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Poteri e istituzioni nel Medioevo, e il ruolo delle religioni

La quarta parte della “Storia della politica” nella ricerca dello storico Giuseppe Gargano

Costantino rifondò l’antica Bisanzio, trasformandola in Costantinopoli, la “nuova Roma” sul Bosforo, verso la quale si trasferirono numerose gentes romane. La saga d’origine degli amalfitani, un’etnìa che nel Medioevo giocò un ruolo importante nella politica mediterranea, si collega proprio ad alcune di tali gentes, che, a seguito di un naufragio e di alterne vicende, sarebbero giunte tra i Monti Lattari e avrebbero fondato Amalfi.

 

Lo scorrere del III secolo d.C. mostrava un impero romano sempre più profondamente diviso lungo lo spartiacque in latitudine che scendeva per l’Illiria e finiva nell’Egitto: a occidente di questa linea geostorica i segni di una crisi inarrestabile erano evidenti; così come era palese lo stato di benessere a oriente.

Gli antichi egizi

L’Egitto, “dono del Nilo” e granaio di Roma, segnava colpi di rallentamento nella produzione cerealicola, per cui si facevano sentire i primi segni di fame e carestia. Le città venivano gradualmente spopolate, soprattutto nel secolo seguente, e le campagne ricevevano una popolazione affamata, delusa e priva di speranze per il futuro. Molti piccoli proprietari, vessati dalle tasse, preferivano vendere le loro terre ai latifondisti, per diventarne poi coloni. Soprattutto nelle città aumentavano sempre di più i cristiani, convinti dalla fede in Cristo, pronti all’estremo sacrificio, perchè sicuri del premio dell’altra vita, speranzosi nell’affermazione terrena del messaggio sociale del Maestro, che avrebbe dato luogo alla concretizzazione del Paradiso sulla Terra in un clima di uguaglianza e libertà.

Gli imperatori, che avevano compreso soprattutto questo aspetto, preseguitarono senza sosta i cristiani: ma più ne andavano al supplizio più ne aumentavano. Ad ogni modo, non furono molti i principi romani che si dedicarono alle persecuzioni.
L’Oriente era avvantaggiato nei confronti dell’Occidente anche dal punto di vista militare: il grosso delle legioni era concentrato lungo il confine con l’Anatolia, Stato cuscinetto tra l’impero romano e quello dei parti, che si estendeva nelle terre della Persia. Lungo il limes settentrionale, tra il Reno e il Danubio, il sistema difensivo, come ha dimostrato Luttwak, era costituito da castra, cioè da castelli o villaggi fortificati, dai quali facevano sortite le truppe per mettere in fuga le orde germaniche che violavano il confine.
In questo clima variegato l’imperatore Diocleziano intervenne per salvare la Romanità, in un’ottica di restaurazione.

Un’immagine di Diocleziano

Così combattè ogni nuova forma di cambiamento, perseguitando cristiani e manichei. Cosciente, comunque, dell’irreversibile situazione di differenza tra Oriente e Occidente, e del fatto che un solo imperatore non era più in grado di governare un territorio così vasto, ideò il sistema della tetrarchìa, che prevedeva un augusto in Oriente e un altro in Occidente; ciascuno di loro avrebbe nominato un cesare, che gli sarebbe successo e a sua volta avrebbe provveduto a scegliere il suo successore. Questa catena di augusti e di cesari avrebbe garantito un miglior controllo delle aree dell’impero insieme alla gestione da parte di principi preparati. Così Diocleziano optò per l’Oriente, scegliendo Nicomedia come capitale; affidò l’Occidente al collega Massimiano, che risiedette a Milano. Stabilirono che il loro cesari avessero quali città principali rispettivamente Sirmio e Treviri. Diocleziano, per rilanciare l’economia dell’impero, provvide a calmierare i prezzi e a riformare il sistema fiscale, fissando imposte proporzionate alla quantità di terreni posseduti. Questa fu sicuramente una coraggiosa e inedita riforma economico-fiscale.
Intanto le persecuzioni non avevano altro effetto se non quello di far lievitare sensibilmente il numero dei cristiani. Costanzo Cloro, compagno di S. Elena, divenuto augusto, poiché cesare di Masiiminano, mentre stava per spirare a Eboracum (York) in Britannia, raccomandò a suo figlio Costantino: “Se vuoi imperare sui romani, lascia liberi i cristiani”. E Costantino, liquidati tutti i suoi avversari, a Milano nel 313 proclamava l’editto, grazie al quale annunciava la libertà di religione in tutto l’impero. Convinto della ormai consolidata supremazia dell’Oriente sull’Occidente, rifondò l’antica Bisanzio, trasformandola in Costantinopoli, la “nuova Roma” sul Bosforo, verso la quale si trasferirono numerose gentes romane. La saga d’origine degli amalfitani, un’etnìa che nel Medioevo giocò un ruolo importante nella politica mediterranea, si collega proprio ad alcune di tali gentes, che, a seguito di un naufragio e di alterne vicende, sarebbero giunte tra i Monti Lattari e avrebbero fondato Amalfi.

L’antica Costantinopoli, oggi Istanbul

L’imperatore Teodosio, nell’ultimo ventennio del IV secolo, perfezionò l’opera incominciata da Costantino: proclamò il cristianesimo quale unica ufficiale religione e perseguitò i pagani. Nasceva, così, l’impero romano-cristiano, che sanciva, con il cristianesimo al potere, l’arresto della rivoluzione sociale promossa da Cristo. Tutto restava tale e quale: non furono annullate le differenze sociali, restarono le caste e i ceti, i mancipia diventavano servi, rimanendo privi di libertà. Quel messaggio che spezzava agli schiavi le catene e gridava all’umanità intera “libertà!” veniva soffocato. Ma non lo dimenticarono gruppi di cristiani, che proseguirono con l’esempio quella rivoluzione: erano i padri del deserto, gli stiliti, gli eremiti. Sette città con le loro diocesi guidavano il processo di assimilazione del cristianesimo al potere: Roma, Milano, Ravenna e Treviri in Occidente, Costantinopoli, Antiochia e Alessandria in Oriente. Essendo vuoto il trono imperiale nell’antica capitale dell’impero, il vescovo di Roma aumentava gradualmente il suo potere sotto il profilo temporale.

