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Inda Siracusa: Baccanti è “la libertà, base della natura umana”

Ultimo aggiornamento domenica, 18 Luglio, 2021   20:57

SIRACUSA – “Si violan mujeres violamos sus leyes“. Chi lo ha detto che le tragedie dell’antica Grecia non sono attuali? Il cartello che le Baccanti scatenate inalberano al teatro greco di Siracusa, non sono affatto una di quelle libere interpretazioni di Euripide, a cui l’Inda ha da tempo abituato gli spettatori della storica cavea. Nell’omonima messa in scena del catalano Carlus Padrissa, rappresentata dal 4 luglio al 20 agosto, in quel moderno “se violano le donne violiamo le loro leggi” è racchiuso il senso attuale di un testo scritto intorno il 406 avanti Cristo. Il quale mantiene tuttavia intatta la sua forza drammatica, soprattutto grazie a una regia che lo trasforma in uno straordinario spettacolo corale, dove la vera protagonista diventa la libertà di genere. Le tebane che si ribellano al divieto di praticare il culto di Dioniso, fino a sovvertire tragicamente lo stesso potere regale, all’epoca voleva mettere in guardia i potenti dal non interferire con la religiosità popolare. Oggi, con gli artisti-acrobati de “La Fura dels Baus“, l’opera euripidea diventa manifesto femminista ante-litteram. “Noi siamo le nipoti delle streghe che non bruciano”, recita in inglese uno striscione, accanto a un altro che proclama “my body my choice”.

“Sei libero quindi vola”, le menadi sospese alla gru come simbolo di libertà.

Ivan Graziano (Penteo).

“Sei libero quindi vola”, ostenta braccia alzate una delle menadi in preda al furore sacro. Il concetto espresso in castigliano si incarna in visione artistica, con 33 funamboli sospesi da una gru a rappresentare il deus ex machina. Per ammissione dello stesso regista si tratta di una rivisitazione del dio che, alla fine di ogni tragedia, con grande spettacolarità scenica interveniva a dire l’ultima parola sulle umane cose. Euripide non lo prevede nel testo, ma Padrissa lo inserisce, seppure con silenti ed evocative figurazioni acrobatiche. Così sfrutta in pieno le suggestioni offerte naturalmente dalla magnifica cavea, meraviglia dell’antichità scavata nella roccia del colle Temenite. Antico e moderno si intrecciano continuamente nelle oltre due ore di rappresentazione, della quale l’artista catalano ha curato direttamente pure luci, scene e musiche. Alla dualità temporale dell’allestimento, si somma quella di una “storia che continua a rappresentare la ricerca incessante di un equilibrio tra le nostre pulsioni, e le regole predeterminate della morale“, spiega Tamara Joksimovic. La scenografa aggiunge che pure “pari importanza nella creazione dei personaggi è attribuita all’espressione della sessualità in qualsiasi forma”.

Dioniso è Lucia Lavia, “bilanciamento tra energie femminili e maschili”.

Lucia Lavia (Dioniso).

La moltitudine di baccanti che si riversa nel proscenio attraversando il pubblico nelle gradinate, nasce dalla “idea di creare un gruppo eterogeneo di persone all’interno del quale la sessualità non viene espressa dal genere, ma da un costante bilanciamento tra energie femminili e maschili”. Punto focale di questa dualità esasperata, dove persino “il contrasto fra i seguaci del culto e quanti gli si oppongono risalta nettamente dall’abbigliamento”, è la scelta di Pedrissa di affidare il ruolo di Dioniso a un’attrice. Di Lucia Lavia non viene affatto nascosta la femminilità, ma la sua recitazione è così maiuscola, che passa dal registro femminile a quello maschile senza far avvertire alcuna soluzione di continuità. Le due forme in cui appare il dio nell’opera, come straniero e come divinità, sulla scena diventano visivamente due generi. Ed è una scelta per sintetizzare che “tutti gli elementi di questa produzione concorrono a veicolare una medesima idea: la necessità della libertà sotto tutti i punti di vista, come base della natura umana“. La forte impronta corale, e la spettacolarità circense del coro acrobatico, non hanno affatto offuscato le tematiche proposte delle note di regia né le performance drammatiche dei protagonisti.

Padrissa e “La Fura dels Baus”, la tradizione catalana prestata alla tragedia.

Stefano Santospago (Cadmo), Linda Gennari (Antea).

La trama è quella di Dioniso che arriva in incognito a Tebe, per difendere le sue seguaci. Il loro culto viene osteggiato dal re Penteo, perché fuori dagli schemi maschilisti. Quando prende atto che non riesce a impedirlo, il sovrano chiede aiuto al dio, considerandolo solo per un singolare straniero. Si fa convincere a travestirsi da donna, per spiare i rituali segreti delle baccanti. Però viene scambiato per una belva, e in preda a un’estasi furiosa sarà sua madre Antea stessa a iniziarne il linciaggio. La vendetta divina contro il miscredente si conclude con l’esilio del nonno Cadmo e dell’involontaria assassina del figlio. Stefano Santospago nel ruolo del capostipite, e Antonello Fassari in quello dell’indovino cieco Tiresia, sono all’altezza della tradizione Inda. Linda Gennari offre un’interpretazione maiuscola delle due Antea, quella invasata dall’ebbrezza dionisica e quella schiantata dal tragico ritorno in sè. Il lungo e convinto applauso consacra quello di Padrissa come uno dei più riusciti allestimenti degli ultimi anni. Al quale ha portato il valore aggiunto dell’esperienza artistica de “La Fura dels Baus“, con il loro spettacolare eclettismo che affonda le radici nelle acrobatiche piramidi umane dei Castell“, pilastro delle tradizioni popolari della Catalogna. Anche il finale è una sorpresa, innovazione rispetto al testo originario, forse un omaggio al Pirandello dei Sei personaggi in cerca d’autore. Lo scrittore della tragedia entra in scena dopo le ultime battute, soffermandosi a prendere appunti sulla casella del Caos, la prima del diagramma da cui tutto si sviluppa nel mondo: diventerà vittima delle creature che ha originato dalla sua penna. E’ proprio una rappresentazione classica tutta da vedere, prima ancora che da ascoltare.

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La critica, il critico e lo spettatore comune.

LA NOTA: Chi scrive non è un critico teatrale, né un professore in lettere classiche: è solo un cronista che racconta ciò che vede, filtrato dalla sua modesta cultura e discreta esperienza. Quanto espresso sopra si può piuttosto assimilare alle opinioni dello spettatore comune. Tanto di quello che si approccia per la prima volta alle tragedie, quanto di colui che sin da bambino le frequenta al teatro greco, come questo giornalista e la gran parte del pubblico siracusano. Nessuna pretesa quindi di giudicare lo spessore e la professionalità dei protagonisti di questa stagione dell’Istituto nazionale dramma antico. Semmai il contributo offerto ai lettori, profani o meno, per farsi un’idea di quanto va in scena. Con l’auspicio che la curiosità spinga chi legge ad andare comunque, non fosse altro per concordare o dissentire con queste righe. La cultura è sempre un investimento affidabile, di tempo e di denaro, anche quella che non incontra il personale concetto di “bello“. Perché comunque aiuta a formarlo, o confermarlo, o modificarlo. E in ogni caso si esce sempre più ricchi di come si è entrati.

Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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