Tu sei qui
Home > ERROR404.ONLINE > Augusta, non solo Nato: la Flotilla ricorda Barca nostra e va a Gaza

Augusta, non solo Nato: la Flotilla ricorda Barca nostra e va a Gaza

AUGUSTA – “Da Augusta si è aperto un canale umanitario diretto per la popolazione di Gaza, qui non siamo solo un porto Nato. E’ diplomatico Andrea Tringali quando parla davanti “Barca nostra“, il relitto lasciato depositato nell’area off limits antistante la Capitaneria, il 22 aprile aperta eccezionalmente al pubblico per l’annuale commemorazione della strage dei migranti. Il concetto espresso dal presidente di Piano terra, onlus che la Global Sumud flotilla definisce il suo “equipaggio di terra”, è chiaro. La città non si riconosce nel ruolo di retrovia occulta, interconnessa con Sigonella, per le guerre scatenate in Medio oriente dagli Stati uniti di Donald Trump. Un ruolo di fatto, così reale che ancora una volta viene deliberatamente oscurata nei media internazionali, quando raccontano della nuova flottiglia allestita per sfidare il blocco israeliano davanti la Palestina. Per i telegiornali di tutto il mondo salpa da Catania e Siracusa, turisticamente più fotogeniche e meno “sensibili” militarmente. Ma quelle barche a vela di seconda mano già destinate a essere confiscate da Israele, cariche di volontari di tutta Europa consapevoli di sbarcare all’arrivo solo con le manette ai polsi, stivate di aiuti dall’ignoto destino finale, in realtà fanno campo base nel golfo Xifonio. E da questo discreto porticciolo turistico partiranno a ridosso del 25 Aprile, data simbolo per l’Italia, che la congiuntura storica e elettorale ha caricato di ulteriori significati per questo Comune amministrato dal centrodestra.

Non solo cannoniere: base per barche di pace in Palestina e approdo di speranze dall’Africa.

sopra, la Global sumud flottilla fa vela dallo Xifonio.
copertina, equipaggi alla commemorazione di Barca nostra con Giuseppe Mazzotta e Enzo Parisi.

Da qui non partono solo le cannoniere, regolarmente onorate dalle cosiddette “autorità cittadine”. Non ci sono solo le armi di un Occidente ormai sfacciato sull’imperialismo, celebrate da servizi televisivi ammiccanti alla cultura della guerra “necessaria”. Da Augusta salpa anche la “Pace” disarmata della Flotilla globale, e vi approda soprattutto la speranza che migra dell’Africa. Però non ci sono “autorità cittadine” a salutare i marinai pacifisti, con la kefiah bianconera sulle spalle al posto delle stellette. Come non ci sono autorità a presentarsi alla commemorazione dei mille africani annegati nel tragico affondamento di undici anni fa. “Erano partiti il 18 aprile dalla città libica fondate nel 1938 come Castelverde, durante la dominazione coloniale italiana”, racconta Enzo Parisi. Il portavoce del Comitato nato per non dimenticare, parla accanto a un altare allestito per la messa, proprio sotto il relitto che incombe come un peso sulla coscienza. Il fatiscente motopesca eritreo venne speronato per sbaglio dal mercantile portoghese King Jacob, accorso nella notte a dargli soccorso durante una tempesta. Benedetto da Allah, aveva scritto in arabo sulla fiancata. Ma colò a picco in pochi minuti, col suo carico di migranti stivati sottocoperta come sardine. Quanti fossero, non si è mai saputo. Si è saputo solo che a uno di loro, adolescente, venne trovata una pagella scolastica cucita dentro la giacca.

Don Carlo: non conosco immigrati ma solo persone con nome, cognome e una storia alle spalle.

Furono tratti in salvo solo 28 naufraghi, e uno di loro lo scorso anno è tornato a rivedere il barcone, per piangere chi era rimasto intrappolato. I cui resti irriconoscibili sono stati riportati a galla dal governo Renzi, insieme la bara che li aveva seppelliti in fondo al Mediterraneo. “Io di migranti non ne conosco, conosco solo persone con un nome e un cognome”, dice padre Carlo D’Antoni durante la commemorazione di quest’anno. Il parroco siracusano di Bosco Minniti spiega che “se non dai un nome non dai nemmeno un volto all’uomo, e alla storia che si porta dietro”. Una disumanizzazione voluta, perché “il sonno della ragione nutre gli appetiti dei mostri: quanta gente ci mangia sopra secondo le leggi, benedetta invece quella minoranza che aiuta solo perché crede nell’umanità”. La sua parrocchia di Siracusa è un luogo di accoglienza per gli “ultimi”, come San Giuseppe Innografo e Santa Lucia ad Augusta. Ai parrocchiani augustani che lo ascoltano insieme agli equipaggi multilingue e multietnici della flottiglia, questo prete di frontiera che non crede alle frontiere confessa:“Ringrazio Dio che la mia chiesa non viene mai sporcata dai piedi delle autorità”. Cioè “quelle se si mettono sempre nei banchi in prima fila, mai in fondo, fra la gente a ascoltarne i problemi”. Perché in realtà qualche “autorità” sensibile alla tematica, in città si è vista. I velieri della Sumud sono stati visitati nei giorni scorsi dagli onorevoli Laura Boldrini e Arturo Scotto, ma senza pubblicità, per non interferire con la “sensibilità” militare della zona.  Perché “la città protagonista dell’accoglienza” ricordata da Parisi, soprattutto fra il 2013 e il 2015 quando era porto di sbarco europeo per le migliaia di soccorsi in mare, vuole continuare a essere esempio di pace e non si rassegna a diventare simbolo di guerra.