S. Ambrogio, vescovo di Milano, vestito delle insegne episcopali

A Milano, capitale di fatto, in una prima fase, della parte occidentale dell’impero, un uomo della Chiesa, Ambrogio, era così potente da obbligare Teodosio a chiedere pubblicamente perdono per aver comandato il massacro di numerosi pagani a Tessalonica, in quanto restii a convertirsi al cristianesimo. Ma la vera opposizione alla conversione veniva dalla campagna, dove i contadini, reazionari e conservatori, erano fermamente legati alle loro divinità. Per ottenere il risultato voluto, la Chiesa scese a compromessi: i contadini avrebbero continuato a organizzare le processioni degli antichi riti, ma al posto delle effigie degli dei avrebbero portato e venerato quelle della Madre di Dio e dei Santi. Ancora oggi a Capaccio, presso Paestum, si svolge la processione della Madonna del Granato, una statua che raffigura la Vergine di carnagione bruna e con un melograno in una mano: si tratta dell’antica memoria di Cerere, la dea dell’agricoltura, particolarmente venerata in quelle terre fertili greco-romane. Allo stesso modo nasceva la celebrazione della Natività il 25 dicembre, dove Gesù prendeva il posto del Sole invitto, al quale era dedicata una festa importante per propiziarsi un inverno clemente.
Quando l’impero era ormai diviso, il basileus di Costantinopoli dovette a lungo combattere le eresie (deviazioni dalle linee-guida dell’ortodossia) di Ario, di Nestorio, dei monofisiti, che avevano opinioni discordanti circa la doppia natura di Cristo, figlio di Dio, in quanto incarnazione del Verbo nella Vergine Maria, e figlio dell’Uomo, perchè discendente di Davide. L’imperatore d’Oriente volle disinnescare ogni forma di idolatria, abolendo tassativamente il culto delle icone. L’effetto immediato fu la fuga nel Meridione d’Italia di molti monaci ed eremiti orientali, provenienti soprattutto dalla Sicilia e dalla Calabria bizantina, per trovar rifugio nelle terre romanico-bizantine e longobarde della Campania, onde evitare le persecuzioni iconoclaste.

Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero

La Chiesa cattolica di Roma, disapprovando la decisione del basileus di vietare il culto delle immagini, chiamò in causa Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, il quale affermò in maniera salomonica che l’icona non era altro che un pezzo di legno, seppur artisticamente valido; ma se quella specie di totem serviva ad avvicinare le anime a Dio, allora poteva essere esposto nei luoghi sacri e portato in processione.
Teodosio, sull’onda del sistema politico inaugurato da Diocleziano, tenne diviso l’impero, affidando l’Occidente al figlio Onorio e l’Oriente all’altro figlio Arcadio. Mentre quest’ultimo risiedeva nella forte e sicura Costantinopoli, il primo trasferiva la capitale a Ravenna, dove da secoli era di stanza una delle due flotte militari dell’impero, pronto, in caso di pericolo, a prendere il mare per rifugiarsi dal fratello. Il sospetto di Onorio non era per niente infondato. Dalle steppe dell’Asia gli Unni affamati si ammassavano a valanga verso l’Europa occidentale, spingendo inevitabilmente le tribù germaniche contro i confini romani. E lo sfondamento avvenne: svevi, vandali, burgundi, alamanni, franchi, visigoti si sparsero tra le terre romane dell’Europa centro-occidentale. Crearono regni indipendenti, utilizzando l’aristocrazia romana autoctona per il governo civile e tenendo per sé l’autorità militare. Questi regni romano-germanici unificarono le loro consuetudini alle leggi romane; pertanto, si crearono la lex Gothorum, la lex Suevorum, la lex Alamannorum, la lex Burgundorum. Ma le popolazioni germaniche che avevano occupato territori dell’impero commisero un errore: si convertirono, tranne i franchi, che furono subito cattolici, all’arianesimo, entrando in conflitto con la Chiesa romana, il cui vescovo stava diventando sempre più importante, garante unico della Romanità occidentale e interlocutore privilegiato del basileus d’Oriente.
Intanto Onorio, per difendersi dagli attacchi dei visigoti, affidò l’esercito a un valido generale vandalo romanizzato, Stilicone, il quale ottenne significativi successi. Purtroppo l’imperatore, che sospettava un suo complotto, lo fece decapitare, lasciando, in tal modo, via libera ad Alarico, che con i suoi visigoti, invadeva l’Italia e nel 410 saccheggiava Roma: così si adempiva la triste predizione di Scipione l’Emiliano, il quale, piangendo sulle rovine fumanti di Cartagine, prevedeva la futura distruzione di Roma. Solo la morte prematura impedì ad Alarico di fondare un regno goto in Italia: “Dormi, o re, ne la tua gloria!/ Man romana mai non violi/ la tua tomba e la memoria”; così recita in proposito Giosuè Carducci, rivisitando la leggenda, secondo la quale il re sarebbe stato sepolto sotto i fondali del Busento, dopo che i suoi soldati avevano spostato il corso del fiume, che poi ricoprì la sepoltura. Il sospetto di Onorio non era forse infondato, a giudicare dal fatto che, nel 455, i vandali, gli unici germani che sapevano navigare, attaccarono dall’Africa settentrionale alcuni centri rivieraschi dell’Italia, tra cui di nuovo Roma. La penisola era al tracollo: nel 476 fu proclamato imperatore un ragazzo che, per ironia della sorte, si chiamava Romolo, come il mitico fondatore della città eterna, al quale aggiunsero, per caricatura, il nomignolo Augustolo. Il suo generale Odoacre, di origine scira, lo depose e assunse il comando; ma non si dichiarò imperatore: si definì semplicemente patrizio e inviò le insegne imperiali a Costantinopoli. Il basileus Zenone non si fidava di un barbaro che, anche se in suo nome, reggeva l’Italia. Non potendo inviare truppe per annientarlo, in quanto impegnato a difendere l’Oriente dagli attacchi dei parti, si affidò a Teodorico, un principe ostrogoto allevato alla sua corte. Questi con tutto il suo popolo scese in Italia, sconfisse e uccise Odoacre, si nominò re per conto dell’imperatore d’Oriente. Il suo governo fu inizialmente illuminato, poiché si servì della collaborazione di eminenti filosofi e senatori romani, come Boezio e Cassiodoro. Ma i due popoli, goto e romano, non trovarono modo di unirsi, poiché il primo era ariano e il secondo cattolico. Così Teodorico, insospettitosi di Boezio, lo incarcerò e lo condannò a morte. I suoi successori entrarono in conflitto tra di loro: allora sua figlia Amalasunta chiamò in aiuto Costantinopoli contro il cugino Teodato. La reazione fu immediata: una potente flotta bizantina, carica di numerose e ben armate truppe da sbarco, al comando di Belisario nel 535 partì alla volta della riconquista dell’Occidente per riformare l’antico impero romano. Tutto funzionava secondo il progetto del basileus Giustiniano, che difendeva il suo potere dalle insidie eremitiche e dalle invidie aristocratiche grazie ai saggi consigli della consorte Teodora, un’attrice che aveva sottratto al palcoscenico per farla diventare basilissa. Le milizie bizantine incontrarono grosse difficoltà nella riconquista italica, poiché i goti furono in parte sostenuti dagli autoctoni, che ormai dobbiamo definire romanici, i quali temevano seriamente l’asfissiante regime fiscale dell’impero d’Oriente. L’arrivo del generale Narsete comportò nel 553 l’annientamento totale del popolo ostrogoto. Re Totila tentò, ma troppo tardi, di organizzare una flotta per affrontare sul mare i bizantini; re Theia cadde da eroe letterario alle falde del Vesuvio, senza indietreggiare di un palmo. L’aquila romana, ormai bizantina, tornava a proteggere sotto le sue ali la madre Roma e buona parte dell’Occidente, governandola mediante il Corpus Iuris Civilis, di cui una copia d’epoca dei volumi II e III (Pandette o Digesto) finì nella giovane civitas-castrum di Amalfi.

