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Augusta, raffineria in vendita? Art1, Zappulla: Sonatrach dia vere garanzie

AUGUSTA – La raffineria ex Esso di Augusta potrebbe nuovamente passare di mano. Nessuno vuole dirla apertamente, ma la parola “vendita” incombe silente come una nube nera nella conferenza stampa di Articolouno. Il segretario regionale Pippo Zappulla ha convocato i giornalisti nella sede elettorale di Massimo Carrubba, per spiegare i motivi del sostegno alla sindacatura. Nonché per presentare il capolista Giancarlo Triberio e il nuovo segretario cittadino, Giovanni Ranno. Ma il tono dell’ex deputato diventa improvvisamente grave, quando dice a bruciapelo che “bisogna aprire subito un confronto con Sonatrach, per capire fino in fondo cosa sta accadendo in Algeria“. Prima di approdare alla politica, ha passato tutte le tappe del sindacato nella zona industriale. Perciò c’è tutta la sua esperienza in Cgil, e soprattutto i contatti mantenuti coi vertici nazionali e siciliani, quando aggiunge di “non credere si possa fare affidamento sulle prime garanzie vacue, generiche, aleatorie offerte dalla direzione aziendale“. Dosa le dichiarazioni con accortezza perché, in questo 30 luglio caldissimo non solo per l’afa, “non bisogna alimentare inutile allarmismo”. Però nemmeno si può fare finta di niente, sembrano dire gli occhi repentinamente incupiti. Impossibile strappargli altro, nonostante domande incalzanti. “C’è un clima generale di scontro, che il mondo industriale ha improvvisamente aperto con le parti sociali”; perciò una interpretazione sbagliata farebbe scoppiare un incendio. Il momento è delicatissimo, e non perché il 4 ottobre si vota per il rinnovare il Comune.

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“Dirigenza vacua mentre infuria la battaglia d’Algeri”.

Sonatrach Augusta illuminata col tricolore durante il lockdown.
copertina, da sinistra: Ranno, Zappulla, Triberio, Landro.

“Ad Algeri c’è un dibattito molto forte, intorno le vicende relative all’acquisizione della raffineria siciliana”, spiega Zappulla. Ricordando che “ci sono state prese di posizione importanti e minacciose inchieste della magistratura“. Le notizie parlano di uno stabilimento che il vecchio consiglio di amministrazione algerino avrebbe “strapagato” agli americani, e che secondo i giornali nordafricani starebbe affossando i conti dell’azienda di Stato. Gli echi di una vicenda che ricorda i contorni di Tangentopoli, sono rimbalzati anche in Italia“Ma dalla dirigenza della consociata italiana sono arrivate assicurazioni d’ufficio, che non rassicurano affatto”. Il segretario regionale di Art1 ci tiene a “non drammatizzare”. Tuttavia, crede che “la classe dirigente ha il dovere di avere un confronto immediato sugli investimenti programmati e sugli assetti produttivi. E deve averli a tutti i livelli, anche col loro governo se occorre”. L’ex deputato sferza anche Cettina Di Pietro a uscire dall’immobilismo di fine mandato, e di “assumersi il protagonismo” che tocca a un sindaco di Augusta“Oppure chiami in aiuto le altre forze politiche e sociali”, conclude l’ex segretario provinciale Cgil.

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“Città nevralgica per lo sviluppo economico siracusano”.

Zappulla parla circondato dal suo “stato maggiore”. Al tavolo c’è anche Antonino Landro, “il più giovane presidente provinciale di Art1 in Italia”. Si deve parlare, e si parla ampiamente, del programma politico della lista Democratici e progressisti. Si spiega perché in Sicilia, “a macchia di leopardo”, si fanno coalizioni con i 5 Stelle “per lavorare insieme al cambiamento“. Mentre ad Augusta non se ne parla proprio, “visto che per 5 anni e mezzo il loro monocolore si è caratterizzato per arroganza, presunzione e autosufficienza in consiglio comunale“. E se al Pd augustano stanno bene quei pesci faccia presi, problemi suoi. C’è solo l’augurio che dai dem “arrivi il segnale per costruire il Centrosinistra di governo già a partire da questa campagna elettorale”. D’altronde, Augusta è uno dei punti nevralgici da cui passa lo sviluppo economico dell’intera provincia”. Serve appena accennare alle Zes, nonché alle potenzialità offerta dalla Via della seta grazie al porto commerciale. E poi ci sono le ciminiere, a ricordare l’unica grossa zona industriale italiana che è stata pienamente in funzione durante il lockdown ammazza-redditi.

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Preoccupazioni anche se l’azienda ha investito e assunto.

