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La Spagna di explotar e aprovechar si chiama Valencia

Il primo giorno in cui sono arrivata a Valencia due sono stati i termini che mi hanno colpito: explotar e aprovechar

Erano le due parole che venivano continuamente ripetute ad un’amica che anni addietro era stata in Spagna per un Erasmus. Due parole che letteralmente significano: sfrutta e approfitta. La mia amica veniva invitata a “sfruttare e ad approfittare” delle situazioni che le si sarebbero presentate durante la sua permanenza in Spagna. 

Nella nostra lingua entrambi i termini possono essere vissuti con un’accezione negativa. Sfruttare e approfittare di una situazione, di un’occasione potrebbe essere di cattivo gusto, soprattutto quando si è ospiti.

In Spagna, invece, vengono usate al positivo.

Explotar è cogli l’attimo.

Aprovechar è vivi il momento.

In queste due parole è racchiuso tutto quello che è l’approccio alla vita che gli spagnoli hanno. E così la mia permanenza in Spagna si è avviata tenendo ben presente queste due parole.

Valencia

L’aria che tira è di leggerezza. Valencia è fruizione. 

Con facilità si accede a tutto ciò che la città ti offre.

A Valencia con 1,50 euro arrivi al mare, con 2 euro vai al museo, con poco più di 10 euro al teatro.

Le vetrine a Valencia nei giorni della festa de Las Fallas

Il mercato, con i banchi di carni, verdure, frutta, pesce e formaggi è un invito al godere dei frutti della terra valenciana. 

Le vetrine: sono un’esplosione di colori anche se siamo in pieno inverno.

Le piazze con i tavolini sempre affollati e  ciarlieri. Quanto parlano, parlano, parlano. Le tapas sono l’ideale per incontrarsi e chiacchierare, chiacchierare…ma quanto chiacchierano!

Di argomenti ne hanno tanti.

Immaginate che siamo nel periodo che precede Las Fallas

LAS FALLAS: Patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco è la festa per eccellenza qui a Valencia. 

Valencia, gli abiti tipici in occasione de Las Fallas

Questa festa è molto sentita dai valenciani: è tra le più famose delle già famose feste della Spagna, tanto da richiamare migliaia di visitatori dalla penisola iberica e non solo. 

La festa de Las  Fallas è gemellata con quella dei Gigli di Nola.

Per un verso è molto interessante partecipare a questo momento che precede la vera e propria festa che inizierà il primo marzo e si concluderà il 19 marzo, San Giuseppe, santo al quale è dedicata.

In quella notte si darà fuoco alle gigantesche costruzioni di cartapesta perché, come dicono i valenciani se la festa è effimera e con il fuoco tutto svanirà  velocemente, non effimero è l’amore che hanno per il Santo, per la Madonna e per la Comunità Valenciana.

Las  Fallas non sarebbero las  Fallas senza i valenciani!

Ritorniamo all’aspetto più strettamente femminile. È infatti il periodo dei preparativi. In ogni casa c’è fermento. Si dovrà cucire il vestito che dovrà essere il più bello di tutte. L’acconciatura e gli accessori, una continua ricerca.

La scelta della stoffa, deve essere di seta. Valencia è la città della seta e le stoffe usate riprendono i motivi fiorati antichi di secoli  che puoi ritrovare esposti nel Museo de la Seda.

Negozi di stoffe disseminati per il centro, alti più di tre piani, una varietà infinita di  tessuti, trine e merletti. In uno di questi c’è un cartello con su scritto: 100.000 metri di tessuto!

Immaginate  quale chiacchiericcio fitto fitto per la scelta del tessuto, delle rifiniture, della mantiglia e degli accessori.

Valencia, 100.000 metros de tela

Un tempo anche da noi si cuciva, si chiacchierava, oggi mi sembra che ci sia troppo silenzio.

Penso che uno dei motivi per cui questa è una festa riconosciuta come patrimonio Unesco sia dovuta proprio alla capacità di generare “intimità”.

Nella nostra Italia da tempo abbiamo perso l’abitudine di lavorare insieme, mamme e figlie.

Eravamo e siamo anche noi ricchi di tradizioni ma con il tempo le abbiamo abbandonate e con esse è anche sparito quel senso di “intimità”.

Con Las Falles Valencia ha “Explotar” l’occasione per custodire la tradizione e da essa generare economia, di quella bella che tanto bene fa ai territori. Perché è una festa che coinvolge tutta la comunità. 