La Natività sul sarcofago di Stilicone (IV secolo) nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano

Tenere l’Occidente non era cosa facile: Bisanzio era, comunque, lontana e addirittura nel suo interno era minacciata da insidie e da disordini, a tal punto che il basileus obbligò il coprifuoco notturno. Ma non fu sufficiente, perchè le violenze continuarono. Si racconta che l’imperatore Leone III Isaurico avesse escogitato una suggestiva soluzione. Si travestì da uomo qualunque, uscì da solo in piena notte e giocò sul fatto che pochissimi frequentatori della corte conoscevano il suo volto. Ad ogni posto di blocco corrompeva, pagando, le guardie, che lo lasciavano passare. Ma il capo delle sentinelle a un incrocio non si fece corrompere e lo arrestò. Durante la notte Leone, disperato, affermava di essere l’imperatore; ma ogni volta che lo diceva, riceveva frustate. All’indomani il capo del corpo di guardia, infastidito dall’affermazione dello sconosciuto, lo portò al palazzo imperiale. Una volta all’interno, le guardie e i dignitari lo riconobbero e si prostarono davanti a lui; insieme a loro lo fece anche il capo del posto di controllo che lo aveva arrestato e frustrato. L’imperatore lo fece rialzare e gli concesse una promozione. Da allora in poi le sentinelle notturne fermavano tutti nella speranza o nel timore che fosse l’imperatore.
Nel 568 un altro popolo germanico, i longobardi, costretti ad abbandonare la Pannonia per motivi di sopravvivenza, invadevano la penisola, occupandola dalle Alpi alla Calabria e creando un regno distinto in ducati. Il rex Landobardorum era un primus inter pares, eletto com’era dai duces, in quanto dux anche lui. Era come il celto-romano Artù di Camelot, che sedeva intorno a una tavola rotonda coi suoi cavalieri. Diverso sarà in seguito Carlo Magno, il quale, a mo’ del basileus bizantino, siederà su di un trono e avrà alcuni gradini più in basso i suoi conti paladini.
La Chiesa di Roma e il Patrimonium Sancti Petri dovettero essere sempre all’erta di fronte alla minacciosa espansione longobarda; difatti la popolazione germanica era ariana e, quando si convertì al cattolicasimo, era ormai troppo tardi. La Chiesa preferì allearsi con il concorrente popolo dei franchi, che, conquistando la Gallia con Clodoveo, fu subito cattolico; in tal modo si fuse con i locali gallo-romani, gettando le basi di una futura affermazione europea. Un altro regno romano-germanico comprese l’importanza della conversione cattolica ai fini politici: i visigoti della Spagna lo fecero con il loro re Recaredo, il cui buon governo fu particolarmente ispirato dai saggi consigli di Isidoro da Siviglia. L’uomo di Chiesa raccomandava al sovrano di essere il primo a rispettare le leggi da lui stesso promulgate. Il buon governo della coppia Recaredo-Isidoro, di certo meno rilevante nei confronti della coppia Teodosio-Ambrogio, è stato magistralmente analizzato da Federico Fernandez de Bujàn.
Come considera Nicola Cilento, i longobardi, con il loro regno, avevano di fatto realizzato l’unità d’Italia, che si sarebbe meglio consolidata e durata nel tempo, se il papato non l’avesse impedita, favorendo l’espansione franca ed evitando l’accerchiamento dei suoi territori. I re longobardi Rotari e Liutprando crearono un editto e un corpus legislativo, i cui istituti, soprattutto nel diritto civile, erano destinati a vivere ancora nel XIII secolo.
La stirpe carolingia dei maestri di palazzo con Pipino il breve prendeva il potere in Francia, rinchiudendo l’ultimo roi fénéon dei merovingi, e riceveva l’incoronazione a rex Francorum dal pontefice. L’alleanza con i franchi e l’opposizione ai longobardi da parte della Chiesa favorirono l’ascesa di Carlo Magno, che costituì il Sacro Romano Impero nella concezione della translatio imperii, concretizzando l’idea di Europa Unita.
Intanto si era affermata tra il Medioriente, l’Africa settentrionale e la Spagna una nuova grande civiltà: l’Islam. I musulmani avrebbero dominato l’intera Europa, se non fossero stati fermati nella loro invasione a Poitiers da Carlo Martello e alle porte di Costantinopoli dall’imperatore Eraclio.

