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Inda, Coefore-Eumenidi: a Siracusa la tragedia diventa musical

Ultimo aggiornamento domenica, 18 Luglio, 2021   20:57

SIRACUSA – O Davide Livermore è un genio, oppure gli andrebbe interdetta la regia in qualunque teatro greco superstite. Perché le Coefore-Eumenidi che mette in scena dal 3 al 31 luglio nell’antica cavea di Siracusa, per la stagione 56 dell’Inda, sono state tutto tranne che una tragedia classica. Per quanto ormai avvezzo da decenni a “modernizzazioni” spinte delle rappresentazioni, al pubblico siracusano finora era stato risparmiato l’allestimento di un musical col testo di Eschilo. A colmare questa lacuna ci ha pensato l’attuale direttore del Teatro nazionale di Genova, che nella sua brillante ed eclettica carriera ha lavorato anche come scenografo, costumista, lighting designer, ballerino, sceneggiatore, attore e insegnante, oltre a esibirsi come cantante“. Dopo tanto artistico vagare è approdato agli ultimi due capitoli dell’Orestea, con l’intenzione di proporla per intero il prossimo anno, aggiungendoci la prima puntata dell’Agamennone. Per il 2021, intanto, si è presentato davanti le millenarie tribune scavate nel colle Temenite con una piece in costume anni ’30. Costringendo un cast d’eccezione a interpretare in lustrini e paillettes, le immortali riflessioni filosofiche dell’opera eschilea. Non si è risparmiato nemmeno le citazioni cinematografiche, da Sergio Leone, a Quentin Tarantino, a Stanley Kubrick.

Pistolettate in replay e Clitennestra presentata come una Brooke ante-litteram.

Giuseppe Sartori (Oreste) e Laura Marinoni (Clitennestra).
copertina: le Erinni (Maria Laila Fernandez, Marcello Gravina, Turi Moricca).

C’è stato pure un eccidio a pistolettate di guardie reali, ripetuto in replay un paio di volte. E proprio come in un film, una onnipresente colonna sonora ha accompagnato tutti i passaggi del racconto. Laura Marinoni è una colonna del teatro italiano e francamente non si comprende perché sprecarne il talento, con note di regia che hanno rivisitato Clitennestra in una sorta di Brooke ante litteram, con l’aggravante dell’esibito alcolismo. Eppure il ruolo si prestava alla rilettura moderna di una vittima trasformatasi in uxoricida. Era stata presa in sposa da un violento come Agamennone, che le aveva ucciso il primo marito e il figlio. Un re che non ha esitato a sacrificare la figlia avuta con lei, Ifigenia, per propiziarsi la vittoria a Troia. Durante il decennio di assenza del coniuge si ricostruisce come donna col giovane Egisto, dall’infanzia a sua volta traumatica, essendo nato dall’incesto fra un padre-nonno e una madre-sorella. Quando il monarca miceneo torna a casa tirandosi dietro un’altra principessa presa con la forza, la troiana Cassandra, l’assassinio del brutale consorte è vendetta e liberazione allo stesso tempo. 

Svilita la forza tragica di Eschilo e fallita la rilettura moderna delle tematiche.

Giancarlo Judica Cordiglia (Apollo).

La trilogia eschilea, scritta nel 458 avanti Cristo, non si sofferma affatto sul punto di vista femminile. Una rilettura moderna dava occasione di evidenziarlo, visto che le tematiche del #MeeToo c’erano già nella storia. Avrebbe dato maggiore senso alla forzatura di una tragedia, figlia di tempi in cui si riteneva che il bambino era interamente contenuto nel seme maschile, e la donna era solo il terreno dove piantarlo per farlo crescere. Atena (Olivia Manescalchi) sarà esplicita in questo senso, alla fine del ciclo con Eumenidi, quando assolverà il matricida perché non ha versato alcun sangue di famiglia. Coefore inizia con Oreste (Giuseppe Sartori) che torna per vendicare il padre uccidendo la madre adultera, spalleggiato dalla sorella Elettra (Anna Della Rosa). Clitennestra gli mostra il seno nudo che lo ha allattato, ma il senso dell’onore è più forte del legame freudiano. Le custodi della giustizia vendicatrice danno la caccia al matricida, nel terzo e ultimo atto dell’Orestea. Sono antiche dee, depositarie delle arcaiche leggi tribali che vanno preservate dalla “civilizzazione“. Ma proprio con questa si vanno a scontrare, e perdere, quando un tribunale di cittadini ateniesi si prende lui solo il diritto di condannare. Atene assolve l’assassino, facendo prevalere la ragion di Stato visto che l’imputato garantisce la perpetua alleanza militare di Argo, preziosa per una città dalla politica imperialista in competizione con Sparta.