Sotto le Torres de Serranos ho avuto il piacere di assistere a La “Crida”, la “chiamata”: è uno degli atti della “Fallas” più emotivi per i valenciani. 

Alla fine di febbraio, solitamente di domenica dalle Torri del Serrano (una delle più antiche porte della città di Valencia), la “Fallera Mayor” (la regina della festa) compie la “crida” invitando tutti i valenciani e tutta la gente presente a visitare Valencia e a partecipare e conoscere la FALLAS di Valencia. Tutti a bocca aperta davanti allo spettacolo dei fuochi d’artificio e tutti in coro a cantare l’inno valenciano tenendosi abbracciati. Che popolo gli Spagnoli!

Paella

La paella valenciana

La Paella è nata a Valencia e, di preciso all’Albufera. Parco naturale poco distante dalla città raggiungibile facilmente con un pullman e un biglietto da 1,50 euro.

La Albufera è un ecosistema mediterraneo che riunisce spiagge selvatiche di dune, boschi, risaie e un enorme lago, nel quale si possono fare escursioni in barca. 

L’occasione l’abbiamo “explotar”compiendo tutto il rito. Ad iniziare dal pranzo in un tipico ristorante con la paella cotta sulla legna e mangiata tutti nello stesso piatto – paella condivisa –  alla gita in barca, nel pomeriggio aspettando l’ora del tramonto.

Dicevamo “explotar”: ecco che anche in questo caso la comunità di Albufera ha saputo sfruttare un’opportunità. El Palmar e gli altri caratteristici borghi che contornano il lago hanno saputo ricavare economia da un piatto della tradizione.

La “comunità”è un’altra di quelle paroline magiche che sempre ritornano nella mia mente in questa permanenza. Tutto ruota attorno alla comunità. Un tempo addirittura i matrimoni non erano consentiti se non all’interno della comunità.

La paella è un rito di “comunità”. Il fatto stesso di mangiarla tutti insieme nello stesso piatto porta a comprendere quanto sia importante condividere e rispettare gli altri, ognuno deve rimanere nei propri confini. Un piatto educativo, lo si potrebbe definire.

Ah! Se noi apprendessimo questa lezione di vita. Se pensassimo solo al nostro ragù e a tutta la tradizione identitaria ad esso legata potremmo sviluppare una economia di quelle che danno risposte locali ma che hanno un respiro globale.

Flamenco

L’occasione ci è stata offerta da Cristian, un ragazzo Valenciano. Il suo contatto mi è stato dato da amici italiani. Cristian ha vissuto un’esperienza di volontariato e collaborazione con Acarbio, centro culturale di Tramonti.

Antonella Dell’Orto in un locale tipico di Valencia

Lui ci ha segnalato un localino dove si teneva una jam di flamenco.

Un “covo”. Un’atmosfera densa. Siamo arrivati un po’ prima per prendere posto. Il locale è piccolo e piano piano si è riempito di umanità. Molte le facce gitane, giovani con capelli lunghi e l’aria vagabonda.

L’ambiente si è riscaldato, anzi si è surriscaldato. Il flamenco è il fiato del popolo. In esso ci  puoi cogliere la sua vera essenza, il suo carattere, la sua passione. La voce Roca, gutturale e il battere incessante  delle mani hanno un che di catartico e liberatorio.

La radice comune dei canti popolari ci fa sentire tutti fratelli. Il Mediterraneo il nostro mare.

La seta

Due sono i siti che non bisogna perdere:

il Museo de la Seda

La Lonja

Fruibili con una modica cifra ed entrambi propongono un percorsi con un’audioguida. 

La Lonja


Mentre facevo il giro con la mia audioguida mi sono imbattuta in una scolaresca italiana. La loro guida davanti alla facciata centrale ha saputo attirare l’attenzione dei ragazzi mettendo in evidenza tutti i richiami al “sesso” che nelle decorazioni barocche delle colonnine sono riportate! Mai scolaresca più attenta!

La Lonja Valencia

Peccato che nella mia audio guida non ne faceva cenno, ma tutto era spiegato in termini di simbolismi religiosi. La Lonja è patrimonio Unesco, spettacolare la sala colonnata, un tempo qui si incontravano i mercanti provenienti da tutto il mondo.

Bella e rilassante la visita al museo de La Seda

Anche in questo caso hanno saputo “aprovechar” della loro storia aprendo una piccola bottega dove dalla filatura direttamente dal baco e dal funzionamento dei telai antichi, la voglia di acquistare un accessorio di seta è immediata! Io ho preso un bel cravattino per mio figlio.