Henri Pirenne, Maometto e Carlomagno

Maometto e Carlo Magno è il titolo della magistrale opera storiografica di Henry Pirenne, mediante la quale lo storico belga stabilisce che il Medioevo si concretizzò proprio con l’apparizione di questi due personaggi e le loro imprese. La rivoluzione agricola, promossa tra VIII e IX secolo e fondata sull’applicazione del ciclo triennale nella coltivazione dei campi, del ferro di cavallo e del cavallo pesante nell’aratura, nonché l’ideazione del feudalesimo permisero a Carlo Magno di riprendere l’Occidente sotto i profili sociale, politico ed economico; persino Karl Marx riconobbe la validità di quella rivoluzione. L’imperatore germanico volle imitare il collega di Bisanzio per collocarsi al suo livello di romanità: costruì ad Aquisgrana una cappella palatina come la S. Sofia di Costantinopoli; il principe di Benevento ne seguì le orme, fondando la sua S. Sofia longobarda. Ma il basileus d’Oriente non riconosceva come suo pari l’imperatore del Sacro Romano Impero. Quando nel 968 il vescovo di Cremona Liutprando si recò a Costantinopoli per conto di Ottone I, al fine di concludere il contratto di matrimonio tra Ottone II e Teofano, nipote di Niceforo II Focas, quest’ultimo, con un senso di disprezzo e di superiorità, gli dichiarò che si riteneva l’unico imperatore romano, mentre considerava quello d’Occidente semplicemente rex Germaniae.
L’espansione araba non determinò la nascita di un impero, com’era avvenuto per altri popoli della storia, bensì si costituirono potentati separati, a volte in guerra tra loro, che si distinguevano mediante i titoli di emirati e califfati. Gli arabi assimilarono la civiltà ellenistica che avevano conosciuto in Africa settentrionale e in Medioriente; le loro flotte contesero ai bizantini il dominio del Mediterraneo. Gli arabi, infatti, che inizialmente conoscevano soltanto la navigazione fluviale sul Nilo, sul Tigri e sull’Eufrate, costruirono poi navi da commercio e da guerra sull’esempio bizantino; ad un certo punto captarono la formula del fuoco greco, segretata presso l’imperatore di Bisanzio, un meccanismo bellico che, mediante un sifone bronzeo alimentato da calce viva, sparava palle di napalm incendiate contro le navi nemiche, il cui fuoco addirittura si alimentava con l’acqua. Così in Egitto gli arabi producevano la naftah.
La dottrina dell’Islam, che puntava sostanzialmente alla concretizzazione di governi teocratici, fece fortuna anche tra i turchi selgiuchidi, che, provenendo dalle steppe nord-asiatiche, rosicchiarono un po’ alla volta terre ai bizantini e occuparono territori arabi, fino a giungere a Gerusalemme. Allora l’imperatore Alessio Comneno chiese soccorso all’Occidente e la risposta non si fece attendere. Tra Francia, regioni germaniche e Fiandre recalcitravano i feudatari, che da secoli avevano ormai ottenuto l’ereditarietà dei feudi, mettendo a rischio l’integrità dei regni e dell’impero germanico. Fautore di un “pellegrinaggio armatoper liberare la Terra Santa dalla coercizione selgiuchide, l’imperatore deviò verso il Medioriente le velleitarie ambizioni dei feudatari, che, insieme al normanno Boemondo, passarono alla conquista di territori per creare nuovi potentati latino-cristiani. Ma il basileus non si fidava di tutti i crociati: pensava, infatti, che Boemondo fosse un intruso con ambizioni ben superiori a quelle dei suoi colleghi. Alessio era fermamente convinto che il principe normanno mirasse a conquistare Costantinopoli, come aveva tentato suo padre Roberto il Guiscardo tra 1080 e 1085. Allora la flotta bizantina, comandata dal “grande ammiraglio” Landolfo Butrumile, atranese di Salerno, che aveva equipaggiato le imbarcazioni con un potente fuoco greco sparato da sifoni a forma di teste leonine posti a prua, teneva lontano dalle isole greche le navi normanne.
La conquista di Gerusalemme avvenne grazie all’astuzia del condottiero genovese Guglielmo Embriaco, il quale, mentre Goffredo di Buglione, il capo della spedizione, attaccava da sud col grosso delle truppe, espugnava a nord la Porta di Sion tramite una torre mobile lignea, approfittando dell’esiguità dei difensori. I crociati entrarono in città e fu subito strage: nel nome di Deus lo vult furono massacrati bambini musulmani, schiacciati contro le pareti o arrostiti allo spiedo, mentre donne incinte venivano uccise mediante calci al ventre; efferatezza simile avevano già commesso i normanni a Nicea. Oltre a essere un crimine contro l’umanità, fu un grave errore politico: l‘uccisione indiscriminata di turchi sunniti intolleranti nei confronti dei cristiani pellegrini al Santo Sepolcro e di arabi sciiti che da lungo tempo consentivano la pacifica convivenza con i rum, i cristiani ivi residenti, fece scaturire l’alleanza tra i due gruppi tra loro precedentemente ostili. Ciò determinò la riconquista selgiuchide di Gerusalemme e la crisi degli Stati latini della regione.
Goffredo di Buglione non accettò il titolo di rex Jherusalem che a furor di popolo gli veniva proposto; si dichiarò vassallo dell’imperatore di Bisanzio e del pontefice, assumendo la carica di advocatus ac defensor Sancti Sepulchri. La sua morte prematura scatenò la lotta per la successione, che si svolse in maniera subdola e intrigante. Il vero regista delle operazioni diplomatiche e strategiche fu il basileus Alesso Comneno. Egli, avversario dichiarato di Boemondo, principe di Taranto e di Antiochia, appoggiò la candidatura di Baldovino di Fiandra, fratello del defunto Goffredo, che fu sostenuto pure dalle repubbliche marinare di Genova e di Venezia. Al contrario Pisa, con il suo arcivescovo Dagoberto, patriarca di Gerusalemme, stava con Boemondo.

