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Il geologo Di Benedetto: Atrani, dopo due esondazioni nulla è cambiato

Il geologo Vittorio Di Benedetto analizza dettagliatamente le cause che hanno determinato l’alluvione in Costiera amalfitana del 9 settembre 2010. Nel periodo trascorso dall’ultima copertura dell’alveo, il Dragone è esondato due volte. La frequenza dell’esondazioni è aumentata.

L’uomo sottomette la natura che sottomette l’uomo

Il filosofo naturalista Eraclito di Efeso VI sec. a.C. osservando lo scorrere dell’acqua  dei fiumi, si convinse che i corsi d’acqua “cambiano” continuamente nel tempo con l’ambiente circostante, e non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume. Il torrente Dragone che attraversa Atrani, comune della Costiera amalfitana, ”contraddice” questa teoria perché da circa quarant’anni (tempo che per i problemi che impone è quasi un’epoca geologica ), dopo due esondazioni del 1987 e 2010, nulla è cambiato nel senso di un’attenuazione del rischio.

Il fenomeno meteorologico del 9 settembre 2010

Il bacino idrografico del Dragone

Il bacino idrografico del torrente confina con i Comuni di Atrani, Scala, Ravello e piccola parte di Tramonti. La forma  è allungata in direzione nord-sud  per circa 7 Km, la maggior parte dell’alveo scorre in una valle stretta e profonda, una forra in termini morfologici che segna il confine tra i Comuni di Scala e Ravello. Questa struttura si è formata a seguito di un rapido sollevamento a scala regionale della crosta terrestre avvenuto nel medio Pleistocene, approssimativamente 600.000 anni or sono. Il torrente nasce da sorgenti vicino al Monte Cerreto + 1320 s.l.m., l’asta principale, situata sulla sinistra orografica, riceve le acque di ruscelli provenienti dai rilievi  che bordano il bacino sulla destra orografica., la superficie è pari a 9.56 Kmq. Le rocce costituenti il bacino sono calcari dolomitici ricoperti da    sedimenti sciolti di origine vulcanica provenienti sopratutto del Vesuvio nella forma di cenere, lapilli, scorie i cui   spessori variano da pochi decimetri a circa 5 m. 

Nei giorni prima del 9 settembre 2010 una vasta depressione atmosferica centrata sull’Italia settentrionale ed estesa alle  regioni più a nord,  richiamò una massa di aria caldo umida dal Mediterraneo che si trasformò in un fronte nuvoloso effetto dell’intensa evaporazione. Il sistema dei radar meteorologici del DPC (Dipartimento Protezione Civile) intercettò il fronte che si spostava lentamente nel basso Tirreno essendo la ventilazione atmosferica in quel periodo ridotta. Sulle mappe apparivano  piccole aree di colore rosso in crescita e stabilizzate su traiettorie, segni che  preannunciavano una prossima formazione di temporali. Nelle ore pomeridiane dell’8 settembre il fronte si avvicinò sulle coste campane. Parte della perturbazione si spostò in direzione di Castellammare di Stabia, ma la maggior parte di essa incrociò  il versante sud della catena costiera, caratterizzato da valli fluviali disposte in direzione nord-sud.  Il 9 settembre, da notizie raccolte in loco, nelle prime ore del mattino il cielo era uniformemente coperto e una  pioggia non molto intensa cadeva  sull’abitato di Atrani e sul bacino del torrente a nord. Questo regime durò fino alle ore meridiane, ma successivamente  nelle ore pomeridiane  l’intensità della pioggia  aumentò a livelli elevati, e verso le ore 17.50 e  18.45 sul territorio si abbatté un diluvio, il pluviometro di Ravello, a quota +370 m,  misurò 80 mm di pioggia in un’ora. Nell’atmosfera si erano formati cumulo-nembi, particolari nuvole frequenti  quando in quota si alternano strati di aria calda e fredda molto accentuati. Anche la presenza geografica della catena dei Monti Lattari, massima altezza 1400 m a S. Angelo a Tre  Pizzi, ha contribuito alla genesi di queste meteore. In assenza di forti venti, queste formazioni raggiungono altezze di 13-15 Km negli eventi più intensi, concentrano le precipitazioni al suolo in un’area ristretta, nel caso in esame, di circa 4-5 Km,  persistendo sul medesimo punto,  il ciclo di vita della nube è breve, in genere non supera le due-tre ore. 

