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Precaria e sfruttata dal Comune, mamma-coraggio vince in tribunale

AUGUSTA – L’amministrazione della #legalità va a sbattere contro quella senza hashtag. Il Giudice del lavoro ha condannato il Comune di Augusta a risarcire una precaria, per averla tenuta in servizio abusando dei contratti a tempo determinato. La sentenza pubblicata il 12 novembre dal tribunale di Siracusa, infligge all’Ente il massimo della sanzione prevista dalla legge. Le casse municipali adesso dovranno pagare alla dipendente 12 mensilità, come indennizzo per il servizio prestato senza essere stata stabilizzata attraverso un regolare concorso.

Aveva rifiutato la firma su un accordo-capestro.

Una vittoria del Davide lavoratore contro il Golia del Palazzo, che ha fatto esultare il sindacato e messo sul piede di guerra l’opposizione. Perché il pronunciamento del magistrato è arrivato al termine di un lungo braccio di ferro vinto dalla parte più debole, che aveva subito ogni sorta di pressioni per aver detto “no” a firmare un accordo-capestro. Dove l’attuale amministrazione comunale imponeva ai lavoratori di rinunciare a esercitare il diritto di rivolgersi a un tribunale, se volevano il rinnovo del contratto a tempo determinato. Una vicenda iniziata nel 2016, quando il Comune amministrato dai 5 Stelle si è trovato con l’acqua alla gola per aver dichiarato il dissesto forse un po’ affrettatamente. Ritrovandosi subito per le mani la bomba precari.

Col precariato si reggono Urbanistica e Vigili urbani.

Gli impiegati avventizi costituiscono l’ossatura portante di una burocrazia già sotto organico. Addirittura due settori chiave come Urbanistica e Polizia municipale, si reggono quasi interamente su personale in servizio con contratti a termine. Ed è stata proprio una vigilessa che col suo “no” ha lanciato il sassolino, che ha inceppato il meccanismo escogitato dall’amministrazione per cavarsi d’impaccio. Ai circa 90 precari era stato infatti sottoposto un modulo, in cui s’impegnavano a non fare ricorso per ottenere la stabilizzazione. Altrimenti non si andava avanti con la proroga contrattuale, perché il Comune si esponeva a una condanna visto che dal 2004 utilizzava sempre gli stessi a tempo determinato.

Cassazione: vietato contratti a termine oltre i 3 anni.

Già da diversi anni, la legge estendeva agli enti pubblici il divieto di prolungare i contratti a termine oltre i 36 mesi. E la Cassazione si era pronunciata chiaramente in tal senso, proprio nel 2016. Con motivazioni che poi sono state espressamente richiamate dal Giudice del lavoro nella condanna del 2019. Quasi tutti all’epoca erano piegati alla necessità di portare il pane a casa, e avevano siglato l’accordo nonostante la proroga riducesse pure le ore lavorative. In 4 però rifiutarono, e una precaria ebbe il coraggio di andare fino in fondo.

Dopo il “no”, la beffa del rinnovo a zero ore lavorative.

Pagandone il prezzo nel 2017, con un rinnovo del contratto a zero ore lavorative; in pratica un “licenziamento“, senza nemmeno avere l’indennità di disoccupazione. Anche nell’Italia delle mille scappatoie legali a disposizione di chi ha il coltello dalla parte del manico, già a prima vista quella beffarda “proroga contrattuale” cozzava contro mezzo secolo di diritto del lavoro. Il sindacato dell’Ugl perciò si è intestata la questione senza pensarci su, concludendola con una conciliazione che spostava la dipendente in un altro ufficio a corto di personale. Dove questa mamma coraggiosa avrebbe potuto lavorare, quel tanto da portare a casa un minimo di stipendio come tutti gli altri.

Il tribunale disconosce quanto firmato per necessità.