Piano terra: la solidarietà che aggira il blocco aiutando sia la popolazione che le attività di Gaza.

Il conto corrente di Piano terra per gli aiuti a Gaza.

“Salpiamo per la Palestina ma potremmo partire per tanti altri territori martoriati”, dice al microfono Simone Zanbrin, portavoce della Global sumud. Augusta non è solo il campo base della flottiglia, del quale si è accorta finalmente anche l’Ansa con un lancio del 23 aprile, sostegno concreto. Una colletta dei parrocchiani di San Giuseppe al Monte, consegnata a Piano terra, fa emergere l’altro lato della solidarietà concreta agli sfollati di Gaza. Tringali racconta che “abbiamo individuato un’associazione di volontariato che aiuta i gazawi in loco, e li supportiamo pagando direttamente le fatture dei beni comprati da attività locali per essere distribuiti agli sfollati. A novembre è stato cibo, a marzo vestiti per bambini, perché sono il tradizionale regalo di una festa che si tiene proprio in quel periodo”. Don Giuseppe Mazzotta, riferimento per la Stella maris italiana, l’ha definita una “opera di restituzione”. Concelebra messa insieme a don Carlo davanti “Barca nostra”, esposta alla Biennale di Venezia per provocazione e benedetta da Papa Francesco per restare simbolo mondiale. Poi confinata nella nuova darsena, lontano da sguardi che scuotano le coscienze. Collocazione che Parisi definisce “inaccettabile per un memoriale che richiede uno spazio fruibile a tutti“. Persino Viviana Di Bartolo ammette che “questo relitto mi ha emozionato particolarmente, nonostante soccorra gente in mare da dieci anni” con la ong Sos Humanity. Nel frattempo gli equipaggi della Flotilla si spostano in piazza Duomo, per incontrare la gente comune. Ad accoglierli però sono in pochi. Ma il “Bella ciao” finale, cantato in coro come saluto, racconta tanto. Soprattutto di una “resistenza” decisa a non lasciarsi rassegnare all’indifferenza.

Nel rumore dei commenti, il silenzio dell’umanità

Pacifisti della Flottilla in piazza incontrano la città.

LA NOTA: Complice la campagna elettorale delle comunali, le iniziative a sostegno della Global sumud flottilla hanno registrato non solo apprezzamenti, ma anche virulente critiche social. Soprattutto la presenza di una bandiera della solidarietà come Laura Boldrini, e di un deputato come Arturo Scotto che si è fatto la precedente traversata per Gaza, facendo da scudo ai pacifisti e condividendone lo stesso destino fino all’arresto. Per una volta il cronista resta senza parole, e prende in prestito quelle scritte da Domenico Epaminonda in un post.

Global sumud nello Xifonio: Arturo Scotto e Laura Boldrini al centro,
a lato Milena Contento e Giancarlo Triberio.

(*) “Nel rumore dei commenti, il silenzio dell’umanità. Come spesso accade ho letto molti commenti sotto i post dedicati alla nuova missione della flottiglia per Gaza.  Li ho letti uno dopo l’altro, come si sfoglia un diario che non si vorrebbe mai trovare sul tavolo.   E, man mano che scorrono, si compone un quadro che inquieta più delle notizie stesse. Non è il dissenso a colpire. Il dissenso è sano, è necessario, è parte della vita pubblica.   Quello che colpisce è altro: è il tono, la postura, la scelta delle parole. È la facilità con cui si passa dalla critica all’annientamento simbolico dell’altro. È la leggerezza con cui si cancella la sofferenza altrui, come se fosse un dettaglio irrilevante. Si legge un’irritazione che non nasce da un’idea, ma da un malessere più profondo. Una frustrazione che cerca un bersaglio e lo trova sempre nello stesso punto: in chi prova a compiere un gesto di solidarietà. Non importa quale. Non importa verso chi. Basta che sia un gesto umano, e diventa immediatamente sospetto, ridicolizzabile, attaccabile. E così, commento dopo commento, si ha la sensazione di assistere a un lento scivolamento. Un cedimento del linguaggio, e con esso del senso civico. Una normalizzazione dell’ostilità che non discute i fatti, ma colpisce le persone. Una distanza emotiva che diventa indifferenza, e poi qualcosa di ancora più pericoloso: l’idea che la sofferenza altrui non ci riguardi. Ma una comunità non si regge su questo. Non si regge sull’aggressività, né sulla derisione, né sulla disumanizzazione. Si regge sulla capacità di riconoscere l’altro, anche quando non la pensa come noi. Sulla capacità di dissentire senza ferire. Sulla capacità di restare umani, soprattutto quando il contesto ci spingerebbe nella direzione opposta. Indipendentemente dalle opinioni sulla missione, c’è un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti: la solidarietà non è un gesto da screditare. La pietà non è un difetto. L’umanità non è negoziabile. Il dissenso è un diritto.  La disumanizzazione no”. *(Domenico Epaminonda)

Autore

Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

Lascia un commento:

Top