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Augusta, 25 Aprile e libertà di parola: rose rosse Pd in via Matteotti

AUGUSTA – Sette combattenti inquadrati nella Resistenza armata in Nord Italia, e un pugno di irriducibili idealisti che hanno pagato col carcere e il confino, la scelta di non rinunciare alla loro libertà di parola. Il contributo di Augusta alla lotta contro il nazi-fascismo è stato ricordato durante la Festa della Liberazione, organizzata al Milite ignoto da Cgil e Anpi, in collaborazione con Auser e Comune. Una ricorrenza che quest’anno ha avuto una coda, col bouquet di rose rosse deposto dal Pd all’incrocio fra le vie Giacomo Matteotti e XXV Aprile, per “tracciare il solco fra chi è antifascista e chi non riconosce l’antifascismo come fondamento della nostra Costituzione”. Una location fortemente simbolica, quella decisa dal partito di Elly Schlein per una commemorazione lampo, scelta per marcare distanza politica dall’ufficialità ambigua del Palazzo di Città. Che fino a poche ore prima dell’evento davanti il monumento ai caduti, aveva evitato qualsiasi pubblicità sui canali istituzionali. Limitandosi poi a un laconico post di “invito alla cerimonia promossa dalla civica amministrazione, apparso a tarda sera sul profilo social personale dell’assessore alla Cultura, Pino Carrabino. Cioè quando la Camera del lavoro aveva già raccolto adesioni pubbliche, Partito democratico compreso, per celebrare l’anniversario insieme con l’Associazione nazionale partigiani e la onlus di Promozione sociale anziani.

Corona del sindaco davanti il Milite ignoto: una Festa che insegna a lavorare per la pace.

Alla fine l’amministrazione comunale onora fino in fondo la ricorrenza, nonostante il marcato orientamento verso Fratelli d’italia, scelto recentemente. Il sindaco, Giuseppe Di Mare, depone una corona d’alloro davanti il Milite ignoto. Ricordando che “è importante fare memoria di chi ci ha messo la vita per liberare il Paese“, e indicando quell’esempio come sprone “per lavorare affinché la pace diventi un bene essenziale”. Concetti che trovano eco anche nel saluto portato dal vicepresidente Biagio Tribulato, a nome dell’intero consiglio comunale. L’assessore Carrabino, invece, offre fuori microfono il suo contributo come storico locale. Ricordando “le campane a festa suonate alle 20 del 7 maggio 1945, quando in piazza Duomo fu esposto il simulacro dell’Immacolata e Augusta celebrò con grandiosità la fine della guerra”. Un conflitto dove i vinti dal fascismo diventarono i vincitori della Liberazione, fondatori di una Repubblica che non ha completamente chiuso i conti col Ventennio.

Cgil regala la Costituzione, Auser e Anpi: le libertà costituzionali nascono dalla Resistenza.

A sottolineare che “la libertà garantita dai diritti costituzionali nasce proprio da quella lotta antifascista, ci pensa Enza D’Antoni, portavoce dell’Auser. La segretaria della Cgil, Lorena Crisci, regala la Costituzione stampata in un’accattivante veste grafica pensata per le scuole. Nel breve discorso ricorda “il contributo fondamentale delle staffette partigiane; senza quelle donne coraggiose forse non sarebbe stata possibile la resistenza come la conosciamo”. Ma è proprio dai partecipanti con i capelli più imbiancati, che arrivano i discorsi più toccanti. A nome dell’Anpi, Piero Mantinei ricorda “i molti siciliani rimasti dietro le linee tedesche”, che rifiutarono di unirsi ai repubblichini di Salò e imbracciarono le armi. “Le loro storie molti siciliani non le conoscono, ma bisogna riconoscere con rispetto il loro sacrificio”, dice l’ex dirigente sindacale. Il professore Corrado Strano, in sottofondo, esegue “Bella ciao” con la sua fisarmonica. La commemorazione al centro storico si chiude con Mimmo Patania, bandiera del vecchio Partito comunista. Nella sua dotta riflessione, ricorda come “mettere in discussione il 25 Aprile significa mettere in discussione tutto: diritti, valori e il concetto stesso di società che abbiamo oggi”.

Una nuova tesserata del circolo per la cerimonia dem nel crocevia simbolo degli antifascisti.

L’età non consente al professore di seguire i compagni in Borgata. Il testimone dei vecchi comunisti lo raccoglie Nunzio Perrotta, quando insieme alla “sinistra” militante si spostano dove il Pd vuole celebrare il “suo” 25 Aprile, con rose rosse “in memoria dei martiri della libertà“. Il mazzo vermiglio è adagiato dove la via titolata alla Liberazione s’interseca con quella dedicata al deputato socialista, assassinato nel 1924 per essersi opposto in Parlamento contro leggi che portavano alla dittatura. A deporlo è una nuova tesserata dem, Chiara Amara. Sottolinea come in quel gesto semplice, lontano da una manifestazione da farsi autorizzare in questura, “si sta testimoniando il nostro antifascismo: perché noi siamo antifascisti“. Al suo fianco ci sono Luca Vita, segretario del circolo, e Giancarlo Triberio. “Siamo una comunità che non smette di resistere contro tutti gli attacchi alla libertà di espressione“, dice il consigliere. Aggiungendo che “abbiamo voluto ricordare Matteotti perché non permetteremo a nessuno di riscrivere la storia, e di cancellare la memoria sulla privazione di libertà”.

PER APPROFONDIRE: Augusta, 25 Aprile: nella “resistenza” dei Totis il valore attuale della libertà

Confinati augustani protagonisti dell’antifascismo siciliano, Pertini: fu affermazione di dignità.

