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“Ne hai per poco”, ancora minacce a Borrometi. L’Agirt: la mafia non tollera l’incisività del web-giornalismo

“Picca nai”, ne hai per poco. Solo chi è siciliano come Paolo Borrometi può afferrare tutta la brutalità di quelle due parole in dialetto, inviate come una sentenza capitale. Il giornalista antimafia le ha ricevute il 22 gennaio nella redazione di Tv2000, insieme a tre chiodi, dentro una busta senza firma ma con un mittente inequivocabile. Lo chiamano “mafia”, ci hanno scritto bestseller e girato film di successo, ma di romanzesco e cinematografico non ha nulla. Ha la stessa poesia letteraria che può avere una discarica, anche quando mette giacca e cravatta per piegare le istituzioni ai suoi affari. Perché questo ha denunciato – e continua a denunciare – il cronista di Modica che vive sotto scorta: le infiltrazioni mafiose in alcuni consigli comunali del Siracusano. E proprio questo gli ha fatto arrivare l’ennesima minaccia di morte, anonima quanto può esserlo la puzza che emana da una fogna. Una condanna inflitta perché riconosciuto colpevole di raccontare, di far sapere a tutti ciò che invece si vuole fare restare nell’ombra.

“Non arretriamo di un millimetro, ora più che mai tutti i cronisti sono vicini a Paolo, le intimidazioni non ci fanno paura” ha scritto il vice-presidente nazionale dell’Unione cronisti, Leone Zingales. Le minacce di morte però nessuno le sottovaluta. Molti – troppi – hanno pagato con la vita la “colpa” di scrivere verità scomode, di fare il loro mestiere con la schiena dritta. Non può essere un caso che l’ultimo bersaglio sia stato “avvisato” proprio quando veniva insignito del Premio Francese, intitolato al cronista di giudiziaria freddato a Palermo 40 anni fa dai corleonesi. Lo ha fatto notare l’Associazione dei giornalisti radiotelevisivi e telematici di Siracusa, in un documento dove sottolinea come sia “un attacco che colpisce tutti i cronisti impegnati in prima linea”. Facendo rilevare che “Borrometi, professionista impegnato sui nuovi media ed in televisione, è particolarmente esposto proprio per gli strumenti della comunicazione che ha scelto, poiché ha un’incisività d’azione ormai diventata intollerabile per la criminalità”.

Il presidente dell’Agirt, Pippo Cascio, spiega come “il messaggio che passa dai nuovi media abbia, infatti, una potenzialità di percezione, una velocità di veicolazione ed una così forte capacità didattica, che lo fa divenire dirompente”. Borrometi conduce le sue inchieste dal giornale online che dirige, “La Spia”. E il proprio il web, terreno prediletto di haters e fake news, lo ha fatto diventare “arma potentissima in difesa della società civile”. Quella stessa società che assiste attonita all’involuzione del linguaggio mediatico persino nelle istituzioni, degradate da presidio dei diritti costituzionali a brodo di cultura per preoccupanti derive. Se un ministro dell’Interno pone la questione di togliere la scorta a Roberto Saviano, e riceve impassibile i baciamano fra chi plaude all’idea di lasciare senza protezione il giornalista-simbolo della rivolta civile contro la camorra, c’è tutto un sottobosco sociale che vi legge ben altro. A prescindere dai selfie sulla ruspa “ministeriale” che, demolendo le ville abusive al clan di Ostia, vorrebbe raccontare cose diverse.

“Per questo difendere la libertà d’inchiesta, di critica, d’analisi (anche scomoda) dei giornalisti con la schiena dritta è un compito di cui tutti devono farsi carico”, avvertono i collegi siracusani dell’Agirt. Aggiungendo che “la democrazia, nella quale la libertà d’informazione rappresenta una componente irrinunciabile, si preserva con l’impegno corale di tutte quelle comunità che hanno compreso come la diffusione della conoscenza e la crescita del bene comune, passino attraverso la difesa ed il potenziamento di un’informazione responsabile e senza condizionamenti”.

 

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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