Toni e ambientazione leggeri per un dramma freudiano, si chiude con Bowie in coro.

Scenografia con un ponte crollato per Coefore-Eumenidi.

Per distaccarsi da un allestimento filologico e modernizzare l’Orestea, di chiavi di lettura ce n’erano tante. Nessuna però si prestava alla formula del musical. Nè la conclusione dello spettacolo, con drammatiche immagini d’attualità a scorrere sul maxischermo a globo, ha trovato un convincente parallelismo con la contemporaneità. Fra Clitennestra ridotta a un’alcolizzata, Egisto (Stefano Santospago) presentato un puttaniere psicopatico, Apollo (Giancarlo Judica Cordiglia) che veste e parla come un Gagà, le Erinni (Maria Laila Fernandez, Marcello Gravina, Turi Moricca) trasformate in vamp androgine, Oreste-Sartori da solo non riesce a far emergere la tragedia interiore. E’ un figlio combattuto fra le necessità sociali dell’onore, i sentimenti filiali e il senso di colpa del matricidio: eppure tutto questo travaglio è solo affidato alle lettera del testo, non alla vis drammaticaAlla fine dello spettacolo intona persino we can be heroes, just for one day seguito in coro dagli altri interpreti. Sulle note di David Bowie scorrono incongruamente le foto del ponte Morandi, dell’attentato a Capaci, di Peppino Impastato. E a seguire, i mezzi busti a torso nudo degli interpreti, fotografati uno a uno in bianco e nero.

Tragedia-spettacolo in stile Broadway, un successo sicuro col grande pubblico.

Marinoni-Clitennestra.

Per chi non ha mai assistito a una tragedia greca e vuole avvicinarsi per la prima volta, né cerca il pathos della rappresentazione in simbiosi con la millenaria cavea di Siracusa, le Coefore-Eumenidi di Livermore sono un eccellente spettacolo. Abiti eleganti da Cotton club, scintillante berlina d’epoca, pianoforte e arpa suonati dal vivo, una colonna sonora impeccabile ad accompagnare tutta la rappresentazione, interpretazione “leggera” nonostante la drammaticità dei contenuti, luci attentamente curate. E per finire l’azzeccata trovata del globo-schermo a led, che ha conferito un tocco di spettacolarità ultraterrena alla scenografia minimalista. Fuori da un teatro greco, dove la forte personalità del contenitore dovrebbe costringere il contenuto ad armonizzarsi, l’allestimento dell’eclettico regista vale sicuramente il tempo e il prezzo del biglietto. Nel chiuso dello Stabile di Genova, che l’ha co-prodotto, sarà certamente apprezzato in tutte le sue potenzialità. A Broadway sarebbe addirittura un grande successo.

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La critica, il critico e lo spettatore comune.

Stefania Visalli.

LA NOTA: Chi scrive non è un critico teatrale, è solo un cronista che racconta ciò che vede, filtrato dalla sua modesta cultura e discreta esperienza. Quanto espresso si può piuttosto assimilare all’opinione dello spettatore comune. Tanto di quello che si approccia per la prima volta alle tragedie, quanto di colui che sin da bambino le frequenta al teatro greco, come il giornalista e la gran parte del pubblico siracusano. Nessuna pretesa, quindi, di giudicare spessore e professionalità dei protagonisti di questa stagione dell’istituto nazionale dramma antico. Semmai si può considerare il contributo offerto ai lettori, più o meno profani, per farsi un’idea. Con l’auspicio che la curiosità spinga chi legge ad andare comunque, non fosse altro per concordare o dissentire con queste righe. La cultura è sempre un gran investimento, di tempo e di denaro, anche quella che non incontra il personale concetto di “bello“. Perché comunque aiuta a formarlo, o confermarlo, o modificarlo. E in ogni caso si esce sempre più ricchi e più colti di come si è entrati.

Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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