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Augusta, carcere dei brigatisti da demolire: bufera sui restauri al castello

AUGUSTA“Il castello di Augusta, del 1231, con funzione miliare e commerciale per lo stoccaggio delle merci in uscita dal porto, ricalca lo spazio del chiostro cistercense”. Così scrive “La grande storia dell’arte”, edita da Electa Mondadori, nella sezione su “La rinascenza sveva di Federico II“. La fortezza sul promontorio che separa il golfo Xifonio da quello Megarese, è citata fra le opere più significative che l’imperatore svevo edificò nel suo regno. L’enciclopedia titola quel capitolo storico come “l’arma delle cultura“. Ma oggi è proprio il mondo della cultura che si ribella alla Soprintendenza, per il restauro che prevede vaste demolizioni su un monumento modificato molte volte in 8 secoli. Una costruzione così densa di storia, è anche densa delle storie di cui è stata artefice o testimone. Perciò, quando si è diffusa la notizia che sarebbero state abbattute le “superfetazioni” realizzate dall’Ottocento in poi per trasformarlo in un carcere, è stata subito un’alzata di scudi. Quei bracci di reclusione e quelle celle che di “borbonico” hanno solo l’accezione negativa, ma non la genesi effettiva, ormai fanno parte del lungo percorso storico della città. E in quanto tali devono essere conservati, come una testimonianza scritta in mattoni e cemento.

Storia patria e Art1: coinvolgere la città nelle scelte.

Il castello svevo poi diventato fortezza spagnola e trasformato in carcere sabaudo.
Copertina, in dettaglio le soprelevazioni dell’ex penitenziario.

Lo chiedono, con sfumatura diverse, la Società augustana di storia patria e il circolo di Articolouno. Che in quell’inusuale bando di restauro con abbattimento, vogliono vederci chiaro. Possibile che si metta mano a un monumento tanto carico di simbolismi per una comunità, senza nemmeno consultarla? Art1, dando voce politica a queste perplessità, “manifesta la propria netta contrarietà per la modalità non trasparente di gestione dell’intervento”. Ritenendo “che non si possa prescindere da quella essenziale fase preliminare di confronto con l’intera comunità cittadina. La quale, attraverso le opportune informazioni, doveva essere messa nelle condizioni di poter partecipare ad un dibattito pubblico sui contenuti del progetto”. Anche la più “laica” Storia patria pretende una “informazione dettagliata alla città circa gli interventi da eseguire”. E con una lettera tanto garbata quanto ferma, chiede a sua volta “a codesta Soprintendenza la possibilità di fare chiarezza e fornire risposte ai diversi quesiti”. Che sono tanti, e riguardano l’approccio col quale alla Regione vogliono mettere mano al castello federiciano.

Recupero abbattendo l’ex penitenziario: scelta politica?

L’agorà di Kos.

Il recupero monumentale non è una scienza esatta, specialmente quando ci sono stratificazioni storiche. La scelta di cosa demolire per riportare alla luce è influenzata non poco dalla politica, che cerca sempre in un passato glorioso la legittimazione ereditaria del suo presente anonimo. In epoca fascista si rasero al suolo alcuni quartieri medievali di Roma, per liberare i fori imperiali e renderli funzionali alle parate propagandistiche. Nell’isola greca di Cos, al tempo dominio italiano nell’Egeo, solo un devastante terremoto diede invece via libera agli archeologi per riportare alla luce – e lasciarvela – una delle più importanti agorà del mondo antico. Il regime era lo stesso, ma le scelte furono differenti perché diverse erano le finalità politiche. Nella Sicilia governata dal post-missino Nello Musumeci non si sa se la logica è solo quella di riportare il castello del XIII secolo alle sue scenografiche dimensioni di fortezza spagnola. Però, notano il dirigente Giovanni Ranno e il capogruppo Giancarlo Triberio nel comunicato di Art1, “le scarne e frammentarie notizie, che soltanto oggi trapelano attraverso i mezzi di informazione riguardo i contenuti dell’intervento, ci destano forti preoccupazioni dal momento che si preannunciano drastiche operazioni di demolizione di varie parti e di interi piani”.

Carrabino: il progetto sgomenta anche se necessario.

Pino Carrabino, presidente Società augustana di Storia patria.

Pino Carrabino, come presidente dell’associazione storica, sottolinea che “chi ha avuto modo di entrare a distanza di tempo dal restauro realizzato negli anni Novanta, ha visto che gli spazi oggetto di quell’intervento sono in condizioni deplorevoli e che le volte sono nuovamente puntellate. Questa situazione dipende dal fatto che il castello sta scivolando a mare a causa del peso della struttura sovrastante”. Però manifesta preoccupazione lo stesso. “Leggere di demolizioni di parti della struttura ha suscitato sgomento e indignazione. Anche se il progetto ha la sua validità, e sia comunque necessario procedere con l’abbattimento delle sopraelevazioni risalenti all’ultimo decennio dell’Ottocento, che hanno determinato profondi e gravi dissesti”. Da questo carcere, “borbonico” secondo solo l’astuta propaganda dei conquistatori piemontesi, sono passati i brigatisti rossi e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Se la storia italiana avesse preso un’altra piega, magari i protagonisti degli anni di piombo sarebbero “eroi” anziché terroristi, e la loro prigione trasformata in museo. Anche se le cose sono andate diversamente, tuttavia, nulla toglie al fatto che lo Spielberg augustano “presenta interessanti espressioni che andrebbero conservate; anche le stesse celle costruite nel corso del Novecento per le necessità della destinazione carceraria, sono parte integrante della storia del monumento”.