L’antica città di Gerusalemme

La cattura di quest’ultimo da parte dei turchi aprì la strada a Baldovino, che divenne re di Gerusalemme. Nei due anni di prigionia di Boemondo furono effettuati vari tentativi per il suo riscatto. Alessio offrì al Danishmand, il numero uno della riscossa selgiuchide, 260000 dinar per la liberazione apparente di Boemondo, che in realtà si sarebbe trasformata in un’altra detenzione per il normanno presso la sua corte. In tal modo pensava di tarpargli le ali e di impedirgli definitivamente ogni progetto di invasione dell’impero. Ma Boemondo fu più lesto di lui: si fece mandare da Baldovino 130000 dinar, che diede al suo carceriere Malite Ghazi. Così ottenne la libertà, ritornò ad Antiochia e illuse il re di Gerusalemme suo rivale, facendogli credere che sarebbe partito per la Francia per prendere in moglie la figlia del re. La sua mossa eluse la strategia di Baldovino, a lui suggerita dalla consorte Arda, figlia del re d’Armenia. Boemondo tornò in forze e dai porti pugliesi sferrò un potente assalto a Durazzo, per aprirsi la Via Egnatia e puntare su Costantinopoli, dopo aver toccato Tessalonica e Adrianopoli. Ma la resistenza della città albanese, abitata soprattutto da veneziani e amalfitani, fu esemplare; inoltre la flotta bizantina, guidata da Landolfo Butrumile, che possedeva accurate e precise carte nautiche dell’Adriatico, infieriva gravi perdite ai franco-normanni. Una fastidiosa pestilenza e l’arrivo dell’esercito di Alessio chiusero in un’inesorabile morsa le truppe di Boemondo, che, comunque, resisteva con fierezza. Allora il basileus escogitò uno stratagemma: inviò dal principe normanno un gruppo di finti disertori, guidato dall’ex duca di Amalfi Marino Sebaste, considerato da tempo in rotta con Alessio. Questi consegnarono a Boemondo alcune false lettere, nelle quali i suoi conti accampati in altri luoghi chiedevano una pace separata all’imperatore. Allora il normanno cadde nel tranello, si presentò da Alessio e stipulò il trattato di pace di Devil, al cospetto dell’arcivescovo di Amalfi Mauro de Monte, legato pontificio, grazie al quale continuava a tenere Antiochia, ma come vassallo di Bisanzio. Così la politica del Comneno risultava vincente.
Buona parte del Medioevo fu contrassegnata dal confronto tra due teorie: quella del Sole e della Luna di Innocenzo III e l’altra dei due Soli di Dante Alighieri. Dietro di esse vi era la lotta per le investiture combattuta tra XI e XII secolo, che vide quali protagonisti principali Gregorio VII e Enrico IV.

Gregorio VII

Il primo si battè affinchè non vi fosse alcuna ingerenza imperiale nella politica del papato. Egli morì nella “cattività salernitana” e sulla sua tomba fece scrivere: “Ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio”. L’affermazione pontificia promossa da Innocenzo III considerava il papato come Sole e l’impero come Luna; pertanto, l’imperatore era posto un gradino al di sotto del papa, che brillava di luce propria, mentre egli poteva farlo soltanto riflettendo i raggi pontifici. Così il pontefice poteva avere sia il potere spirituale che quello temporale, mentre all’imperatore era riservato solo quest’ultimo. Quindi i guelfi, sostenitori del papato di Roma, asserivano che il sommo pontefice aveva la prerogativa di incoronare e ungere l’imperator Romanorum. A loro rispondevano i ghibellini, seguaci dell’imperatore, i quali ritenevano che il papa poteva soltanto ungere con l’olio santo il candidato, poiché aveva solo il potere spirituale, mentre quest’ultimo doveva autoincoronarsi, in quanto a lui spettava il potere temporale. Da qui la teoria dei due Soli di Dante Alighieri, il quale a giusta ragione Ugo Foscolo definisce ghibellin fuggiasco nei Sepolcri. Ancora oggi non sappiamo cosa avvenne la notte di Natale dell’anno 800 a Roma: la corona imperiale fu autoimposta da Carlo Magno o poggiata sulla sua testa da Leone, riconfermato pontefice con il sostegno delle truppe franche?
La Chiesa di Roma poggiava la sua tesi del potere temporale sulla famosa donazione di Costantino, che però l’umanista Lorenzo Valla, sulla scorta di un’analisi filologica, linguistica e di scrittura, provò essere un falso. Intanto gli Ottoni germanici proclamavano a gran voce la renovatio imperii.

