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Incendio Ecomac, diossine 4 volte il limite ma l’Arpa ignora Augusta

AUGUSTA – C’era il quadruplo delle diossine accettabili per una città, e un 50 per cento in più di quelle ammissibili persino in un comprensorio industriale. Ma nessuno ha pensato di controllare quante ne siano rimaste nell’ambiente dopo l’incendio alla Ecomac, nonostante il rischio per la catena alimentare. “Ad oggi sia a livello europeo che a livello nazionale, non risultano emanate norme contenenti valori limite a cui fare riferimento per i tenori di microinquinanti nell’aria, nel caso di incendi o di eventi a carattere transitorio”. Anche se l’Arpa mette le mani avanti, nella sua comunicazione sulle analisi condotte dal 22 agosto al 7 settembre, restano i dubbi per la gestione dell’emergenza ambientale. Perché nonostante la plumbea nube di plastiche bruciate si fosse distesa sul porto Megarese, fino a Santa Panagia, i campionamenti si sono limitati a Priolo e Melilli. Ad Augusta e Siracusa, invece, non si è attivato alcun rilevamento specifico. Lasciando il mistero sui rischi alla popolazione, per cancerogeni che ora si scopre essere stati di “oltre 4 volte il valore guida, indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità per gli ambienti urbani”. A rivelarlo fra l’altro non è la Protezione civile dei Comuni, sia pure a scoppio ritardato, bensì un comunicato diffuso l’1 ottobre da Legambiente, Natura sicula e Punta izzo possibile.

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Accesso agli atti degli ambientalisti rivela la comunicazione su inquinanti taciuta dai Comuni.

E’ stato grazie una richiesta di accesso agli atti avanzata dalle associazioni ambientaliste, che dopo un mese si conosce il documento indirizzato alle quattro amministrazioni comunali coinvolte. L’Agenzia regionale protezione ambiente lo ha inoltrato il 9 settembre, ma “ad oggi nessuno dei sindaci è intervenuto per informare direttamente i propri concittadini”, notano gli ecologisti. Eppure, quando era ormai lampante che la densa coltre scura non provenisse solo da balle di carta da riciclare, in tarda serata la stessa Protezione civile aveva “invitato i cittadini a tenere chiuse le imposte e a limitare gli spostamenti dal proprio domicilio”. Allerta che fra l’altro era stata preceduta dalla rassicurazione con eloquente uso di maiuscole, che “probabilmente causato da un fulmine si è sviluppato un incendio in zona Asi, NO zona industriale“. Cosa si fosse originato da quelle fiamme, i Comuni l’hanno formalmente saputo dopo 3 settimane. Diventando di dominio pubblico, sul sito dell’Arpa, solo dopo un mese. Alla tempistica inaccettabile, si è aggiunto il fatto che l’Agenzia regionale non ha avuto “nulla da aggiungere in merito ai rischi per la salute delle popolazioni”.

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Prelievi limitati a due giorni e solo a Melilli e Priolo, niente indagini su contaminazione suoli.

Sui tetti di Melilli e Priolo sono state rilevate concentrazioni tossiche di diossine e furani, pari a 459 ft/m3, a fronte di valori guida che indicano 100 per gli ambiti urbani e 300 per quelli industriali. Eppure l’Arpa ha evitato di pronunciarsi anche “sull’opportunità di indagini ambientali su acque superficiali e sotterranee, suoli, pascoli e prodotti ortofrutticoli e di origine animale di competenza delle autorità sanitarie“. Le associazioni ambientaliste contestano che i controlli “sono stati circoscritti”, dato che “nessun prelievo tramite canister è stato effettuato nella zona di Augusta, malgrado sia probabilmente questa la cittadina più colpita dalla nube nera sprigionatasi dal rogo”. E hanno da obiettare sul fatto che siano stati pure “limitati nel tempo”. Limitandosi a due prelievi, il 22 e il 23 agosto, “nonostante fenomeni di combustione ancora attivi” indicati nella stessa comunicazione dell’Agenzia regionale. “L’Apat ci ricorda che i tempi di persistenza delle diossine negli strati superficiali del suolo è stimata con una emivita fra 9 e 15 anni, mentre per gli strati più profondi è fra 25 e 100 anni: occorre quindi che campionamenti ed analisi perdurino nel tempo”. Invece né dall’Arpa né dai Comuni, “si è data alcuna notizia di eventuali controlli – finora inspiegabilmente omessi – su terreni, corpi idrici e prodotti alimentari di origine vegetale e animale”.