Ranno e Triberio: giudizio negativo su avallo Comune.

Dirigenza di Art1: Giancarlo Triberio e Giovanni Ranno.

La Soprintendenza, secondo quanto “appreso in queste ore dalla stampa, ha intenzione di promuovere un incontro pubblico per presentare e chiarire le scelte progettuali. Articolouno comunica fin da adesso che sarà presente all’incontro, anche se lo stesso giunge tardivo e sarebbe dovuto già avvenire in una fase preventiva”, avvertono l’ingegnere Ranno e il consigliere Triberio. Il loro partito avrebbe già coinvolto alcuni docenti universitari, in quella che inizia a diventare un abbozzo di mobilitazione della cultura nazionale. E’ invece tutta locale la polemica sulla “sponda” che il Comune 5 Stelle ha fornito al restauro col piccone. “Possiamo dare fin da adesso un giudizio negativo sulla gestione della vicenda da parte dell’assessore Giusi Sirena, che in alcune sue dichiarazioni esprime anche l’orientamento dell’amministrazione comunale; comunica condivisione e sostegno per l’idea progettuale, senza neanche aver sentito il bisogno, per una trasparente gestione pubblica della vicenda, di confrontarsi con tutta la comunità locale. Ci chiediamo, come mai non ha ritenuto di confrontarsi a sua volta con la città? Tanto più considerato il silenzio della Soprintendenza, che nel frattempo stava redigendo il progetto?”.

“Distrutti valori che andrebbero rispettati e tutelati”.

L’assessora alla Cultura avrebbe dovuto intuire il vespaio che si sarebbe sollevato. Se non altro perché, nonostante lo sporadico pendolarismo dalla sua residenza di Modica, Sirena sta in giunta da 5 anni. Forse, come dice Art1, le è sfuggito che “tali demolizioni trasformerebbero irreversibilmente il castello così come oggi ci è giunto nella sua storica stratificazione e singolare complessità, distruggendo quei valori che invece andrebbero rispettati e tutelati”. Oppure, complici le imminenti amministrative, si è fatta abbagliare dal fatto che “la pubblicazione del bando di gara per il consolidamento e il restauro ha suscitato unanime apprezzamento”, come riconosce Carrabino. Anche perché “il valore stimato dell’intervento ammonta a 4.170.000 euro, con la possibilità che il monumento potrà tornare ai suoi antichi splendori e reso fruibile”. L’enciclopedia di Mondadori descrive il castello federiciano, il più grande costruito dall’imperatore svevo, raccontando che “i lunghi ambienti rettangolari a unica navata, divisi in campate quadrate, illuminati da sottili monofore, si dispiegano lungo i quattro lati porticati, voltati con crociere costolonate, di un cortile quadrato”. Il carcere non è citato, e forse pure per questo la Regione lo vuole demolire, nonostante i suoi significati storico-sociali.

Sirena: scelte incomprensibili solo a chi non conosce.

A chi critica lo smantellamento carcerario, Sirena dà sostanzialmente dell’incompetente. “Alcune scelte potrebbero risultare incomprensibili e contestabili, se non si conosce l’ambito in cui le scelte stesse maturano e non si conosce la filosofia di base che regola l’attività del progettista di un restauro così imponente e delicato, come peraltro di tutti coloro che, a vario titolo, lavorano in questo ambiente”. Interpretando le linee ministeriali come un viatico per il diroccamento selettivo, condivide la scelta di “riportare il castello alla volumetria alla quale è pervenuto dopo gli interventi realizzati fino al XVII secolo“. Riguardo le demolizioni, spiega che “senza voler sminuire il valore storico del penitenziario, certamente risulta essere ben più determinante, per la trasmissione di valori storico-culturali, riportare il castello stesso alla sua dimensione originaria, che ha mantenuto inalterata fino al 1890, e alla sua precipua vocazione di baluardo militare”. E nel difendere il restauro-ruspa, prende cappello. “Dal momento che sono professionalmente cresciuta e formata nel mondo dei beni culturali, mi sento di affermare che l’idea progettuale di base è pienamente condivisibile, e dovrebbe esserlo da quanti hanno avuto modo di approcciare la normativa e le linee guida che regolano il restauro dei beni architettonici”. Così scrive in un post del 7 giugno la grillina modicana, titolare alla Cultura augustana. La stessa che, nel consiglio dove i 5S votarono di dedicare una strada a Carlo di Borbone, dichiarò:“Se fosse per me cambierei il nome a via Garibaldi“. E meno male per l’eroe dei due mondi, ad Augusta, statue da abbattere non ce ne stanno.

PER APPROFONDIRE: Vinciullo e i castelli di carta alla Regione con vista Palazzo di Augusta
Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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