Almuerzo, comida, merendar e cenar

Il ritmo della vita valenciana è scandito dal cibo.

I bocadillos spagnoli

L’almuerzo, la pausa che si fa a metà mattinata, quando quel leggero languorino ti fa un buco allo stomaco, qui è istituzionalizzata. Si fa al mercato oppure in uno dei tantissimi bar ma sempre seduti: un bocadillos con tortillas e un sumo de naranja! Anche qui “explotar”prodotti locali.

È una consuetudine molto radicata, tanto che a lavoro si ha diritto alla pausa per farlo.

Per comidar ci si reca al mercato o anche qui in uno dei tantissimi locali disseminati per il centro antico.

Merendar. Due sono quelle d’obbligo: HOrchata de chufos e fartons. Cioccolata calda e churros…. 

Valencia, Horchateria de Santa Catalina

Entrambe, in due pomeriggi diversi le ho gustate alla Horachateria di Santa Catilina. Una Horchateria  con due secoli di storia dove si respira una bella atmosfera con le pareti maiolicate. Queste piastrelle arrivano da un paesino poco lontano, Manises.

Pelucheria

Non ho resistito e con una messa in piega sono entrata in una pelucheria per respirare l’aria di Almodovar, le riviste di gossip erano tutte lí.

Jardin Botanico

Università di Valencia, il Giardino Botanico

Il mio stage si è svolto al Giardino Botanico dell’Università.
Ho avuto l’opportunità di seguire le attività didattiche della Gincko Educacion, un’associazione che si occupa di percorsi didattici diretti ai frequentatori del giardino.

I numeri di visitatori che ogni anno questo giardino fa è molto interessante. 137000 ogni anno  e sono più di 10000 quelli che scelgono i percorsi didattici.
Una bella realtà all’interno della città: una vera e propria oasi di verde con esemplari di alberi provenienti da tutti i continenti e le varie sezioni dedicate alle piante officinali, aromatiche ed anche un orto con ortaggi di ogni tipo.

Quest’esperienza ha rafforzato il mio senso di appartenenza all’Europa e questo in un periodo storico in cui alcuni stati membri hanno deciso di uscire fuori. Può essere invece un importante modo per rafforzare l’identità europea e difenderla. Certo l’Italia non ne esce proprio bene. I nostri giovani che hanno l’opportunità di fare esperienza di scambi europei con Erasmus spesso non tornano trovando nei paesi ospitanti opportunità di lavoro e di inserimento.

Molto accogliente lo staff che mi ha coinvolta nelle sue attività con un vero spirito di scambio culturale e sociale. Obiettivo vero dei progetti Erasmus.

L’Italia deve interrogarsi sul perché ed attivarsi per dare risposte lavorative e concrete ai nostri giovani.

Erasmus deve rappresentare un momento di confronto e crescita ma poi i giovani devono poter ritornare e declinare sui nostri territori ciò che hanno appreso all’estero.

Speriamo che si lavori per un cambiamento e che ognuno di noi, una volta rientrato nel proprio ambiente possa essere portatore di nuova energia e nuovi progetti e nuove speranze.

Siamo partiti in 13. E siamo pure tornati in 13.

Il gruppo Erasmus a Valencia

Un gruppo molto eterogeneo. C’era di tutto!

Dall’intellettuale di sinistra al simpatizzante di  Salvini; dal raccontatore di barzellette al conoscitore della movida; dagli chef agli atleti passando per le iperattive arrivando alle comode.

Ma chi è stato più utile di tutti è la psicologa che a fine permanenza ci ha racchiusi tutti in un test. Il risultato è racchiuso su un tovagliolo di carta!

P.S. Questo racconto è manchevole in molti punti ma come si fa a racchiudere Valencia su dei “fogli”? Sarà necessario tornarci per colmare le lacune…non ho per niente parlato della Valencia moderna, quella del parco del Turia e di Calatrava!

Un ringraziamento particolare va ad Essenia UETP e Athenea job, partner in Valencia (senza di loro tutto ciò  non sarebbe stato possibile). La professionalità con la quale portano avanti da anni i progetti Erasmus è un grande patrimonio per il nostro territorio.

Grazie a Maura, Lorenzo, Virtu e Antonio.

Antonella Dell’Orto in uno storico bar di Valencia

Antonella Dell’Orto*

*Biologa, contadina e viaggiatrice


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