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Quando il Vesuvio cambiò la Costiera: l’eruzione del 79 d.C. e la spiaggia scomparsa

Quando il Vesuvio cambiò la Costiera: l’eruzione del 79 d.C. e la spiaggia scomparsa

Dalla morte di Plinio il Vecchio alla nascita dell’unica grande spiaggia da Conca dei Marini a Maiori: Giuseppe Gargano racconta lo sconvolgimento geologico che ridisegnò la Costa d’Amalfi.

Dai primi insediamenti della preistoria (I puntata) e della protostoria (II puntata), attraverso le splendide ville imperiali (III puntata), le comunità agricole dei Lattari (IV puntata), l’enigma dei marmi antichi (V puntata) e l’origine romana dei nomi dei nostri borghi (VI puntata), il Feuilleton di E’costiera giunge a uno degli eventi più catastrofici e determinanti della storia antica. Nella VII puntata, lo storico Giuseppe Gargano ricostruisce come la gigantesca eruzione del Vesuvio del 79 d.C. cambiò per sempre la geografia della Costiera amalfitana, creando nuove spiagge, valloni di “torece” e ponendo le basi per i futuri approdi medievali.

The death of Pliny the Elder on August 25, 79 AD, while attempting the rescue by ship of a friend and his family from the eruption of Mount Vesuvius that had just destroyed the cities of Pompeii and Herculaneum Engraving 1880 – Private collection (Photo by Leemage/Corbis via Getty Images)

Una delle più grandi eruzioni vulcaniche ricordate dalla storia è di certo quella del Vesuvio, avvenuta tra il 24 e il 26 agosto del 79 d.C. ma più propriamente, come sembrano confermare alcune recenti scoperte archeologiche, nelle stesse date bensì del successivo mese di ottobre. Essa viene ricordata come “eruzione pliniana” negli ambienti scientifici, in quanto fu descritta da Plinio il Giovane in due epistole indirizzate al suo amico Tacito e inoltre perchè vi trovò la morte l’ammiraglio (prefectus navalis) Plinio il Vecchio, zio dello scrittore. Plinio il Vecchio calò in mare una quadrireme per soccorrere il suo amico Pomponiano, che stava a Stabiae; ma lì trovò la morte nel porto, soffocato da gas venefici. I suoi resti furono ritrovati nell’anno 1900 insieme allo scettro e ad un pugnale dal manico in avorio e oro. Recenti analisi effettuate ai suoi denti ne hanno confermato l’identità: infatti hanno riscontrato che aveva bevuto acque delle sorgenti alpine fino all’età di sette anni; essendo egli nato a Como e avendo vissuto là i primi anni della sua puerizia, allora è chiara la sua identificazione. 

Nella prima fase dell’eruzione, iniziata verso le ore 13, il Vesuvio sparava in aria nubi di ceneri e di lapilli, che gradualmente raggiunsero un’altezza tra i 32 e i 37 km. nell’atmosfera. In quel momento il vento soffiava da sud-ovest e gonfiava le onde del mare di Libeccio. In una fase successiva l’attività esplosiva immetteva nell’aria materiale piroclastico, il quale, spinto dal vento che aveva cambiato direzione, spirando da nord, cadeva dappertutto (pyroclastic fall); in grande quantità ammantò la parte centrale dei Monti Lattari, formando una coltre di pomici e lapilli spessa tra 1,5 e 2 m., alla quale si sovrappose uno strato di cenere di diversi centimetri. 

Gli effetti prodotti in Costa d’Amalfi dalle conseguenze dell’eruzione sono stati magistralmente studiati dai geologi Aldo Cinque, Vittorio Di Benedetto, Crescenzo Violante e i suoi colleghi del CNR-Geomar di Napoli. 

L’atmosfera era talmente densa di polveri e ceneri da oscurare il sole e da produrre uno straordinario effetto anti-serra, con il conseguente repentino abbassamento della temperatura. Scrive in proposito Plinio il Giovane: “Già nelle altre parti era giorno, là notte più nera e più folta di qualsiasi notte, benchè tante fiamme e tanti bagliori la rischiarassero“. Ciò provocò un’intensa pioggia torrenziale, generata dalla condensazione delle notevoli quantità di vapore acqueo eruttate dal vulcano ed evaporate dal vicino mare. 

La linea di costa della Costiera amalfitana nel medioevo

Immensi fiumi d’acqua scendevano dai monti verso il mare attraverso le lame (valloni erosi da rivi occasionali) e i permanenti corsi a carattere torrentizio della Costa d’Amalfi: era un’alluvione alimentata da quattordici adduzioni, per lo meno quattro volte superiore in intensità e durata rispetto ai nubifragi costieri del 1910 e del 1954, i quali produssero a Vietri un allungamento della spiaggia di circa 120 m., determinando una sorta di delta-conoide di detriti ben visibile in alcune foto di raffronto del prima e del dopo.