Stavolta però i sindacalisti le hanno suggerito di aggirare l’ostacolo dell’accordo-capestro chiesto dal Comune, spingendola a firmare quello che secondo delle leggi vigenti era un pezzo di carta senza valore. E avevano ragione, perché il Giudice del lavoro non ne ha tenuto conto nella sua sentenza finale. Infatti la dipendente part-time si è poi ben guardata dal ritirare il ricorso. E inutile è stato il tentativo dei legali nominati dall’amministrazione di far valere in giudizio quella rinuncia concessa dallo stato di necessità, come prova della “cessata materia del contendere”.

Bongiovanni: con la dignità dei lavoratori non si tratta.

“Con la dignità dei lavoratori non si tratta”, esulta Sebastiano Bongiovanni, dirigente provinciale Ugl. Nel comunicato diffuso dopo la vittoria in giudizio, avverte il Comune che,“qualora continuasse a non effettuare la stabilizzazione, avrebbe l’assoluta certezza che dovrà affrontare i legali tutte le volte che un rapporto di lavoro a tempo determinato verrà interrotto. Se l’Ente si ostina a non procedere con le stabilizzazioni, preferendo invece la condanna al risarcimento e il pagamento delle spese legali, rischia il danno erariale“.

Ugl: Comune non obblighi ad azioni con Corte dei conti.

Il sindacalista non è un tipo da prendere con le molle. Nei giorni scorsi è stato reintegrato nel suo vecchio posto di servizio al penitenziario di Brucoli, con un “provvedimento in autotutela della direzione”. Secondo l’Ugl, era stato spostato dall’ufficio segreteria a causa della sua attività come dirigente nazionale del Sappe. Perciò Bongiovanni non la butta lì tanto per scena, quando “auspica che il Comune riconosca il diritto alla stabilizzazione, senza obbligare il sindacato ad azioni presso la Procura della Corte dei Conti, che sarebbero deleterie per tutto l’Ente, formato da lavoratrici e lavoratori che meritano gli onori della cronaca solo per i risultati, e non per la gestione sbagliata del tempo determinato”.

L’inusuale comunicato congiunto di Ugl con Di Mare.

La vittoria giudiziaria della mamma-coraggio, tuttavia, prende anche una particolare coloritura politica. In maniera inusuale, è stata oggetto di un comunicato congiunto del dirigente Ugl e del capogruppo d’opposizione Peppe Di Mare. Il consigliere comunale è candidato sindaco della federazione #perAugusta, mentre Bongiovanni era al tavolo dei dirigenti del circolo Noi per Augusta fondato dai dissidenti leghisti“Su questa problematica è stato l’unica persona sensibile che ha sostenuto questa battaglia sin dal primo giorno”, tenta di spiegare il sindacalista.

Un “segnale” per la coalizione di centrodestra?

Però è indubbio che si tratta di un “segnale” a una coalizione di centrodestra dove qualcuno si dichiara d’accordo sulle primarie per la sindacatura, ma nei fatti le ostacola con obiezioni strumentali sulle regole della consultazione. Comunque Di Mare incassa questo endorsement mascherato, senza far trasparire nulla. Nel documento congiunto col sindacalista-leghista si limita a esprimere “seria preoccupazione per l’annosa vicenda dei precari del nostro Comune. Siamo arrivati a fine novembre e mi auguro che presto le buone intenzioni si traducano in fatti concreti”.

Schermi: abbraccio chi non si è piegato alle minacce.

Più netto, anche perché fuori dagli schemi tradizionali della politica, è invece Giuseppe Schermi. Il consigliere di Diem25 scrive, in un suo intervento social, di “voler virtualmente abbracciare quel dipendente per non aver abbassato la testa di fronte alle minacce“. Quando era vicesindaco di questa amministrazione 5 Stelle, venne lasciato solo dalla sindaca Cettina Di Pietro a maneggiare la bomba precari sul punto di esplodere. Se la cavò con l’aiuto di un po’ tutta l’opposizione, non solo di Di Mare, andando contro la linea politica che gli era stata dettata. E oggi considera come “il tempo è galantuomo. Ci sono momenti in cui il destino ti chiede di scegliere se essere uomo o caporale”.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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