Effetti al suolo e propagazione della piena

Nei corsi d’acqua con bacino idrografico poco esteso le condizioni locali si fanno sentire maggiormente sia nelle caratteristiche idrodinamiche che nelle modalità di trasporto. A tale riguardo riveste interesse il profilo longitudinale del bacino, più che il dislivello tra sorgente e foce che nel caso in esame e di circa 1300 m. Il profilo longitudinale del torrente è caratterizzato  da una serie di tratti pianeggianti alternati a gradoni con salto a stramazzo, che nel tratto tra Scala e Atrani sono organizzati in briglie di contenimento dei detriti.

Un’immagine del torrente Dragone con i gradoni

Le  piogge  provocarono  soprattutto sul lato destro orografico  profonde erosioni nei sedimenti piroclastici sciolti, già inclini al dissesto per la pendenza  del rilievo di 40°. Saturi d’acqua essi scivolarono in massa lungo la preesistente superficie dei calcari (rocce in posto) e raccolti nella rete dei canaloni. I rilevamenti stratigrafici  effettuati dallo scrivente alcuni giorni dopo l’esondazione accertarono che i materiali  franati giacevano senza aver raggiunto l’alveo principale. Medesima osservazione è stata rilevata da altri autori nel convegno presso UNISA a Fisciano nel febbraio 2012.  Lungo l’alveo da Scala fino all’ingresso nell’abitato di Atrani, le foto scattate qualche giorno dopo l’evento indicano che  il volume di materiale trasportato dalla piena non è  grande. Non esiste alcun segno di distruzione dei manufatti costruiti sull’alveo, i ponti sono intatti nelle vicinanze del bivio per Pontone. Il corso d’acqua lambisce un fabbricato preesistente alle due ultime esondazioni.

Il torrente Dragone nelle vicinanze del bivio per Pontone

I lavori degli anni ‘70 e conseguenze idrauliche

  • La copertura nel posto sbagliato

Nel tratto urbano l’alveo è stato ricoperto una prima volta nella seconda metà degli anni ‘30 dalla foce fino all’altezza dell’attuale giardinetto. Da questa sezione l’alveo restò scoperto per una lunghezza di 90 m, appena oltre si trova un’arcata eretta da tempo e poggiante sulle sponde rocciose dell’alveo largo poco più di due metri a sostegno di un terrazzamento coltivato e oggi usato come parcheggio.

L’arcata eretta nel torrente Dragone

Fino agli anni ‘70  la sponda destra era costituita da un’alta muratura a sostegno di un passaggio pedonale sterrato al piede delle macere dei terrazzamenti coltivi, quest’area non subì danni dopo tutti i fenomeni di piena. Verso la fine degli anni ’70 l’amministrazione comunale proseguì alla copertura di quest’ultimo tratto utilizzata a parcheggio, con la modifica dell’alveo  per la costruzione di un fabbricato per civili abitazioni. 

  • L’insufficienza idraulica della sezione  di copertura
La copertura del parcheggio sopra il torrente Dragone

La copertura  del parcheggio ha configurato una sezione larga 3,70 m x 2.90 m situata appena a valle della predetta arcata. A monte l’alveo torrentizio in breve spazio degrada con una serie di gradoni, fino a fondo valle dove si dilata formando un’area tondeggiante. Questa morfologia, dal punto di vista idraulico, crea una discontinuità: il flusso della corrente, anche se in moto turbolento, rallenta per la maggiore larghezza comportando un abbassamento della velocità del flusso con il quadrato della velocità. In conseguenza l’energia cinetica persa è compensata da un aumento dell’altezza del tirante idrico che non raggiunge la volta dell’arcata per la spinta dell’acqua che arriva da monte. Dopo l’arcata, di nuovo l’alveo subisce una seconda dilatazione e il livello dell’acqua risale di più fino ad esondare in funzione della piena. Le esondazioni del 1987 e del 2010 sono avvenute ripetendo le medesime condizioni: nell’ultima una lama d’acqua alta 0.60 cm non è riuscita a infilarsi nella sezione della copertura del parcheggio, ha allagato il tratto pianeggiante, poi la pendenza del Corso del Dogi ha impresso velocità alla corrente travolgendo le auto disastrosamente ancora in sosta.

