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La colata di fango di Ischia cosa dovrebbe insegnarci

Ultimo aggiornamento venerdì, 2 Dicembre, 2022   17:41

L’ennesimo dramma che si è abbattuto sull’isola di Ischia (sabato 26 novembre) nel comune di Casamicciola, in seguito ad un’ enorme colata di fango e detriti che si sono staccati dal Monte Epomeo, dovrebbe far riflettere molte amministrazioni comunali, e non solo della Campania. E prendere immediati provvedimenti almeno sui temi di dissesto idrogeologico, abusi edilizi, mitigazione del rischio mai eseguiti (nonostante i finanziamenti disponibili).

Intanto ci si chiede: in un’isola in cui i lutti per queste cause sono stati molto frequenti, perché si è continuato a dormire tranquilli in case costruite negli alvei e negli impluvi? Quell’ammasso-killer di pietre e fango sceso giù e che ha travolto case e persone (12 vite spazzate via, tra cui quattro minori), forse si sarebbe potuto evitare con la messa in sicurezza, con la stabilizzazione dei versanti, considerato che i fondi stanziati erano lì in attesa da 12 anni (3 milioni e 100 mila euro). Così come i progetti ci sono ma gli interventi risultano ancora in attesa (di cosa?). 

L’inchiesta penale dovrà chiarire ora vari punti che prendono corpo ogni giorno. Come mai quei soldi nonostante fossero disponibili non sono mai stati spesi? Almeno 50mila euro sono stati però impegnati per le consulenze (i rilievi geologici), soldi sbloccati subito per i vari pareri, in uno scenario in cui la riqualificazione degli alvei è rimasta lettera morta.

La mappa pubblicata dal quotidiano La Repubblica in data 27 novembre 2002

Pericolosità molto elevata ma migliaia le domande di condono

Il 49% del territorio dell’isola di Ischia è classificato nei Piani di Assetto Idrogeologico come pericolosità “elevata e molto elevata”. Sono oltre 13mila gli abitanti residenti nelle aree a maggiore pericolosità per frane. E’ evidente però che c’è una grave responsabilità delle pubbliche amministrazioni che hanno poco vigilato per debellare il fenomeno dell’abusivismo. Nel complesso solo le domande di condono edilizio presentate ad Ischia dal 1985 sono 27.000 (dalla singola stanza edificata alla casa interamente costruita senza nessuna licenza edilizia). Molte di queste sono state costruite su crinali della montagna franosa, lunghi percorsi di scolo delle acque. Si calcola che almeno 13.500 appartamenti sono sorti senza alcun permesso di costruire. L’associazione Legambiente su questo punto ha fornito alcuni dati sui sei comuni che compongono l’isola: 8530 istanze di condono sono state presentate a Forio; 3506 a Casamicciola; 1910 a Lacco Ameno

Le demolizioni inesistenti

Dal 1996 al 2017 sono state fatte 10 demolizioni; dal 2018 al 2022, sono stati 20 gli abbattimenti eseguiti. Basta già questo dato per avere una panoramica della situazione. Nonostante ci si trovi dinanzi ad una “situazione estrema” e con un rischio troppo alto, la “delocalizzare” però non è mai stata presa in considerazione. 

Una storia lunga di frane e vittime

Il fiume d’acqua e detriti è partito dal versante nord del monte Epomeo e si è riversato su Casamicciola

L’ultima frana con vittime a Casamicciola, oltre a quella del 2009, era avvenuta nel 1987: un morto. Nel 1910 nello stesso comune avevano perso la vita 11 persone. Nel 2006, nella parte meridionale dell’isola, c’erano stati 4 vittime. 

Dagli anni ’50 un po’ in tutta Italia si è costruito in modo dissennato, senza alcuna considerazione per il territorio, come ha fatto notare Alessandro Trigila, ricercatore dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): “Negli anni ’50 il 2% del suolo italiano era antropizzato. Oggi siamo a oltre il 7%. Ci sono volute le 160 vittime della frana-alluvione di Sarno, nel 1998, per arrivare a un piano di assetto idrogeologico e per vietare la costruzione in alcune zone pericolose. Nel frattempo, però, si era già edificato moltissimo”.

Il WWF Terre del Tirreno: si continua a mettere a repentaglio la vita delle persone

Il WWF da anni documenta e testimonia quello che quotidianamente accade, denunciando anche le responsabilità della politica, spesso incapace (o non interessata) a risolvere le emergenze ambientali che affliggono interi territori. Lo fa da sempre, in prima persona Claudio d’Esposito, presidente della locale sezione “Terre del Tirreno” che ha la sua sede in Penisola sorrentina, con denunce dettagliate e sempre puntuali:

Nell’orografia del nostro territorio, attraverso millenni, si sono formati alvei, canali, canyon e forre, atti a convogliare e scaricare verso mare le preziose acque meteoriche – spiega d’EspositoSuccessivamente l’uomo si è arrogato il diritto di modificare la Natura a suo profitto e piacimento, incurante delle più elementari regole di prudenza e degli effetti che azioni sbagliate avrebbero avuto sul suo stesso territorio. Il nostro è ormai un paese dalla topografia provvisoria – come scriveva Antonio Cederna – anzi, un paese a termine! Un’antica e radicata malformazione mentale induce a considerare il territorio una terra di conquista da manomettere, nell’assoluta ignoranza delle sue caratteristiche!”.

Il ricordo dell’alluvione di Atrani

L’alluvione di Atrani del 9 settembre 2010

La tragedia di Atrani – ricorda Claudio d’Esposito in un comunicato stampa – portò alla ribalta i reali rischi che la Costiera amalfitana corre per il dissesto idrogeologico alla quale è sottoposta. Ma portò alla luce anche le gravi responsabilità dell’uomo e l’allarme, da troppo tempo ignorato, della necessità di manutenzione e pulizia ordinaria degli alvei assieme alla conservazione delle aree boschive e coltivate lungo le aste fluviali. Non c’è bisogno di opere maestose e faraoniche bensì abbiamo bisogno di controlli continui e piccole opere di difesa offerte spesso dall’ingegneria naturalistica in aree dove l’emergenza è reale”.

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