Federico II

Federico II, l’imperatore medievale, come ama definirlo David Abulafia, sottolineando la sua piena appartenenza a quell’epoca e fugando ogni ipotesi di anticipazione dei tempi, o lo stupor mundi, come lo definivano i suoi contemporanei, accerchiò lo Stato della Chiesa, risolse con diplomazia la Quinta Crociata, accusando persino la scomunica papale per aver evitato il bagno di sangue, tenne alto il vessillo dell’aquila nera germanica in campo d’oro. Sua madre Costanza d’Altavilla, che da monaca divenne regina per ragion di Stato, all’atto della sua nascita sulla piazza di Jesi, volle attribuirgli tre nomi, come un patrizio romano dell’Età Classica: Federico, quale futuro erede del regno di Germania e dell’impero, Ruggero, quale re di Sicilia, Costantino, nella speranza che, conquistando Bisanzio (vecchio sogno normanno), ripristinasse l’unione mondiale dell’antico impero romano. Ma Federico II fu piuttosto rex Siciliae che imperator Romanorum; l’eredità normanna prevalse su quella germanica. Egli tentò di realizzare una meravigliosa e armoniosa sintesi tra le contrapposte culture romanico-germanica, cattolica, araba e ebraica. A giudicare dalle geometrie di chiaro influsso astronomico di Castel del Monte e dal simbolismo de L’Aquila, Federico II fu l’imperatore templare.

Agnolo Bronzino (1503-1572), Allegorical Portrait of Dante

Dante fa del divin segno dell’aquila il simbolo della sua monarchia universale, l’altro Sole a cui la potestà celeste ha assegnato il governo del mondo. In questo impero mondiale egli trova il posto per le autonomie locali, tra cui la sua Firenze (Fiorenza mia), a guisa dei municipia romani nei confronti del potere centrale imperiale. Egli è, pertanto, lontano sia dai guelfi che dai ghibellini. “L’uno al pubblico segno i gigli gialli/ oppone, e l’altro appropria quello a parte,/ sì ch’è forte a veder chi più si falli./ Faccian li Ghibellin, faccian lor arte/ sott’altro segno, chè mal segue quello/ sempre chi la giustizia e lui diparte;/ e non l’abbatta esto Carlo novello/ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli/ ch’a più alto leon trasse lo vello”. Così l’aquila sveva, di cui s’erano appropriati i ghibellini, non era affatto usata per il trionfo della giustizia. Infatti seguivano la causa imperiale o per mantenere i loro vasti feudi, minacciati dal crescere delle libertà cittadine, o per difendere le loro città dalle mire espansionistiche delle confinanti filo-papali. Queste ultime issavano labari dal campo bianco caricato di croce rossa; invertivano i colori i filo-imperiali. Così Como si professava ghibellina per ottenere l’aiuto tedesco contro la minacciosa Milano; Vercelli e Alessandria (città fondata da papa Alessandro III sulla via di collegamento Genova-Milano) parteggiavano per la causa guelfa per non cadere sotto il dominio dei feudatari Savoia o dei centri imperiali di Novara e Asti.
Intanto un terzo incomodo, rappresentato dai gigli gialli, la Francia dei d’Angiò, entrava a pieno titolo alla ribalta, prendendo addirittura in scacco la Chiesa di Roma e costringendola alla cattività avignonese. Filippo il Bello, accentratore e autoritario, soffocava coi roghi e col sangue il movimento dei templari, costringendo il pontefice francese Clemente alla loro scomunica e impossessandosi di tutti i loro tesori. Così si spegnevano le speranze templari di Dante, che preannunciava la venuta all’Inferno di quel papa e continuava a lanciare più o meno velati messaggi nella Commedia, come il mistero dei quattro cerchi che formano tre croci, un rompicapo astronomico dalla cui risoluzione viene fuori la croce ottagona dei cavalieri del tempio acquisita durante il XIII secolo, o la preghiera di S. Bernardo da Chiaravalle (l’ispiratore di Ugo de Paynes, il fondatore dell’Ordine) alla Vergine.
L’autentica rivoluzione dei primi tempi del Cristianesimo tornava in campo sotto forma di eresie contro la Chiesa cattolica, accusata di simonia (vendita delle cariche ecclesiastiche) e di corruzione e cupidigia nel corso del XII secolo.

Tra la Francia e l’Italia settentrionale si costituirono vari movimenti, che s’impegnavano a vivere secondo i semplici costumi indicati dai Vangeli. Alcuni di questi, i catari, affermavano che il Dio del Vecchio Testamento, violento, vendicativo e punitivo, era profondamente diverso da quello del Nuovo, che era immenso amore; addirittura alcuni di essi asserivano che il Dio del Vecchio era il demonio. Di fronte a questa rivoluzione che prendeva sempre più terreno, Innocenzo III promosse nel 1215 un grande concilio a Roma, mediante il quale offrì loro una riconciliazione, purchè accettassero l’autorità del pontefice; altrimenti sarebbero stato costretto a procedere mediante l’uso della forza. Così pochi anni dopo promosse la crociata contro gli albigesi, annientandoli con un assurdo massacro.

