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Sconosciuti aggrediscono cronista sul set di Montalbano, l’Agirt: ora basta

SIRACUSA – Non era sicuramente Montalbano lo sconosciuto che la mattina del 3 giugno ha aggredito un giornalista alla stazione di Siracusa, dove si stava per girare una puntata del celebre commissario. La produzione dello sceneggiato si è poi scusata in serata con Santi Pricone, collaboratore della Gazzetta del Sud. Ma resta il giallo sull’identità e la funzione di chi ha messo le mani addosso al free lance, impedendogli con la forza di usare il cellulare per riprendere un fatto di cronaca.

Mani addosso a Pricone fuori dalla stazione di Siracusa.

Il cronista è stato afferrato per le spalle e spintonato via mentre si trovava sul piazzale esterno dello scalo ferroviario, dopo essere già stato immotivatamente allontanato dalla biglietteria. L’aggressore, senza pettorina né alcun badge di riconoscimento, non si è qualificato nemmeno quando il giornalista ha esibito il tesserino spiegando che era lì “per lavorare”. La risposta è stata “un sorrisetto di sufficienza”. Seguito dalla scrollata di spalle, che accompagna il “non me ne può fregare di meno”.

Le scuse della produzione ma resta il giallo sugli autori.

La vicenda è stata immediatamente segnalata all’Assostampa di Siracusa, che ha subito chiesto spiegazioni alla Palomar. Chiarimenti che tuttavia non sono arrivati. “E’ giunta soltanto una telefonata di qualche decina di secondi dove il produttore Degli Esposti si è formalmente scusato per qualcosa che non era mai accaduto prima”, racconta Pricone. La produzione ha evidentemente “recuperato” il danno d’immagine, dando tuttavia la sensazione che fosse all’oscuro di quanto accaduto. E, soprattutto, su chi potessero essere gli autori dell’aggressione.

Aggressori senza senza badge né pettorine security.

Perché, dal racconto del giornalista, chi gli ha afferrato il cellulare era spalleggiato da un “collega”. Anche questo senza badge, né altri elementi identificativi. Eppure, poco prima, altri cronisti non avevano avuto difficoltà. Nemmeno ad accedere all’area interdetta dai nastri colorati. Per esercitare il loro diritto all’informazione gli è bastato esibire la tessera professionale alla poliziotta, in divisa, che sorvegliava la zona.

L’Unci ricorda l’importanza di cercare le notizie per strada, ma non a tutti piace il giornalismo che non si limita al copia-incolla dei comunicati.
(foto copertina, il giornalista Santi Pricone)

L’Unci: non deve accadere nemmeno su un set.

La vicenda ha subito fatto scattare l’allarme negli organi di categoria.“Massima solidarietà a Santi. Questa cose non devono accadere nemmeno in un set cinematografico”, dichiara Francesco Nania, fiduciario provinciale dell’Unione cronisti. Esprimendo preoccupazione per i “personaggi da identificare, che impediscono di svolgere il suo lavoro a un giornalista che si qualifica”.

L’Agirt lancia l’allarme: episodi sempre più frequenti.

Anche l’Associazione del giornalisti radiotelevisivi e telematici è scesa in campo con una durissima presa di posizione. “Adesso basta!”, scrive Pippo Cascio, presidente dell’Agirt. Evidenziando che “sono sempre più frequenti fenomeni d’intolleranza e sottovalutazione dell’attività giornalistica, che rendono ogni giorno più difficile il nostro lavoro”. Le aggressioni contro chi fa giornalismo in strada cominciano registrare una cadenza preoccupante.

Lentini, smartphone afferrato a La Fata per spezzarlo.

Nello La Fata, direttore di “LaNotizia.tv“, nel suo telegiornale del 26 aprile ha messo in onda un filmato choc. Mostrava come il suo smartphone gli venisse afferrato in mano per essere spezzato. A “sequestraglielo” era uno degli organizzatori di un evento per bambini, nel parco giochi della villa comunale di Lentini. Il giornalista, che si era comunque qualificato nonostante sia molto noto in quella città, stava documentando il pagamento del biglietto d’ingresso in uno spazio pubblico che, supponeva, fosse stato concesso gratuitamente dall’amministrazione comunale.