La soletta di Corso dei Dogi

Più a valle la soletta di Corso dei Dogi è stata rotta perché localmente l’alveo è stato ristretto per la costruzione di un setto murario (a difesa di abitazioni ?) e per la  presenza di grosse tubazioni. Si richiama l’attenzione che al momento del trascinamento delle auto l’onda di piena non era ancora arrivata. 

  • Sintesi 

La natura agisce ciclicamente rispettando equilibri a piccola e grande scala, l’azione dell’uomo è vitale, ma si rende responsabile con disquilibranti trasformazioni, evitabili, soprattutto a media-piccola scala, quando  gli effetti  possono essere previsti con  precisione.

Nel periodo estivo, che va da giugno a settembre-ottobre, capita spesso di imbattersi in violenti temporali. Nel Tirreno medio basso il CEMPID (Centro previsionale meteo e monitoraggio pluviometrico Regione Campania) indica che il 40% dei temporali si è verificato nel mese di settembre. Le previsioni oggi fornite dal DPC hanno un limite nel fornire nel breve orizzonte temporale e con elevata probabilità dove “colpirà “ quell’oggetto metafisico denominato “ bomba di acqua”.    

In conclusione si ritiene di evidenziare: 

  • 1) non tutta l’acqua piovana raccolta nel bacino imbrifero ritorrna al mare da cui è partita. Parte di essa rievapora, è trattenuta dalla vegetazione e, se le rocce costituenti il bacino sono permeabili, si infiltrano nel sottosuolo. Nella zona prossima al bivio Scala-Ravello esiste un notevole sviluppo carsico sotterraneo di acqua che avrà drenato nel sottosuolo un certo volume. Le misure pluviometriche danno la magnitudo della pioggia, ma ai fini del rischio allagamento nei centri urbani è importante l’idrogramma, strumentazione  grafica (dove esiste) che fornisce la misura effettiva del volume in transito fino all’arrivo dell’onda di piena. Nel caso in esame l’onda di piena è transitata dopo circa un’ora, come ottenuto dal calcolo del  tempo di corrivazione  Tc = 1,13 ore, la portata nella sezione dell’esondazione è risultata Q= 28 mc/s, valore sottostimato. Questa massa d’acqua, per  non esondare avrebbe dovuto avere una velocità poco meno di 3 m/s, ottenibile solo con una notevole  pendenza dell’alveo.

Si evidenzia che in corrispondenza di questa sezione l’alveo era privo di materiali alluvionali  il giorno dopo l’alluvione, prova che il trasporto dei detriti e altri oggetti per nulla hanno influito sulla dinamica dell’esondazione anche perché le turbolenze nella corrente possono trasportare le materie dal basso verso l’alto. 

In assenza della copertura  la superficie della corrente avrebbe assunto un andamento ondulatorio, come è visibile chiaramente nella foto risalente all’alluvione del 1949. In base al teorema di Helmholz, la forma che tende ad assumere la superficie di separazione di due fluidi che si muovono l’uno rispetto all’altro con velocità diversa è ondulata. In conseguenza a una cresta d’onda segue una depressione, al più la quantità di acqua riversata all’esterno non induce allagamento, fenomeno avvenuto nel 1954, in occasione dello storico nubrifragio, e che è stato anche l’ultimo  evento  prima dell’esondazione 1987.

La forma del bacino imbrifero regola l’andamento dei deflussi, in particolare quello di piena: una forma più o meno ovoidale favorisce un’idrogramma appuntito in cui l’onda di piena si esalta in poco tempo, mentre una forma allungata , es. il Dragone, origina un idrogramma più esteso con la sommità differita nel tempo e meno pronunciata. Un esempio con risvolto pratico: un signore di Atrani il 9 settembre aveva parcheggiato la propria auto in Corso dei Dogi, nello scendere dal veicolo vide un ruscelletto di acqua giallognola scorrere sotto i piedi, ripartì  parcheggiando altrove, dopo è arrivata la piena.