Francesco D’Assisi – Basilica Pontificia Minore

Oltre a questi tentativi falliti di rivoluzione palese, ve ne furono altri ben più astuti, che agirono dall’interno: si tratta dei movimenti di Francesco d’Assisi e di Domenico da Guzman, che, ricevuta l’approvazione delle loro rispettive regole, diedero luogo a una riforma sostanziale della Chiesa. La Povertà, “sposa del poverello assisiate”, fu il pilastro della sua rivoluzione, mentre la predica lo fu per il santo spagnolo. Sappiamo per certo che Francesco morì disperato, nudo sulla nuda terra, perchè non approvava la politica del suo braccio destro e successore fra’ Bernardo da Quintavalle di accettazione di beni e possedimenti donati all’Ordine da parte di benefattori. Alcuni storici sostengono che la decisione di Bernardo, anche se andava contro i presupposti dettati dal maestro, era necessaria per mantenere il movimento e per fare ancor più bene all’umanità bisognosa; ma Dante segnala casi di corruzione materiale tra i francescani del suo tempo: “Ma ‘l suo pecuglio di nova vivanda/ è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote/ che per diversi salti non si spanda;/ e quanto le sue pecore remote/ e vagabunde più da esso vanno,/ più tornano a l’ovil di latte vòte“. Francesco riuscì, sopportando le torture dei selgiuchidi chiamandoli fratelli, a condurre un colloquio di pace e di rispetto con il Saladino, ottenendo da lui porto franco in tutte le sue terre. Aveva, così, dimostrato all’Occidente bellicoso che né il bellum iustum né il iustum in bello erano azioni cristiane, ma soltanto il dialogo impostato su pax et charitas.
La rinascita delle città promosse in Francia, tra XI e XII secolo, la costituzione dei comuni, contrassegnati da un processo socio-economico che favorì la formazione della classe mediana tra popolani e nobili, antesignana della borghesia. Gli angioini nel regno di Napoli, trovando sul posto un già consolidato ceto di mediani o mediocres sin dall’XI secolo, istituirono le universitates hominum nelle civitates e nelle terrae, che si riunivano, composte da nobili e popolani o cittadini, in parlamento nei sedilia magna per eleggere ogni anno, il I settembre, sindaci, assessores, electi o catepani, iudices annales, baiuli (giudici civili), magistri iurati (capi della polizia), magistri actorum (segretari), che amministravano in consiglio nei sedilia parva. Inizialmente s’interessavano dell’annona (approvvigionamento alimentare) e della pulizia delle strade, ma poi acquisirono maggiori prerogative.
La rinascita delle realtà urbane promosse un fenomeno analogo al comune francese lungo le coste del Mare del Nord tra Germania, Paesi Bassi, Polonia, Estonia. Città come Brema, Lubecca, Amburgo, Danzica svilupparono proficui commerci con la Scandinavia, l’Inghilterra, la Francia ed entrarono in relazione via terra con centri urbani dell’Italia settentrionale. Esse nel XII secolo formarono la Lega Hanseatica (da hanse = società), che aveva un proprio governatore, mentre ognuna era amministrata da un sindaco. Si erano liberate dall’influsso feudale dei nobili, ma continuavano a dipendere dall’imperatore germanico.
Un’evoluzione ancor più completa raggiunsero i liberi communes dell’Italia centro-settentrionale, che, dopo accese lotte, riuscirono a ottenere una completa indipendenza. L’operazione riuscì grazie a due fattori fondamentali: la crisi dell’impero germanico e l’appoggio della Chiesa.

La vittoria di Federico II a Cortenuova rappresentò soltanto una momentanea riaffermazione del potere imperiale. I comuni italiani costituivano, pertanto, il quarto incomodo. Essi furono davvero la rappresentazione, almeno in una prima fase, della democrazia medievale, sostenuta dall’arengo, dai consigli, dai consoli, dai priori delle arti; in una fase particolare, appoggiata dal ceto popolare, si ebbe il governo del capitano del popolo. Era una democrazia fondata sul concetto della produzione e del commercio, attività concentrate nelle corporazioni, e sulla classe mediana. Così in molti comuni ci fu l’affermazione della fazione guelfa, poiché garantiva maggiori libertà di azione. La battaglia di Montaperti (1260), che vide la sconfitta dei guelfi fiorentini a vantaggio dei ghibellini di Arezzo e di Siena, consentì a Farinata degli Uberti di riprendere il governo di Firenze in chiave filo-imperiale. Ma la sua fierezza di toscanaccio impedì che fosse esaudita la richiesta interessata di aretini e senesi di abbattere le mura guelfe della città; in tal modo egli difese la libertà e la dignità della patria. Campaldino (1289) segnò la cancellazione totale dei ghibellini da Firenze e la definitiva affermazione guelfa. Il progredire dell’artigianato, soprattutto della lana, e l’avanzamento dell’economia mercantile, determinarono il conio del fiorino d’oro (1 fiorino = 7 tarì siciliani), largamente diffuso in Italia, nonché il fiorire degli istituti bancari, che prestavano a usura larghi capitali, in special modo a sovrani impegnati nei conflitti. Così i banchieri fiorentini entrarono in relazione con il nuovo sovrano di Sicilia, Carlo d’Angiò, frequentando stabilmente la sua corte e la nuova capitale Napoli e ponendosi in forte concorrenza con i mutuatores regnicoli, tutti amalfitani, ravellesi e scalesi. Così il giglio rosso in campo d’argento di Firenze s’imparentava col giglio d’oro in campo azzurro di Carlo novello. Non tutti i fiorentini erano d’accordo con questa politica; pertanto, si crearono due fazioni: i neri, mercanti-banchieri alleati degli Angiò e del papa, e i bianchi, fautori di una politica di assoluta autonomia. Ne conseguirono contese interne quasi sempre violente con alterne vicende, che interessarono non solo Firenze, ma l’intero giardino de lo ‘mperio, come amava definire l’Italia Dante, aggiungendo, a proposito delle lotte intestine: “vieni a veder Montecchi e Cappelletti,/ Monaldi e Filippeschi”. Di fronte alle contese interne, molti comuni scelsero la formula del podestà, un governatore estraneo che garantisse ordine e giustizia; questo era un primo passo verso l’evoluzione in signorie.
Dante non accettava che la gente nova giunta dal contado facesse fortuna in città, sovvertendo l’ordine tradizionale e gli antichi valori. Attaccava il commercio e l’usura, condannando la cupidigia che aveva pervaso persino la curia romana (la lupa) e dimostrando di conoscere bene i sistemi mercantili, tra cui la partita doppia: ” mal dare, mal tenere”. Non accettava il lusso che cresceva a Firenze (la lonza) grazie al progresso economico che produceva risvolti sociali, preferendo al buon governo della moneta la morigerata vita dell’età dell’avo Cacciaguida, quando imperava la deflazione. Criticava fortemente la partecipazione al governo del comune da parte di gente sprovveduta appartenente al ceto mediano: “Molti rifiutan lo comune incarco;/ ma il popol tuo solicito risponde/ sanza chiamare, e grida: “I’ mi sobbarco!”. Il continuo legiferare per lui era assurdo: “ch’a mezzo novembre/ non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Dante era un conservatore, il quale non aveva compreso che i segni e le manifestazioni di quel progresso sociale, politico ed economico avrebbero in seguito portato Firenze a dimensione europea e ad un’autonomia assoluta, forse proprio quell’autonomia che egli, da guelfo bianco, tanto auspicava.
Intanto i giochi europei, partecipi della crisi dei due istituti che avevano condizionato la scena politica altomedievale, l’impero germanico e il papato, volgevano verso la formazione, sulla scia della Francia (il superbo leone dantesco), di regni nazionali.
I normanni portarono il loro francese d’o?l in due opposte direzioni, verso l’Inghilterra e verso l’Italia meridionale. Con loro, nella persona di Guglielmo il Conquistatore, nasceva il regno d’Inghilterra (1066), destinato nei secoli successivi a dominare il mondo.

