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Coronavirus: quando la Costiera amalfitana vinse peste e colera

Ultimo aggiornamento Friday, 22 May, 2020   00:49

Con l’emergenza del virus Covid-2019 che sta interessando tutta l’Italia, la storia più che mai deve esserci da insegnamento e renderci più consapevoli e anche più forti. Ecco come la Costa d’Amalfi ha vissuto epidemie che hanno attraversato i secoli. Un messaggio che arriva dal passato attraverso le ricerche sempre più approfondite dello storico amalfitano Giuseppe Gargano

L’indagine storica, condotta sulla base delle ricerche d’archivio in maniera segnatamente scientifica, riporta alla luce, tra tanti fenomeni e avvenimenti, anche alcuni riguardanti passate epidemie batteriche o virali.

Le notizie diventano sempre più puntuali a partire dal tardo Medioevo, per assumere poi una dimensione analitica e dettagliata nei tempi più vicini a noi, naturalmente in connessione con i progressi della medicina. 

L’epidemia largamente segnalata nelle fonti è di certo la pestilenza, diffusa da un batterio che fin dall’antichità ha mietuto milioni di vittime in tutto il pianeta. Ma per la Costa d’Amalfi non mancano informazioni relative ad altre infezioni, tra cui primeggia il colera.

La peste del 1300

Una prima pestilenza viene segnalata negli anni 1305-1306 ad Agerola, dove colpì buona parte della popolazione. Una delle più potenti si verificò nel 1348; essa, ricordata puntualmente da Giovanni Boccaccio nell’introduzione al suo Decamerone, decimò la popolazione europea. Le fonti amalfitane segnalano per quell’anno numerosi atti testamentari, i cui attori decedevano sicuramente a causa dell’infezione della peste. Un primo dato significativo: la stragrande maggioranza dei deceduti era di sesso maschile. 

In quell’anno fu allestito sulla spiaggia occidentale di Amalfi, presso la Dogana Vecchia e nell’ambito della chiesa di S. Maria Annunziata de Ballenula, un ambiente contenente un solo letto per la quarantena di un appestato. A Maiori, accanto al seggio dell’Università (Comune) nel sito dello Olmo, fu allora costruita, dall’amministrazione pubblica, la tuttora esistente chiesa di S. Rocco, in onore del santo che proteggeva contro la peste.

Il secolo che fu maggiormente interessato da pestilenze fu il XVI nel nostro territorio. 

Già nel 1479-1480 la peste colpì la sola città di Amalfi. Fu forse allora che si dovette procedere alla veloce sepoltura di numerosi cadaveri in un sito che da quel tempo in poi fu detto Campolillo, corrispondente oggi col Largo della Zecca alle spalle di Piazza Municipio. Nel corso di vari scavi, effettuati lì per lavori pubblici, sono stati ritrovati i resti di tali cadaveri.

Nel 1503 toccò ad Atrani: gli abitanti ancora sani, per sfuggire all’epidemia, tentarono di rifugiarsi a Ravello; ma i ravellesi, appostati lungo il confine territoriale, scaricavano contro di loro colpi di archibugio a raffiche.

Due anni dopo un’altra epidemia infestò la Costa d’Amalfi.

Molto probabilmente queste ultime due calamità erano la conseguenza della tremenda guerra combattuta nel Meridione tra aragonesi e spagnoli, che vide anche la partecipazione di truppe francesi; praticamente alla stregua della pestilenza di manzoniana memoria del 1630, portata in Lombardia da un mercenario lanzichenecco. 

Trionfo della Morte – Palazzo Abatellis Palermo

Le fonti segnalano, in aggiunta, la morte per peste di Clara Vitolo di Atrani nel 1524, appartenente ad una famiglia notabile, senza però specificare il luogo del decesso.

Tre anni più tardi il contagio interessò Positano, Praiano, Conca e Scala; si segnala, comunque, ad Amalfi il decesso di un nobile del casato dei del Giudice, il quale dal letto di morte dettava “a frammenti” il proprio testamento ad un congiunto che, affacciandosi di volta in volta dal balcone, ne comunicava i contenuti al notaio appostato, per sicurezza personale, sulla sottostante via pubblica. 

Nel 1547 una tremenda pestilenza interessò la città di Scala; il contagio fu così forte che, per limitare la sua espansione, si bruciò di tutto, persino molte pergamene medievali, che, se salvate, oggi ci avrebbero trasmesso molte più informazioni sulla storia di quella città.

In considerazione di tali avvenimenti dobbiamo considerare che le autorità delle università (così allora si chiamavano i comuni) seppero contenere nel migliore dei modi la propagazione dei contagi, attenendosi soprattutto alla tecnica della quarantena, applicata contemporaneamente nella repubblica di Venezia.