Le auto arrivate sulla spiaggia di Atrani
  • 2) la quantità di materiali (detriti, fango, ciottoli, ecc) trasportata dalla corrente non è stata eccessiva, i terreni franati giacciono ancora sul lato destro del bacino. I materiali alluvionali sono stati depositati in parte nel tratto iniziale di Corso dei Dogi, nella piazzetta vicino, in piazza Umberto I, sulla spiaggia che è avanzata in cifra tonda 10 m. Assumendo per i depositi  uno  spessore  uniforme di 1.50 m1, superiore al  reale, una superficie di deposito  20.000 mq1  si ottiene un volume della massa alluvionale di 30.000 mc. Dividendo questo valore per il volume di piena di 50.000 mc1 valutato tra le ore 16.30 e 22.00, si ottiene la concentrazione della massa solido/liquida di 5- 6%, valore che non muta le caratteristiche  del moto idraulico della corrente e non ha trasformato l’alluvione in colata di fango Parlare di colata di fango  è  infondato perché esse sono particolari frane dove è difficile stabilire se  è l’acqua che trasporta i sedimenti o viceversa. Il moto di questi corpi, masse pseudo-viscose, presentano rigonfiamenti imprevedibili, a Sarno la colata ha raggiunto i piani delle abitazioni  spostandosi  a bassa velocità.
La spiaggia di Atrani con il materiale alluvionale

E’ sorprendente che parte della stampa, con sollievo degli amministratori, ha informato così: “Atrani  colpita da una frana “, è noto che le frane, oltre a essere diffuse sul territorio, sono imprevedibili. 

Secondo la statistica elaborata dal CEMPID ( 2011) il temporale  del 9 settembre 2010 ha un  periodo di ritorno di 50 anni, nel P.A.I. (Piano Assetto Idrogeologico L 183/89 ) un’area esposta  a un evento con questo T è classificata  al terzo livello di pericolo P3, non il massimo P4. Nel periodo trascorso dall’ultima copertura dell’alveo fino al 2010, circa 30 anni, il Dragone è esondato due volte, cioè la frequenza dell’esondazioni è aumentata. Una legge universale considera che se un evento ha frequenza alta, la magnitudo è bassa e basso il livello di rischio. Per esempio, in  Italia il numero dei terremoti con M < 3  è elevato , ma bassissimo il pericolo. Applicando queste norme al Dragone,  si entra nel paradosso.

In ultimo c’è uno strano rapporto tra Protezione Civile ed Enti locali in occasione dei lavori di risanamento. Gli Enti locali sono esclusi dal programma degli interventi elaborati dalla Protezione Civile, potrebbero opporsi con argomenti critici fondati. Alla foce del torrente sono stati sistemati in duplice fila massi calcarei..”a protezione del letto del fiume …al fine di contenere sull’arenile il percorso del fiume …” 

In assenza di questa trovata, una sciocchezza, il torrente descriveva innocue anse temporanee. Risultato: nello spazio tra le due fila di massi si forma un ristagno maleodorante, come in un prolungamento della rete fognaria,  perché il moto ondoso forma una duna e d’inverno i ciottoli così trasportati tappano completamente la sezione di foce. Inoltre la fila di massi ha impedito la deriva della sabbia nella zona orientale della spiaggia, così il livello di quella occidentale ha raggiunto il calpestio della banchina. Nell’ultima mareggiata del dicembre 2019 le porte di chiusura dell’attiguo ristorante sono state sfondate.

Le anse temporanee sulla spiaggia di Atrani

Solo due interventi sono stati fatti sull’alveo: la griglia a pettine, poco a monte del bivio per Pontone, al fine di trattenere una determinata classe di detriti, interventi che possono dare effetti positivi nei tratti fluviali terminali dove il regime della corrente si può assumere costante (è la definizione del fiume nel linguaggio geografico). 

La griglia a pettine lungo il torrente Dragone

In regime torrentizio, e con la litologia affiorante, non serve, è la fatica di Sisifo. Incomprensibile è la sistemazione del pluviometro a livello della sezione dell’esondazione. Intanto non funziona, e la regola è sistemare i pluviometri a quota elevata per avere una misura della pioggia meno condizionata dagli effetti locali.

Il pluviometro di Atrani a livello della sezione dell’esondazione

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