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Legambiente, Natura sicula e Punta izzo possibile: Asp e sindaci attuino protocollo ambientale.

Legambiente, Natura sicula e Punta izzo possibile sottolineano che “l’assenza di tali indagini ambientali appare in contrasto con il protocollo di intervento, descritto nelle linee guida per la gestione delle emergenze derivanti da incendi”. Puntualizzando che “si tratta di campionamenti in genere di competenza della parte sanitaria, dunque delle Asp e dei sindaci”. I quali vengono espressamente avvertiti che “alla preoccupante presenza di diossine riscontrata, c’è da aggiungere anche quella di elevate concentrazioni di polveri, benzene e idrocarburi“. Inquinanti che sono stati “accertati nelle analisi condotte in quelle ore, e rilevate anche a distanza di tempo dalle centraline per il controllo dell’inquinamento atmosferico“. Gli ambientalisti si soffermano in particolare sulla “analisi del campione aria prelevato il 25 agosto presso la darsena di Augusta, nel quale è stata accertata una elevata presenza di naftalene correlabile all’incendio”. Ma in città la diossina non è stata cercata, e non è neppure la prima volta. Perché un’emergenza simile si è già registrata due anni fa, durante la cosiddetta “nube di Pasquetta“.

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Darsena senza rilevatori diossine dopo due anni dai malori per la misteriosa nube di Pasquetta.

Nel 2020 la nuvola nera rimase misteriosa, riguardo sia le origini che le sostanze immesse nell’aria. La cui tossicità può essere presunta solo per i malori denunciati da molti augustani, ma non perché ne sia stata accertata la natura. Stavolta i dati completi ci sono, anche se limitati alle città che condividono il litorale portuale. E c’è un’inchiesta giudiziaria diretta ad accertare quanto ci sia di fatalità nel rogo, e quanto di responsabilità per omissioni. “L’incertezza sulle ricadute ambientali dell’incendio Ecomac si accompagna alle anomalie nella gestione dell’impianto, riscontrate nell’ultima e unica ispezione realizzata da Libero consorzio e Arpa tra aprile e maggio di quest’anno”, scrivono le tre associazioni ambientaliste. Rivelando che ilverbale di ispezione dei luoghi elenca le numerose difformità accertate nella gestione dello stabilimento, rispetto alle prescrizioni contenute nell’autorizzazione regionale del 9 ottobre 2020″. Dopo due di attività nel riciclo di rifiuti urbani non compostabili, l’impianto non era stato trovato con tutte le carte in regola. “Nei piazzali esterni avevano riscontrato l’utilizzo delle aree di passaggio come siti di stoccaggio di ecoballe in plastica, nonché la presenza di cumuli di rifiuti ingombranti in assenza di copertura”. Altra plastica depositata era stata trovata in un “deposito temporaneo”, nel quale era nel frattempo cresciuta pure l’erba.

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Associazioni ecologiste: ora indagine ambientale ad ampio raggio su tutti i rischi a popolazione.

Poi “all’interno del capannone destinato alla lavorazione, gli ispettori avevano fotografato diversi cumuli di rifiuti, tra cui uno alto 4 metri”. Nonostante “l’autorizzazione prescrivesse che i quantitativi all’interno, dovevano essere quelli strettamente necessari per le lavorazioni”. Le ecoballe erano anche usate “come delimitatori tra i rifiuti di carta e i sacchi di plastica“, a dispetto delle prescrizioni regionali e aumentando il rischio in caso di incendio. “Per completare il quadro va evidenziata la mancata predisposizione del Piano prefettizio di emergenza esterno; doveva essere redatto entro 12 mesi dal ricevimento delle informazioni da parte del gestore, proprio allo scopo di limitare gli effetti dannosi derivanti da incidenti rilevanti”. La prefettura ha assicurato che è “in istruttoria, come per impianti analoghi della provincia“. Ma gli ambientalisti ritengono “comunque urgente che la pianificazione d’emergenza, riguardante tutti gli impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti, venga ultimata al più presto dandone la dovuta informazione alla popolazione”. Il loro comunicato conclude con la richiesta di “una indagine ambientale e sanitaria, che analizzi approfonditamente e costantemente tutte le matrici ambientali, l’attuale stato di disagio e gli effetti sulla salute umana che la presenza di queste pericolose sostanze comportano”. Vogliono arrivare a far “attuare misure di risanamento, di prevenzione e di tutela della collettività”, che non siano solo annunci per campagne elettorali permanenti.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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