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Augusta, l’acqua è ufficialmente “potabile” ma al bar mandano l’autobotte

AUGUSTA – Mentre i residenti del centro storico di Augusta si preparano a scendere nuovamente in piazza il 22 febbraio, per gridare “siamo esausti e non abbiamo altro tempo da perdere” su una crisi idrica lunga 4 mesi, scoppia il giallo sulla qualità del liquido distribuito dall’acquedotto. Il 20 mattina, un bar nella zona alta dell’Isola ha ricevuto la segnalazione telefonica da un non meglio precisato ufficio municipale, secondo la quale si sconsigliava di usare l’acqua pubblica per bere o incorporarla negli alimenti. E pertanto il Comune avrebbe provveduto a inviare un’autobotte, servizio poi effettivamente prestato in tempi rapidi. Ma nessuna ordinanza che ripristinava il divieto è apparsa sul sito del Comune, né sul canale Telegram usato per diramare gli avvisi dell’amministrazione. Forse si è trattato solo di una lodevole precauzione di qualche diligente impiegato, alla luce del disservizio che il 19 mattina ha riportato il fango nei rubinetti delle abitazioni. Tuttavia è indicativo di una situazione che non si è affatto normalizzata, a una settimana di distanza dalla revoca dell’ordinanza sulla non potabilità, emessa il 25 ottobre scorso.

In programma un nuovo pozzo da 700 mila euro.

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Se “legalmente” parlando la crisi idrica è ufficialmente cessata, in realtà nessuno dei problemi che l’hanno causata appare risolto. I Lavori pubblici si starebbero dando da fare insieme al Genio civile, per scavare al più presto un nuovo pozzo accanto quello della Villa andato in malora. Secondo qualche indiscrezione, avrebbero ricevuto un preventivo intorno i 700 mila euro, con tempi di realizzazione vicini ai 30 giorni. Nell’attesa che questo iter venga completato, il Comune arranca di giorno in giorno sperando nello stellone. Ma anche se l’amministrazione grillina teoricamente avrebbe ben “5 stelle” a sua disposizione, queste sembrano irrimediabilmente tramontate dietro la trivella ai Giardini pubblici. Perché, nonostante si siano concluse a fine gennaio le riparazioni nella camicia fessurata, la reiterata presenza di fanghiglia nei rubinetti ha sollevato dubbi sulla soluzione del problema. Che più si scava, più diventa torbido.

Il nodo dell’attendibilità delle perizie geologiche.

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La protesta del 13 dicembre, cittadini incontrati al sicuro delle mura di Palazzo.
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Pare, infatti, che per ragioni geomorfologiche l’ufficio tecnico non sia in grado di effettuare un’analisi pienamente attendibile del sottosuolo. Si dovrebbe perciò tentare una stratigrafia per approssimazione, rispetto al condotto da analizzare. In modo da poter capire se lo strato di argilla che inquina il pozzo scende fino a 220 metri, come si riteneva dalla vecchia perizia. O se invece la roccia dura inizia già a meno 170 metri, quota dove si è fermata la tubazione prefabbricata calata per isolare il condotto principale. La torbidità ha impedito alla telecamera ottica di verificare se sia possibile escludere ulteriore infiltrazione di terriccio, dai 50 metri di conduttura rimasti “scoperti”. O se invece il fango tirato su dalle pompe, ogni volta che si riavviano oppure vengono spinte alla massima potenza, sia proprio quello depositatosi nella falda di emungimento. In realtà, nessuno sa cosa ci sta veramente, là sotto.

Le “incertezze” su cosa sia finito in fondo alla falda.

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Incertezza è il pudico sostantivo che accompagna ogni risposta su una trivella abbandonata a sé stessa da troppo tempo. Due anni fa, una della coppia di pompe si è mollata verso il fondo durante una manutenzione. Andando a raggiungere quella precipitata all’epoca della gestione da parte di Sai 8. Sono ancora lì da qualche parte, insieme a chissà cos’altro. I tecnici comunali stanno iper-clorando l’acqua che viene pompata, ma il liquido prelevato alla fonte talvolta mostra corpuscoli in sospensione. Provengono dalle spruzzate di cemento utilizzate per sigillare la nuova camicia su quella vecchia, o la causa va cercata nell’adiacente pozzo dismesso? Un’ispezione sul condotto gemello chiuso molti anni fa lo avrebbe trovato già ostruito nei primi 100 metri, degli oltre 400 totali in cui si sviluppava. Forse la cavità è collassata, per quale ragione resta però un punto interrogativo. Come rimane un punto interrogativo su cosa sia finito nella falda dove si attinge l’acqua. E senza un’accurata perizia geologica, scavare una nuova trivella nelle vicinanze rischia di non risolvere nulla.

Il 22 febbraio nuova protesta in piazza di Mangano.

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Nel frattempo la protesta degli utenti esasperati torna a montare. Manuel Mangano, ha nuovamente chiamato in strada i residenti dell’Isola. L’appuntamento è per le 9,30 di sabato, in piazza Duomo. “Ci ritroveremo tutti per avere chiarimenti da parte dei nostri amministratori, una volta per tutte pretendiamo trasparenza”, scrive il giovane presidente di Bella storia, che ha guidato un’identica manifestazione il 13 dicembre. Quella volta Cettina Di Pietro si è asserragliata in ufficio insieme ai suoi assessori e ad alcuni consiglieri 5 Stelle, ricevendo i manifestanti in Municipio quando si è assicurata che le forze dell’ordine potessero farle scudo. L’esponente di Italia viva che dopo Capodanno ha fatto lo sciopero della fame, parlandone pure in diretta a “Dritto e rovescio” di Rete4, ora scrive che “non accetteremo più il dialogo dentro il Palazzo. Desideriamo che la sindaca in persona e l’assessore preposto vengano a dialogare con i cittadini, dalla stessa piazza che prima delle elezioni consideravano casa loro”. La presidiavano col loro gazebo così naif appena 5 anni fa, ma ormai sembra un’era lontana, la fine di una storia per niente bella.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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