Ruggero II primo Re normanno di Sicilia

Al Sud Ruggero II d’Altavilla fondava il regno di Sicilia (1130), destinato a giungere fino a Francesco II di Borbone (1860). Entrambi i regni normanni costruirono le loro fortune sull’alleanza con la Chiesa. I sovrani inglesi si aprirono a una politica mediterranea, partecipando alla Terza Crociata e combinando il matrimonio tra Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo III d’Altavilla. Normanni d’Inghilterra e normanni di Sicilia furono i più abili legislatori della storia dopo i romani. Con lo scutagium Enrico II Plantageneta diede un colpo al feudalesimo dell’avo Guglielmo il Conquistatore, ordinando ai suoi vassalli di versare una tassa alla corona, che veniva poi utilizzata per pagare i mercenari; in tal modo i vassalli potevano non servire in guerra. Con le Costituzioni di Clarendon il sovrano limitava i privilegi eccelsiastici e controllava il potere delle corti di giustizia della Chiesa, evocando a sé la nomina dei vescovi sul territorio del regno. Con la Common Law si attestavano le riforme regali riguardanti un sistema giuridico fondato sull’acquisizione delle attività delle corti centrali come consuetudini e sul riconoscimento delle corti locali (Tractatus de legibus et consuetudinibus regni Angliae). Suo figlio Giovanni Senzaterra trovò un accordo con la nobiltà del regno mediante la concessione della Magna Charta Libertatum.
D’altro canto Ruggero II di Sicilia con le Assise di Ariano (1142) stabilì una vera e propria costituzione del regno. Così il sovrano della stirpe degli Altavilla fu l’ideatore del moderno governo dei ministeri:
Magnus Iustitiarius (amministratore della giustizia) – da lui dipendevano i regii iustitiarii, che amministravano la giustizia nella Terra d’Otranto, nella Terra di Bari, a Monte S. Angelo, a Melfi e Montescaglioso, in Molise, a Capua, nella Terra di Lavoro, nel Principato di Salerno, in Abruzzo; da questi dipendevano a loro volta gli iudices regales delle amministrazioni cittadine.
Magnus Comestabulus (comandante delle forze armate di terra) – da lui dipendevano i regii comestabuli dei centri notevoli del regno, ai quali erano collegati i castellani, che reggevano singole fortificazioni.
Magnus Admiralius (comandante delle forze armate di mare) – da lui dipendevano i protontini, viceammiragli e magistrati del mare, presenti nelle zone marittime più rilevanti del regno; essi comandavano ai patroni, capitani delle galee, e ai comiti, comandanti delle ciurme.
Magnus Cancellarius (custode del suggello e degli editti) – da lui dipendevano i curiales e i notarii.
Magnus Camerarius (amministratore del patrimonio reale) – da lui dipendevano i camerarii, che reggevano i camerariatus di vaste circoscrizioni e avevano sotto di loro gli erarii locali.
Magnus Protonotarius (primo segretario di Stato e promulgatore delle leggi).
Magnus Siniscalcus (governatore del patrimonio reale).
Prima dell’avvento dei normanni, ci furono tentativi di semplificazione del quadro politico della penisola italica: a nord il regno d’Italia, guidato da grandi feudatari dell’imperatore, come Berengario; al centro il potentato della marchesa Matilde di Canossa, legata al papa; a sud il principe Guaimario IV di Salerno, che aveva aggregato sotto il suo dominio indiretto mediante vassalli i ducati romanico-bizantini di Amalfi, Gaeta e Sorrento, il principato longobardo di Capua, il ducato di Puglia e Calabria. Proprio alcuni suoi vassalli, i normanni Altavilla, avrebbero ben appreso la lezione per fondare, approfittando delle lotte tra gli staterelli campani, un regno duraturo. Gli Stati di Berengario, Matilde e Guaimario rappresentarono la prova generale per la formazione degli Stati regionali, derivati dalle signorie comunali del XIII-XV secolo, con i quali si registrava, insieme all’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento, la conclusione della stagione medievale e la nascita dell’Età Moderna.

 

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