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Inda: da Siracusa a Pompei i Persiani di Eschilo contro ogni guerra

SIRACUSA – “Nessuno ritorna dalla guerra. Non solo chi muore. Nessuno”. È in questa aggiunta contemporanea all’immortale testo di Eschilo, la sintesi di una delle più riuscite trasposizioni delle tragedie greche messe in scena dall’Istituto nazionale del dramma antico nella stagione 2026.  Non a caso questo allestimento de “i Persiani” firmato dallo spagnolo Àlex Ollé, fra i protagonisti di quella straordinaria fucina catalana di sperimentazione che è “La Fura Dels Baus”, ha suggellato il suo successo di pubblico con l’assegnazione del “Premio Stampa Teatro” della critica a uno dei protagonisti, Giuseppe Sartori. Consegnato da Alessandra Costante, segretaria generale Fnsi, in chiusura del ciclo di rappresentazioni nell’antica cavea Patrimonio Unesco del teatro greco di Siracusa. Dopo l’ultimo spettacolo del 28 giugno, in quel palcoscenico di pietra che vide lo stesso tragediografo greco recitare nella sua opera, la produzione dell’Inda si sposta in un altro altro sito Unesco di grande suggestione. Dal 10 al 12 luglio tocca infatti al Teatro Grande di Pompei fare da quinta al più antico testo teatrale arrivato completo ai giorni nostri. E che ancora oggi mostra tutta la sua attualità, con le sue riflessioni sugli inutili lutti inflitti dalle ambizioni imperialistiche ai loro stessi popoli. Uno spunto che il regista del XXI secolo ha approfondito, con efficaci trovate sceniche e scenografiche dove passato e presente si intrecciano senza soluzione di continuità, in una narrazione unitaria che la trasforma in un potente e attualissimo manifesto contro il ritorno del bellicismo “necessario”.

Alessio Boni

D’altronde la tragedia eschilea aveva un approccio rivoluzionario già all’epoca della sua prima rappresentazione ad Atene, appena pochi anni dopo la vittoria decisiva nelle acque di Salamina, dove il drammaturgo di Eleusi era fra i combattenti della flotta greca, dopo essere stato fra gli opliti ateniesi che affrontarono corpo a corpo il soverchiante esercito della Persia nella battaglia di Maratona. In quel bellicoso V secolo avanti Cristo, che celebrava come protagonisti assoluti gli eroi vittoriosi dei mille scontri fra le città-stato, il veterano reduce dalle vittorie impossibili ribalta la prospettiva. Non esalta il trionfo definitivo degli eroici vincitori a Platea, non enfatizza l’eroismo disperato delle Termopili,  ma racconta i lutti degli invasori sconfitti per avvertire che la guerra è solo l’ultima e estrema ratio della pace. Eschilo, che poi morirà nella siciliana Gela tornata democratica dopo una sequela di tiranni, mette in guardia anche dal dispotismo dell’uomo solo al comando, la cui ambizione personale trascina nel dramma solo la gente comune mentre il potere assoluto continua a perpetuarsi. “Se avrà successo sarà portato in trionfo, mentre se fallirà…No! Lui non deve rendere conto al suo popolo. Basta che si salvi e potrà continuare a regnare su questa terra come prima”, declama la regina Atossa, in pensiero per la sorte del figlio Serse.

La consegna del Premio Stampa Teatro a Giuseppe Sartori, accanto Alessandra Costante, al centro e in copertina Anna Bonaiuto.

Con questa chiave di lettura, Ollé plasma “i Persiani” come una rappresentazione dal doppio registro. Sul proscenio, la performance teatrale del testo classico tradotto per l’occasione da Walter Lapini, ordinario di Lingua e civiltà greca all’università di Genova. Sullo sfondo, a fare da quinta, un maxi schermo che ritrasmette in bianco e nero la recitazione. Ma si tratta di una ripresa live con una propria regia raffinata, in grado di sovrapporre e far dialogare i due diversi linguaggi, quello del teatro tradizionale e quello della trasmissione televisiva. La tragedia diventa così, contemporaneamente, antica e moderna anche nel racconto visuale. Contribuisce pure la scenografia minimalista, fatta da un grande tavolo per conferenze al vertice con tanti posti svuotati dalla guerra, dove siedono sparsi alti militari in uniformi pluridecorate e diplomatici in nere grisaglie ministeriali. Per  dare ritmo moderno all’opera eschilea, agevolando al contempo le inquadrature in primo piano, il regista spagnolo spezza il coro in una serie di monologhi. Ne viene fuori un’opera corale, dove non spiccano solo il messaggero Sartori premiato da Assostampa Siracusa, o la maiuscola Anna Bonaiuto come regina, o l’imperatore sconfitto Massimo Nicolini, o il predecessore Alessio Boni. Ma a partire dal capocoro Marco Maria Casazza, tutto il cast può strappare l’applauso individuale.

Virginia Giannone.

Tuttavia la vera sorpresa di questa tragedia allestita nella stagione numero 61 dell’ Inda, sono gli inserti dei drammatici monologhi firmati da Margherita Cinardi e Daniele Nardelli“Fermi! Scusate! Posso dire una cosa? É possibile avere un microfono?”. Virginia Giannone dal pubblico interrompe bruscamente i generali, per interpretare una giovane madre, commessa al supermercato diventata vedova di guerra, il cui futuro è stato distrutto da un conflitto oscuro subito sulla propria pelle. “Non voleva essere un soldato e tantomeno uccidere. Per lui, i nemici erano solo persone”. Antonio Esposito invece recita, volutamente confuso, la confessione di un traumatizzato  caporale sopravvissuto alla battaglia. “In realtà, io non sono più tornato. Avere una vita normale dopo tutto quello che ho visto sarebbe da pazzi. E io non sono pazzo”. Sulla scena Ollè fa concludere il testo di Eschilo con una cena elegante fra Serse e Atossa, simbolo del potere che va avanti nei suoi riti e nei suoi lussi abituali, indifferente ai drammi di cui è responsabile. Ma il regista di Barcellona chiude emblematicamente il suo Persiani con le parole vibranti di una madre, cui dà voce Simonetta Cartia, che attende senza speranza il figlio disperso. “Siete bravi a convincere la gente. Con il vostro potere non fate altro che ingannare i giovani e mettere a tacere le madri”. Vicina ha la famiglia reale destinataria dell’invettiva, che tuttavia banchetta noncurante. Ma conclude rivolta verso la cavea, con il campo largo della telecamera fissa che riflette il pubblico nel maxi schermo, come interpellato da una moderna Hera che inchioda l’accidiosa umanità mortale alle sue responsabilità, complice silente nelle tragiche derive dei governi:”Abbiate un minimo di vergogna”.

La protesta teatrale inserita da Ollé nei Persiani

Autore

Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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