E’ passato un secolo da quel delitto politico, e l’assenza di giovani alla ricorrenza 2023 ne certifica la lontananza storica. Ma non la sua attualità politica. “Se la festa della Liberazione ha un merito, è quello di ricordare alle nuove generazioni da dove provengono tutte quelle libertà cui sono abituati. Le considerano un fatto naturale, ma non lo sono affatto: sono state frutto di lotte, di sangue e di vite sacrificate”. Ilario Saccomanno lo afferma con cognizione di causa, perché suo papà Calogero figura fra coloro che sono stati ricordati alla commemorazione del Milite ignoto. Il nome del genitore compare nell’elenco della Persecuzione fascista in Sicilia, pubblicato dall’Archivio centrale dello Stato con la prefazione di Sandro Pertini. Il partigiano diventato presidente della Repubblica, salvato dalla fucilazione proprio dalle Brigate Matteotti, scriveva di aver “visto di persona l’autonomia e la coerenza delle proprie idee che molti confinati siciliani, conosciuti e meno conosciuti, hanno espresso. Ciò costituisce di per sé un importante fatto politico, in quanto negazione di un sistema ideologicamente coercitivo e intimidatorio, in quanto intransigente affermazione della propria dignità di uomini“.

Calogero Saccomanno, mandato al confino perché commentava l’attualità in fabbrica.

Il siciliano Saccomanno era sicuramente fra i protagonisti di quel “dissenso degli umili”, esaltato da Pertini. L’ultima volta che venne confinato fu nel 1940, colpevole dipropaganda disfattista e antifascista”. Cioè, “ogni mattina si tratteneva nel piazzale antistante il magazzino con gli operai che dovevano ritirare gli attrezzi, commentando gli avvenimenti di attualità e insinuando notizie false e tendenziose, con l’intento di scuotere la fiducia nell’esito felice della guerra e di deprimere il sentimento patriottico“. Per il padre di Ilario, attivo presidente dell’associazione culturale Hangar team, si trattava della seconda condanna. La prima arrivò quando “nella notte fra il 31 gennaio e l’1 febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simonee lo trovarono in sua compagnia. Nascosta in soffitta c’era una carabina austriaca Steyr, residuato della Grande guerra, con otto caricatori. Ma non erano fucile e cartucce a turbare i questurini.

PER APPROFONDIRE: Augusta, torna il 25 Aprile ma la Liberazione dalla Guerra fredda è lontana

Arrestati per attività sovversive: fra le prove, quadri di Mazzini e cartoline di Garibaldi.

“Vennero rinvenuti, tra l’altro, 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica; una copia del giornale La Libertà edito a Parigi, organo della concentrazione antifascista; un volume dell’opera ‘Il pensiero religioso di Giuseppe Mazzini‘, un quadro di Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi“. De Simone, infatti, era un convinto repubblicano. Come gli ospiti, che tentò di scagionare. Addossandosi non solo i volantini, ma pure i quadri e i libri mazziniani, nonché le cartoline garibaldine. Inutilmente, perché “a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi“. Al figlio nato nel dopoguerra racconterà che “avevano trovato un tipografo in grado di stamparli su carta sottilissima, così da poterne avere parecchi in tasca, e lasciarli appallottolati sui tavolini dei caffè in via Libertà“. Il tempo che venivano srotolati e si erano già dileguati, con una tempra molto diversa dei profili falsi che postano sui social. Allora si rischiava l’arresto anche solo per dirsi favorevoli alla repubblica, specie se le autorità si accorgevano “che avevano iniziato una campagna di propaganda presso la classe operaia“.

PER APPROFONDIRE: Augusta, 25 Aprile: una lezione a chi “oggi fa post e non si sporca le mani”

Like di oggi e social di ieri: la lezione attuale di chi fu processato perché “parlava nei negozi”.

E chissà il popolo degli happy hour come prenderebbe oggi la condanna inflitta all’augustano Giacomo Roina, “spazzino, apolitico, coniugato, con 8 figli” a carico. Confinato nel 1943, togliendogli di che campare alla sua numerosa famiglia, “per avere pronunziato in stato di ubriachezza una frase ingiuriosa contro il Duce“. L’augustano Michele Belluso, invece, fu spedito a Ustica nel 1939 perché cercò di fare a ritroso l’attuale rotta dei barconi. Confinato “per tentato espatrio clandestino a Tunisi, allo scopo di ricongiungersi con altri fuorusciti per svolgere propaganda antinazionale”. Cosa fosse la propaganda antinazionale lo spiega meglio il fascicolo del concittadino Giuseppe Tringali, “celibe, possidente, ex combattente, socialista“. Condannato “per avere criticato in senso disfattista la politica del governo durante il conflitto italo-etiopico. Schedato nel 1929, già diffidato e ammonito, pur non svolgendo attività politica, continuava a frequentare assiduamente i vecchi compagni di fede. Negli ultimi mesi del 1935, più volte e in vari negozi aveva criticato la politica del governo, sostenendo che le terre occupate in Africa Orientale sarebbero venute a costare 400 lire il metro quadrato, che per le sanzioni votate dalla Società delle Nazioni l’Italia rischiava di essere ridotta alla fame e che l’oro raccolto in Italia sarebbe stato sufficiente a pagare solo due giorni di guerra”. Aveva ragione, ma non doveva esprimerla “in vari negozi”, il Facebook del tempo. Una lezione della storia, pure a chi pensa che le telefonate “di chiarimento” ricevute per un semplice like, siano solo un recente e innocuo malcostume politico.

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Massimo Ciccarello
Giornalista professionista

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