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Costituzione non si tocca: Augusta, nasce comitato per No a Nordio

AUGUSTA – Augusta non resta passiva nella riforma per la separazione delle carriere in magistratura. Il 28 dicembre si è costituito il Comitato territoriale per il “No” alla legge che porta il nome del ministro Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, con un passato nel vecchio Partito liberale italiano prima di approdare al dicastero della Giustizia con Fratelli d’Italia. Dal 21 ottobre, la presidenza della locale Fondazione Luigi Einaudi era già attivamente presente nella campagna per il “Si”, con il cassazionista Dario Valmori fra i fondatori nel Comitato nazionale favorevole a cambiare la Costituzione, in materia di autogoverno dei giudici. Con l’approssimarsi della consultazione referendaria ora si è mobilitato anche il fronte sociale e intellettuale che si oppone alla modifica della Carta costituzionale, decisa solo dalla esigua maggioranza parlamentare che sostiene il governo Giorgia Meloni, senza rendere partecipe sia i partiti d’opposizione che i rappresentanti del potere giudiziario. Una prova di forza che cancella la prassi dei padri costituenti per la massima condivisione nelle leggi sulle quali si fonda il patto fra Stato e cittadini, specialmente quando toccano il cuore dell’impianto democratico, basato proprio sulla intangibilità delle rispettive prerogative dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario.

Mobilitazione nella società civile contro la riforma Nordio.

Enzo Parisi e Giambattista Totis. copertina: protesta in Parlamento contro riforma Nordio (foto sito Pd).

A farsi promotore del Comitato augustano per il “No” è stato Giambattista Totis, già preside e vicesindaco, collaboratore della testata Civetta di Minerva insignita del premio Francese. Le prime adesioni sono quelle del sociologo Enzo Cannavó, già dirigente Asp. Dello chef Bruno Chellini. Del giornalista Massimo Ciccarello, direttore editoriale di Error404.online. Del medico Antonino Cortese. Di Lorena Crisci, segretaria della Camera del lavoro. Dell’avvocato Diego Maiolino, ex assessore comunale. Del portavoce di Legambiente, Enzo Parisi. Dell’insegnante Rosario Partinico. Dell’avvocato Nunzio Perrotta, ex vicesindaco. Dell’ingegnere Giovanni Ranno, segretario cittadino Avs. Nonché dell’ingegnere Mario Roggio, dell’ingegnere Salvatore Roggio, dell’insegnante Stefania Cappello, e dell’avvocato Luca Vita. Fra i firmatari anche il noto attore Luigi Tabita, docente all’Accademia d’arte del dramma antico. Una mobilitazione più intellettuale che politica perché “questa riforma, approvata senza alcun confronto in Parlamento, è sbagliata e dannosa e non merita l’approvazione dei cittadini al referendum costituzionale che si terrà tra qualche mese”.

Valmori nel comitato nazionale per il Si alla legge sui due Csm.

Dario Valmori.

Per la Fondazione Einaudi, invece, “la partecipazione di Valmori rappresenta un impegno di alto prestigio, in sintonia con i principi liberali della sede provinciale istituita ad Augusta. Il penalista infatti “si affianca a figure autorevoli del panorama giuridico, accademico e politico”, per “sensibilizzare l’opinione pubblica in vista del referendum nella primavera 2026, promuovendo una giustizia equa e moderna”. Che secondo la proposta di riforma porterà a “una giustizia più indipendente ed efficiente” già solo sdoppiando in due il Consiglio superiore della magistratura, e introducendo l’Alta corte disciplinare per i giudici, laddove attualmente le infrazioni deontologiche sono valutate dal Csm. Una nota singolare al dibattito in corso è la presenza dell’ex pm Antonio Di Pietro nel comitato per il “Si” a una legge firmata dall’ex pm Nordio, all’epoca protagonista di aspre polemiche contro quel pool Mani pulite di Milano che ha lanciato il collega nel firmamento politico italiano, facendolo diventare due volte ministro.

Referendum costituzionale: No a stravolgere i principi fondanti.

Nunzio Perrotta.

“Per una giustizia che funzioni”, invece, secondo il comitato per il “No” occorre proprio esprimersi “contro la riforma Nordio sull’ordinamento giudiziario. Precisando che “è scorretto far passare la riforma proposta come separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante”, perché ”il cuore della riforma in verità riguarda la divisione in due magistrature” che nei fatti ne provocherà il “depotenziamento”. Magari due distinti Csm sembrano tecnicismi inafferrabili, ma a questo vorrebbe tendere “l’elezione per sorteggio dei componenti togati, la sottrazione della funzione disciplinare, la contraddittoria creazione dell’Alta Corte disciplinare, questa sì unica”. In realtà “la nuova disciplina costituzionale crea una ferita all’impianto della nostra Costituzione, stravolgendone il tessuto fondante e i princìpi regolatori”. Perché “il ruolo autonomo della magistratura viene ridimensionato e indebolito per fare spazio all’uso politico della giustizia”. Infatti, “i rappresentanti politici dei due Csm saranno individuati all’interno di una ristretta cerchia preselezionata dal Parlamento, che li potrà eleggere a maggioranza semplice, quindi solo quelli del proprio schieramento, rendendoli succubi delle segreterie dei partiti dominanti”.

Via abuso d’ufficio, doppio Csm e meno Corte dei conti per chiudere il cerchio.

Lorena Crisci.

Dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio come reato, la prassi amministrativa venata di clientelismo e nepotismo è diventata legittima, soprattutto nelle assunzioni. E ora, con la riforma della Corte dei conti proprio allo scadere del 2025, la maggioranza di governo ha sdoganato anche lo sperpero avventato di fondi pubblici. Riducendo drasticamente sia la possibilità di accertare preventivamente le irregolarità contabili nelle spese degli Enti, sia le somme che gli amministratori devono risarcire di tasca propria allo Stato quando vengono beccati. Il gioco adesso vale la candela, specialmente se la l’eventuale punibilità penale diventa un rischio puramente astratto, se si milita dalla parte giusta. “Mentre nell’attuale Csm unico il rapporto fra giudicanti e pm è di 4 a 1, con la riforma i circa duemila pubblici ministeri avranno un Csm tutto loro e autoreferenziale; potrebbero formare un potere incontrollato da ‘superpoliziotto’, disponendo fra l’altro della direzione della polizia giudiziaria, avverte il comitato per il “No”.

In vista più premier e meno Parlamento con indirizzo del ministero su inchieste.

Giorgia Meloni ad Augusta con la vecchia guardia Fdi.

“La verità è che con questa riforma non aumentano le garanzie per i cittadini, non migliora l’efficienza della giustizia, né serve a ridurre i tempi lunghissimi dei processi, ma si indebolisce solo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura come contrappeso allo strapotere sempre crescente dell’esecutivo”, afferma il documento del comitato per il “No”. “In questo fosco quadro, a riforma approvata anche con leggi ordinarie, il risultato è la sottoposizione del pm al potere esecutivo, attraverso la composizione sbilanciata degli organi di autogoverno. E insieme alla madre di tutte le riforme della Destra, quella sul premierato forte che indebolisce il potere del Parlamento e svuota quello di controllo in capo al Presidente della repubblica, dagli ambienti di governo hanno cominciato a preparare l’opinione pubblica su una possibile legge che preveda “l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale”, con “la scelta dei reati da perseguire di volta in volta devoluta al ministro della Giustizia. Alla fine, quello giudiziario diventa un “pilastro costituzionale che viene minato a poco a poco”, proprio “in un momento politico che registra il preoccupante espandersi dei regimi autocratici e delle democrazie cosiddette illiberali”.

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