Le acque copiose portarono a valle il tufo piroclastico appena eruttato dal Vesuvio insieme a terreno e a ciottoli preesistenti in zona. I depositi piroclastici si idratarono fortemente nel tempo, a causa dell’infiltrazione dell’acqua meteorica. Il duro conglomerato, volgarmente detto torece (termine dialettale risultato dal rotacismo del latino medievale durities declinato all’ablativo), ha formato depositi alquanto cementati, di solito con la consistenza di un tufo, spessi persino qualche decina di metri. Nel torece le pomici e le ceneri vulcaniche dell’eruzione del 79 d.C., depositatesi in origine sui rilievi come strati distinti, si manifestano intimamente mischiate. 

Una pietra vulcanica

Lo studio dei caratteri sedimentologici del torece e la sua distribuzione spaziale rispetto agli elementi del paesaggio geografico-fisico (4,5 milioni di metri cubi tra i Lattari e la Costiera) ha rivelato che esso è una conseguenza dell’arresto di colate detritiche molto fluidi (miscele di pomici, ceneri e acqua), derivate dai franamenti della coltre piroclastica nelle parti più ripide dei bacini imbriferi nel corso di piogge intense e prolungate. Le colate si incanalavano nelle gole dei torrenti, avanzavano ad alta velocità e si arrestavano laddove l’alveo pendeva di meno e tendeva ad allargarsi. I corsi d’acqua reincisero in breve tempo l’intera successione data dai depositi di colata e da quelli alluvionali di piroclastite che si stratificarono, tra il I e il V secolo, lungo le sponde fluviali. In particolare, ad Amalfi si formò una quindicina di strati sovrapposti dello spessore medio di circa 1 m. Il dilavamento idrico e il rapido convogliamento di materiali alluvionali, trasportati nel fondovalle da frane, produssero una sensibile progradazione della costa ad opera di una sorta di delta-conoide o lahar piroclastico particolarmente evidente ad Amalfi e ad Atrani.

Prima dell’eruzione del 79 d.C. la linea di costa si addentrava maggiormente rispetto a quella odierna, penetrando nell’attuale Piazza Duomo di Amalfi e approssimandosi alla villa scoperta nel 2000. 

Tra il V e l’VIII secolo, in conseguenza di intense precipitazioni atmosferiche favorite dalla diminuzione della temperatura, la progradazione proseguì  gradualmente, fino ad allungare la linea di costa di oltre 100 m. lungo l’intera Costiera. I risultati delle ricerche condotte dall’Institute of Nautical Archeology del Texas, dal CNR Geomar e dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana nel 2005 hanno confermato un’antica tradizione riportata dagli storiografi eruditi amalfitani: tra il V e l’VIII secolo si formò un’unica spiaggia da Conca dei Marini a Maiori, protetta da accentuate sporgenze costiere, una spiaggia alquanto refrattaria con pozzanghere e acquitrini in alcuni luoghi e più consistente in altri. Nella fase di espansione i materiali piroclastici si sedimentarono poco più a largo per le interazioni elettrochimiche con l’acqua salata, costituendo banchi più o meno consolidati, che poggiavano su strati più sciolti e instabili. Davanti ad Amalfi e ad Atrani l’uomo medievale realizzò strutture portuali e cantieristiche. 

Il confronto del prima e dopo l’eruzione della spiaggia di Vietri sul Mare

L’arenile alluvionale non riuscì a consolidarsi dappertutto, per cui era inevitabile il suo graduale assottigliamento a causa dell’erosione marina. Il primo tratto a scomparire fu quello che collegava Atrani con Minori, seguito da Amalfi-S.Croce e da Amalfi-Atrani nel corso del XII secolo. Altri collegamenti o tratti litoranei sprofondarono nel mare, insieme alle strutture antropiche, in occasione di violente tempeste di mare volgarmente definite Lope ‘e mare o più scientificamente “tsunami metereologici”, praticamente devastanti cicloni mediterranei, dei quali tratteremo più approfonditamente in una prossima puntata del Feuilleton: aree portuali e cantieristiche di Amalfi e di Atrani nel novembre del 1270 e il 25 novembre 1343; litorale di Minori l’11 aprile del 1597; estremo litorale di Maiori nel 1631; tratto S. Croce-Conca ancora esistente nel XIV secolo, assottigliatosi in Età Moderna.

La memoria collettiva relativa alla trasmissione del ricordo di questo paesaggio marino diverso da quello odierno costituisce una prova del fatto che, almeno dall’età romana imperiale, c’è stata gente nella Costa d’Amalfi senza soluzione di continuità. 

Autore

Giuseppe Gargano
E' tra i massimi storici medievalisti e profondo conoscitore della Repubblica Marinara di Amalfi.

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