Giovanni Ranno

Le inquiete dichiarazioni su Sonatrach sono attentamente ponderate, poiché cadono in un momento incandescente per il Petrolchimico. Dopo la riapertura, complice il crollo dei consumi mondiali post pandemia, i petrolieri hanno fatto capire di essere pronti a mollare se non si alleggerivano i costi sui loro stabilimenti. Il plauso unanime arrivato dai sindacati alla bocciatura dei vincoli ambientali posti alle raffinerie dal “Piano qualità dell’aria“, ha reso chiaro come quel rischio disoccupazione lo avessero considerato reale. Tuttavia, le meno preoccupate sono state proprio le Rappresentanza aziendali di Sonatrach. Lo stabilimento era reduce da 4 mesi di manutenzione, costata 180 milioni dei 90 preventivati. Il fatto che, strada facendo, l’azienda si fosse sobbarcata il raddoppio degli investimenti e la triplicazione dei tempi di fermo, era stato visto come il segnale che era ben intenzionata. Considerato anche che era accompagnato da un incoraggiante programma di assunzioni, che ha portato l’organico a 705 addetti a fronte dei 638 ereditati dalla Esso

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Il presidente algerino: via libera al rilancio in Sicilia.

Poi ad Algeri è partita l’inchiesta giudiziaria sulla compravendita con la multinazionale Usa, che il 3 luglio scorso ha portato all’arresto di Ahmed Mazighi. Stava nel cda della casa-madre per occuparsi di “analisi di mercato e pianificazione”, ma all’epoca dei fatti era il vicepresidente del controverso Ceo, Abdelmoumen Oud Kaddour. Col vecchio presidente della Spa trasferitosi subito all’estero dopo lo scandalo che nel 2019 ne impose le dimissioni, e col suo ex braccio destro arrestato con l’accusa di “sperpero di fondi pubblici”, lo stabilimento siracusano é tornato protagonista sulla stampa nordafricana e non solo. Il fantasma d’una ritirata di Sonatrach dal “mauvaise affaire” siciliano era ripreso ad aleggiare. Tuttavia ad allontanarlo, almeno apparentemente, è stato un articolo di cronaca politica rimbalzato dal Paese nordafricano. L’Agenzia Nova del 15 luglio scrive che “il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, ha dato il via libera al piano di rilancio della raffineria di Augusta, acquistata nel 2018. Lo sviluppo rientrerebbe, secondo quanto riporta il quotidiano algerino Echorouk, nel piano di ripresa economica e sociale e nella tabella di marcia economica fissata dal capo dello Stato”. 

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Ma è un dilemma la conversione degli impianti Exxon.

Il lancio d’agenzia diffuso in Italia, ma circolato in tutto il mondo petrolifero, spiega che “nel testo finale della dichiarazione del Consiglio dei ministri algerino del 12 luglio, tra gli ordini del presidente Tebboune figura quello di fermare completamente le importazioni di carburante di ogni tipo entro il primo trimestre del prossimo anno”. In sostanza, dice l’articolo, “questa decisione rilancerebbe la raffineria di Augusta, considerata dagli algerini come una struttura a livello nazionale: uno smantellamento o una vendita dell’impianto, secondo alcuni osservatori citati da Echorouk, sarebbe troppo complicato. Ecco quindi che le autorità puntano sulla produzione (almeno parziale) dell’impianto siciliano, prospettando due soluzioni: continuare le operazioni raffinando il petrolio saudita utilizzando i macchinari lasciati da Exxon Mobil; investire nella struttura per consentire la raffinazione del petrolio algerino, che è di qualità diversa”.

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Azienda di stato, ginepraio fra politica e magistratura.

Le rassicurazioni arrivate a mezzo stampa dal presidente algerino, però, due settimane dopo sembrano non aver rassicurato per nulla gli italiani con occhi attenti a quanto accade in Nordafrica. Perché nelle stanze sindacali romane c’è la sensazione che l’inchiesta giudiziaria abbia fatto saltare i difficili equilibri economico-politici, raggiunti in quell’azienda di Stato. E che per tirarsi fuori dal ginepraio di un affare che al momento sembrano aver fatto solo gli americani, ad Algeri stia prendendo consistenza l’idea di sbarazzarsi della raffineria, sostanzialmente inutile per lavorare il loro Sahara blend. In quest’ottica, il “piano di rilancio” governativo non andrebbe sprecato. Anzi, verrebbe comodo proprio per valorizzare la merce messa in vendita. Come sa qualunque commerciante di auto usate, che tira più a lucido di tutte la macchina di cui si vuole sbarazzare.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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