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I primi villaggi della Costiera: la protostoria tra colline e montagne



Quando il mare si alzò, i primi abitanti della Costa abbandonarono gli anfratti rocciosi per rifugiarsi sulle alture. Nella seconda puntata del nostro feuilleton, lo storico Giuseppe Gargano ci accompagna alla scoperta dei primi villaggi di capanne, delle tribù degli Osci e della misteriosa città etrusca di Marcina.

Una visione di Tramonti, Costiera amalfitana, dalla frazione Campinola

Gli abitanti degli anfratti costieri del Neolitico superiore furono costretti ad abbandonarli a causa del mare che si era protratto a diretto contatto con essi, per trovare rifugi più sicuri.
Durante l’età del bronzo (XII secolo a.C.) i loro discendenti costruirono un villaggio di capanne a Polvica di Tramonti. In quello stesso luogo in età ellenistica (IV secolo a.C.) esisteva un altro villaggio simile. Questi sporadici nuclei abitati, presenti in tempi diversi nella medesima zona, addirittura a distanza di ottocento anni, rappresentano la prima testimonianza della scelta di un sito per una frequentazione più continua. Questi villaggi, costituiti da capanne di legno e di paglia, fondate su palizzate, delle quali sono stati ritrovati i buchi, segnavano insediamenti più stabili, abitati da più nuclei familiari, le cui caratteristiche possiamo associarle ad un’epoca che è giusto definire Protostoria amalfitana.

Tra X e IX secolo a.C. un altro villaggio era attivo a Bomerano di Agerola, la cui necropoli fu scoperta negli anni ’70 del secolo scorso nel luogo in cui allora fu realizzato un campo sportivo: la fretta di giocare al calcio prevalse sulla necessità di riportarla alla luce. Alcuni vasi recuperati dopo molti anni, oggi esposti nel Museo etnoantropologico “Casa della Corte” di Pianillo (Agerola), hanno permesso la datazione dell’insediamento di certo prossimo alla necropoli. 

Vista da Agerola sulla Costiera amalfitana

Una grande popolazione italica di origine indoeuropea, gli Osci, si era distribuita nell’Italia meridionale. Essa era distinta in tribù: Ausoni e Aurunci tra basso Lazio e Campania, Iapigi in Puglia, a loro volta divisi in Peucezii, Messapi e Dauni. L’osco, la loro lingua, che aveva caratteri simili a quelli degli Etruschi, era parlata anche da Sanniti, Lucani e Bruzi, altre etnìe presenti rispettivamente in Campania, Basilicata e Calabria, ed era una delle più diffuse sulla penisola italica insieme all’etrusco, al latino e al greco. La tribù osca alla quale appartenevano gli abitanti dei villaggi delle terre amalfitane era quella dei Sarrasti, che stanziavano principalmente nella valle del Sarno.

Vietri sul Mare dove sorgeva l’antica Marcina

Il primo scrittore classico che delineò in modo fugace la Costa d’Amalfi fu il greco Strabone nel I secolo a.C. Egli afferma nella sua opera geografica che tra Sorrento e Paestum vi era una sola città: l’etrusca Marcìna, che occupava molto probabilmente la parte alta dell’odierna Vietri sul Mare; ciò sarebbe provato dalla sostantivizzazione dell’aggettivo veteris in Veteri, attributo che i Romani avevano associato al suo nome per onorarne la vetustà (Marcìna veteris).

Nell’Alto Medioevo era ancora vivo il toponimo Civitas Veteri, che indicava appunto la parte alta di Vietri; così da Veteri sarebbe derivato “Vietri”. Le misure in stadi delle distanze di Marcìna da Nocera e da Pompei, riportate da Strabone, confermano la coincidenza con Vietri. L’ipotesi secondo la quale Marcìna potesse corrispondere con Fratte di Salerno, dove fu scoperta un’interessante necropoli etrusca, perderebbe, pertanto, di rilevanza; lì forse sarebbe esistita la città di Irna, che avrebbe tratto il nome dal fiume (Irno). Gli Etruschi fondarono pure Nuceria Alfaterna, coincidente con Nocera Superiore, con lo scopo precipuo di interrompere l’occupazione greca dell’intera regione, già dominata lungo il litorale dalle città di Cuma, Napoli, Sorrento, Poseidonia (Paestum, nome latinizzato del lucano Paiston), Elea (Velia). La catena montuosa dei Lattari era sotto la giurisdizione di Nuceria, mentre la costa dipendeva da Marcìna. A seguito dell’occupazione romana il settore occidentale e nord-occidentale di quell’area fu soggetto alla città di Stabiae fino alla sua distruzione a causa dell’eruzione pliniana del Vesuvio del 79 d.C. Marcìna, dapprima occupata dai Sanniti e poi romanizzata, esistette fino al V secolo d.C., quando fu distrutta dai Vandali di Genserico nel 455.

Minuta, frazione di Scala

Plinio il Vecchio riporta che la costa dal Capo Minerva (Punta della Campanella) al fiume Sele, insieme alla città di Picentia (Pontecagnano), era stata etrusca. Quest’area, da lui denominata Ager Picentinus, comprendeva anche la Costa d’Amalfi. Tale denominazione derivava dal popolo dei Picentini, che i Romani trasferirono in massa dalle Marche nell’area di Paestum, con lo scopo di ricolonizzare una città etrusca, che forse si chiamava Amina, alla quale essi diedero il nome di Picentia. Essendosi schierati con Annibale nella II Guerra Punica, i Picentini furono obbligati dai Romani vincitori ad abbandonare quella città e a vivere in sparsi villaggi sui monti retrostanti (Monti Picentini), con la mansione di corrieri epistolari.  Secondo alcuni storiografi eruditi amalfitani del XVI secolo, un nucleo di questi Picentini avrebbe fondato il villaggio di Cama, termine sconosciuto che avrebbe avuto il significato di “cinta tra i monti”, nella area dove poi sorse Scala. L’espressione ubi nunc Scala dicitur (“dove ora di dice Scala”), riportata nella cronaca amalfitana del X secolo, lascia intendere che quella località avrebbe avuto in precedenza un’altra denominazione. 

Per assistere alla comparsa di nuclei umani stabilmente organizzati nelle valli fluviali e sulle alture della Costa bisognerà attendere l’età imperiale romana.   

Autore

Giuseppe Gargano
E' tra i massimi storici medievalisti e profondo conoscitore della Repubblica Marinara di Amalfi.

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