L’antica torre di Pogerola che ospitò sospettati di peste

Ne costituisce un’ulteriore prova la notizia del 1575 della messa in quarantena nella torre di Pogerola del mercante di lana Giacomo Nastaro di Pontone di ritorno dalla Sicilia, sospettato di avere la peste.

Dopo quella del 1348, la più disastrosa pestilenza colpì la Costa d’Amalfi nel 1656:

il villaggio di Vettica Minore di Amalfi fu quasi totalmente spopolato; ad Atrani vi furono 484 vittime, ne morivano, nella fase più acuta, circa 30 al giorno; nella città di Amalfi se ne registrarono 85, tutte seppellite in un luogo prossimo alla porta settentrionale della città, in un sito che da allora in avanti fu denominato Li Morti. Quell’accesso settentrionale, situato nell’attuale Valle dei Mulini, al di sotto della cartiera Alvigi, poi Confalone e in ultimo proprietà De Luca, era costituito da un grande arco acuto, simile a quello della Porta della Marina Piccola (già Porta de Sandala), inesorabilmente tagliato negli anni ’70 dello scorso secolo per favorire il traffico veicolare.

L’abito del medico della peste in un disegno del 1656

La sua denominazione trecentesca era Porta de lo Inferno, che, in contrapposizione al toponimo Paradiso, designante un cimitero quadriporticato posto accanto ad una chiesa (vedi il Chiostro Paradiso), dove si seppellivano i nobili, indicava forse il luogo di sepoltura di morti a causa di epidemie, ritenute un flagello divino. Il parroco della cattedrale, munito di apposita “mascherina a becco d’uccello”, portava il conforto religioso a tutti i moribondi. 

Anche nel caso della peste del 1656 la statistica c’informa che la maggior parte dei decessi era di sesso maschile. A tal proposito, alcuni medici consultati dal sottoscritto ritengono che il sesso femminile era per sua natura più resistente all’infezione batterica.

Altra epidemia endemica, pur essa riconducibile alla cattiva igiene dei secoli passati, fu il colera.

Dovette di certo verificarsi in molte occasioni nei centri costieri, anche se per i secoli più antichi non possediamo una documentazione precisa. Ad ogni modo, a infezioni del genere doveva riferirsi la necessità di coprire definitivamente e in modo completo ed efficace il corso del fiume Canneto dalla Porta Hospitalis fino alla Platea Nova (oggi Piazza Duomo), opera realizzata nel 1366 su di un tracciato già esistente sin dagli anni ’70 del XIII secolo per iniziativa dell’arcivescovo e cardinale amalfitano Marino Del Giudice. La motivazione della copertura del corso d’acqua era la frequente diffusione, specialmente d’estate, quando la portata idrica era molto ridotta, di malattie infettive. 

L’individuazione nella muratura a calce di alcune abitazioni medievali di cadaveri con gli abiti addosso, effettuata nei tempi passati, lascerebbe supporre una frettolosa e atipica sepoltura di malati di colera ormai in fin di vita, al fine di limitare il contagio. 

Un’altra epidemia di colera colpì Napoli nel 1837, mietendo vittime addirittura tra i membri della corte reale; al contagio cercò di sfuggire Giacomo Leopardi insieme al suo amico Ranieri, rifugiandosi a Torre del Greco.

Un documento storico sul colera che colpì la Sicilia nel 1836

Negli anni ’50 del XX secolo il colera colpì circa un terzo dei napoletani

estate 1973: il colerà colpì Napoli

L’ultimo fastidioso contagio colerico avvenne nell’estate del 1973: ricordiamo personalmente l’altruistica opera di vero e autentico missionario della medicina posta in essere dal dottor Gaetano Naddeo, amalfitano di adozione, il quale vaccinò senza posa quasi tutta la popolazione.

A tutto questo occorre aggiungere la spagnola e l’asiatica, che segnarono, per la loro virulenza, la memoria collettiva della popolazione costiera.

Una nota, per così dire, più allegra: nel marzo del 1485, spinte da un forte vento di scirocco, milioni di cavallette invasero le terrazze coltivate della Costiera e dell’entroterra, distruggendo totalmente tutti i vigneti; in quell’anno i più celebri bevitori del territorio dovettero accontentarsi dell’acqua delle fonti, non potendo affermare, come fece un loro alcolemico discendente del Novecento assetato dall’arsura e colto mentre sorseggiava alla fontana di Sant’Andrea dalla “cannola di Pulicano”, “non bevo acqua, sto soltanto sciacquando la botte!”.

In foto il professore e storico Giuseppe Gargano

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