso il promontorio di Palinuro vi erano il fiume Melfes da un lato e dall’altro la città di Buxentum (la greca Pyxus, oggi Pisciotta). Tale fiume, indicato anche con alcune varianti, quali Molfa, Malfa, Molpa, Malpa, Melpa, è riportato in una mappa pseudo-aragonese aggiornata allo scorrere del XVI secolo insieme al Porto della Melpa e alle ruine di Malfi. Queste sarebbero le vestigia del villaggio fondato dai profughi romani, i quali assunsero la denominazione di Melfitani.

La stessa mappa riporta, più ad oriente di quel sito, le rovine del Casale di Amalfi, collocato al di sotto della località Bulgaria e posto sotto la giurisdizione del monastero di S. Giovanni a Piro. In un atto notarile del 1513 viene ricordato il vallone Amalfi la vecchia collegato al suddetto casale, dal quale si scendeva sul litorale contrassegnato dalle marine delle Massete, del Molano, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario e degli scogli di Petralua. Ancora la mappa segnala in quell’area il Casale de li Aflitti e Ruffolo, le cui denominazioni richiamano rispettivamente un casato nobiliare scalese e uno ravellese. É molto probabile che in quella zona vi sia stata una postazione mercantile amalfitana, rinforzata poi da possedimenti terrieri di singole famiglie del ducato.

Il vescovo di Paestum nel 977 vendeva alla comunità atranese di Salerno, composta in gran parte da mercanti-navigatori, una vasta area del litorale lucano denominata Duo Flumina.

Tutti questi riferimenti lasciano pensare che, come aveva fatto con Ragusa, l’immaginario collettivo ideatore della saga abbia voluto inserire ancora una volta postazioni marittimo-mercantili per sottolineare la vocazione marinara che gli Amalfitani avrebbero avuto sin dai primordi. 

Uno scorcio di Scala in uno schizzo del pittore olandese Otto Boudewijn de Kat (1935): la storica “montagna camense” che, secondo la narrazione medievale, offrì rifugio e accoglienza ai profughi romani prima della nascita di Amalfi

I Melfitani, sottoposti a frequenti incursioni provenienti dal mare, sicuramente dei Vandali di Genserico (455), abbandonarono Melfis per cercar rifugio ad Eboli. Ma anche lì la permanenza era difficile, poiché erano sottoposti a scorrerie, rapine, razzie, disordini continui forse collegabili all’instabilità conseguenziale all’invasione degli Ostrogoti di Teodorico (489-493). Al fine di trovare un luogo più sicuro, inviarono esploratori nelle zone montuose della regione. Un giorno alcuni di loro s’imbatterono in una località montuosa che il cronista salernitano chiama Scala, quello amalfitano presenta mediante l’espressione ubi nunc Scala dicitur (“dove ora si dice Scala”)e l’erudito tramontano Colandrea Mola (inizi XIV secolo) precisa: << pervenerunt usque ad montaneam Camensem ubi nunc Scala dicitur >> (“giunsero fino alla montagna camense, dove ora si dice Scala”), sostenendo che Scala un tempo si chiamava Cama. A proposito del termine, il preumanista Francesco Petrarca riporta che Cama deriva da Camus, vocabolo ebraico che significava “recondito, chiuso, nascosto”. 

Gli esploratori melfitani incontrarono tra i monti di Scala una popolazione autoctona, che si manifestò desiderosa di accoglierli, avendo notato il loro aspetto signorile e l’eloquenza nel parlare. Gli ospiti discesero ad una valle sottoposta sul versante occidentale di Scala, esplorandola fino al mare. Notarono, inoltre, due fiumi ricchi di acqua che circondavano Scala, che poi furono denominati Canneto o Chiarito per Amalfi e Dragone per Atrani. Quindi tornarono felici ad Eboli per annunciare la scoperta ai loro compagni. Una nuova spedizione di uomini più prudenti fu inviata per accertare la veridicità della comunicazione. Di ritorno questi con grande fierezza proclamarono, rivestendosi della solennità romana: << O Romani, abbiamo trovato luoghi ben fortificati contro ogni avversario con fiumi abbondanti di acqua >>. Così l’intera comunità si trasferì a Scala. 

Antico disegno di Atrani vista dal mare prima dell’edificazione del viadotto stradale moderno: si nota la profonda insenatura protetta dalle pareti rocciose, che richiama l’etimologia citata nella saga dal latino “ater” (luogo oscuro e racchiuso dai monti)

Dopo molto tempo scesero nella valle occidentale, dove cominciarono a costruire una città, chiamandola Amalfia. Il cronista salernitano, che aveva appreso quella storia dagli Amalfitani del suo tempo, alla fine del racconto aggiunge che Atranum (Atrani) deriva da ater,a,um che significa “oscuro”, poiché l’abitato è racchiuso da sopra, da un lato e dall’altro da una grande massa di pietre. Questa aggiunta fu probabilmente a lui suggerita dagli Atranesi residenti a Salerno, che ci tenevano a sottolineare la loro etnìa distinta da quella amalfitana. 

Il richiamo a Costantinopoli è da collegare all’arrivo di milizie bizantine, rappresentate dai profughi romani, nella seconda parte del VI secolo per fondare il castrum, unendosi alla popolazione romanica autoctona (la gente ospitale).

Per dirla con lo storico rumeno Michele Berza, il vero protagonista del racconto è la libertà, cercata in tutte le fasi dell’avvicinamento al luogo destinato da parte dei profughi romani. Questo elemento delinea la possibilità che la saga sia nata proprio in conseguenza dell’acquisizione dell’indipendenza politica e della nascita della repubblica il I settembre 839, anticipata dalla fiera risposta ai compatrioti che avevano accettato le lusinghe del principe Sicardo e si erano trasferiti a Salerno: << Tenetevi i doni e le ricchezze del vostro principe; a noi è sufficiente questa terra montuosa >>. 

(L’immagine di copertina è un dipinto di: John Ruskin, View of Amalfi, 1844)

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Autore

Giuseppe Gargano
E' tra i massimi storici medievalisti e profondo conoscitore della Repubblica Marinara di Amalfi.

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