Sit in dei giornalisti siracusani per chiedere più sicurezza.

A Siracusa il sit in dell’Assostampa per Scariolo.

L’11 maggio a finire nel mattinale della Questura è stato l’incendio doloso alla vettura di Gaetano Scariolo, cronista di nera e giudiziaria per il Giornale di Sicilia e l’agenzia Agi. Quell’auto bruciata è stata una “prima volta” a Siracusa. Un’intimidazione alla quale i giornalisti hanno risposto scendendo in piazza 3 giorni dopo. Per la “prima volta”, al tempio di Apollo, i colleghi hanno manifestato pubblicamente l’esasperazione di chi cerca ancora di esercitare liberamente il diritto di cronaca. Hanno chiesto più rispetto del loro lavoro, e soprattutto più sicurezza.

Il free lance allontanato nonostante mostri il tesserino.

La “risposta” è arrivata il 3 giugno sotto forma di sceriffi anonimi, che non hanno esitato a usare rudemente le mani per bloccare il cellulare di Pricone. Il quale, fra l’altro, era in compagnia della moglie. Intuibile il trauma di chi non ha sviluppato gli stessi “anticorpi” del cronista di strada, quando qualcuno gli mette i bastoni fra le ruote. A maggior ragione se vede il marito spintonato da sconosciuti come fosse un delinquente, solo perché sta facendo il suo normale lavoro di documentazione sulla presenza di un noto attore come Zingaretti.

Che ordini ricevono gli “sceriffi” ferroviari?

Non è la prima volta che la stazione di Siracusa si dimostra zona franca per l’esercizio della libertà di stampa. Era già accaduto il 25 marzo, durante la protesta dei sindacati, per gli intollerabili tempi di percorrenza della tratta verso Ragusa. Ma gli “sconosciuti” che volevano impedire di documentare il viaggio dimostrativo delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil, persino ai loro uffici stampa, non avevano mai debordato dai semplici inviti verbali. Qualificandosi comunque come addetti della sicurezza aziendale.

Munafò, Sanzaro e Alosi documentati dall’ufficio stampa durante la protesta di Uil, Cisl e Cgil sul treno Siracusa-Ragusa.

Le scuse della Palomar non bastano, servono spiegazioni.

Ora, scuse opportunistiche a parte del produttore, qualcuno dovrà spiegare chi fossero quegli individui che hanno strapazzato Pricone. E soprattutto perché lo hanno fatto, nonostante si fosse qualificato nell’esercizio di un’attività professionale riconosciuta e regolamentata dalla legge. Oltre che tutelata dalla Costituzione e dalla Corte di giustizia europea. A maggior ragione quando si trovava in uno spazio pubblico non interdetto a chicchessia, fuori dalla “competenza” di qualsiasi servizio d’ordine, o presunto tale.

Cascio: non possiamo di nuovo far finta di niente.

“Non possiamo ancora una volta far finta di niente”, avverte l’Agirt. Chiedendo “iniziative che ripristinino la legalità e il diritto a informare ed essere informati. Prendendo anche in considerazione l’ipotesi di segnalare all’autorità giudiziaria gli abusi subiti dai colleghi”. Delle minacce ai giornalisti della provincia – la più grave riguardava la condanna a morte della mafia contro Paolo Borrometi – se ne era occupato anche il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Abusi ai cronisti, sottovalutazione o accondiscendenza?

Il segretario provinciale dell’Assostampa, Prospero Dente, in prefettura aveva presentato un report circostanziato. Di quell’incontro era stata data ‘ampia notizia. In tempi normali questo sarebbe bastato a dissuadere. Ma evidentemente adesso non basta più. E si affaccia prepotente la sensazione che gli abusi verso i cronisti godano di una sottovalutazione che potrebbe essere scambiata per accondiscendenza all’impunità.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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