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Storia della politica: il successo della Romanità

Dopo le “prime forme di governo dell’Umanità”, e la “storia della Grecia classica“, lo storico Giuseppe Gargano ci conduce nella storia della romanità

Il 21 aprile del 753 a.C. nasceva, sulle sponde del fiume Tiberis (Tevere), una città dalla forma quadrata, che sarà poi quella dei suoi accampamenti militari (castra), una città destinata a dominare il mondo: Roma. Le sue origini, come quelle di tutte le grandi città e dei grandi popoli, sono avvolte dalle nubi della leggenda, che si trasforma inesorabilmente in mito.
La sua posizione era strategica, poiché controllava dai suoi sette colli la vasta pianura del Latium (Lazio), nonché la navigazione fluviale dalla foce del Tevere (Ostia). Il popolo che la fondò era formato da pastori, da fuoriusciti dell’antica Albalonga e da avventurieri: appartenevano tutti all’etnìa dei Latini. Come scrive Machiavelli, colui che la edificò, Romolo, costituì le basi ben solide per le sue fortune future. Ma chi la organizzò mediante norme legislative, base fondante per le successive X Tabulae (Dieci Tavole), e tramite la Religio (Religione) fu il sabino Numa Pompilio; quindi Tullo Ostilio inaugurò quella politica espansionistica, che ebbe sin da allora il pretesto del bellum iustum (la guerra giusta), sul quale crebbe e si sviluppò la potenza romana.

IL MITO DELLA DIASPORA TROIANA
Il mito della diaspora troiana fu davvero l’incipit per la nascita di Roma e del Populus Romanus, come fusione etnica delle genti di Ilio e degli autoctoni latini? Di certo la diaspora avvenne, ma non in tre direzioni, poiché l’andata di Antenore nel Veneto per fondare la città di Padova è sicuramente una tarda invenzione. Invece Aceste raggiunse davvero la Sicilia occidentale, dove, presso Drepanum (Trapani), edificò la città di Segesta in onore della sua consorte. Quando i romani conquistarono l’isola di Trinacria, gli elimi, abitanti di Segesta e discendenti dei troiani, furono accolti nella confederazione repubblicana con grande onore, in quanto considerati consanguinei dei conquistatori. Così davvero Enea sarebbe giunto nel Lazio e la sua discendenza avrebbe fondato prima Alabalonga e poi Roma. In particolare, il figlio Iulo, troiano al 100% e nipote della dea Afrodite/Venere, avrebbe generato la gens Iulia, da cui sarebbero derivati Caio Giulio Cesare e Ottaviano, i viri fatali di Roma; l’altro figlio Silvio, troiano-latino, poiché originato da Enea con la latina Lavinia, avrebbe rappresentato la costituzione del nuovo popolo romano.

LA FASE MONARCHICA
La prima età della storia romana fu segnata dalla fase monarchica, che coprì un intervallo di tempo dal 753 al 509, nel corso del quale non governarono solo sette re, come vuole la tradizione, bensì molti di più. Gli unici certi, che si trasferirono il potere senza soluzione di continuità, furono gli ultimi tre: Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. La dinastia dei Tarquinii era etrusca. D’altronde l’influenza etrusca doveva esistere fin dalle origini della città, se è veritiera la tesi secondo la quale il toponimo Roma sarebbe derivato dal nome etrusco del Tevere, Rom.

Gli Etruschi

Così gli etruschi, che sarebbero anch’essi giunti in Italia dall’Oriente, guidati da Tirreno secondo Erodoto, conquistarono Roma per la sua posizione strategica. Secondo alcuni studiosi moderni, essi sarebbero piuttosto di origine autoctona, discendendo dalla civiltà preistorica villanoviana; altri ritengono una loro possibile venuta dalle terre della Germania. Comunque stiano le cose, gli etruschi (per i greci tirreni) tra l’Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio e la Campania costituirono una costellazione di città-Stato, ciascuna guidata da un lucumone sostenuto dall’aristocrazia. Queste entità urbane non entravano mai in ostilità tra di loro; al contrario, spesso si coalizzavano per combattere le poleis della Magna Grecia, loro concorrenti commerciali. Nel 474 gli etruschi formarono una lega con latini e punici, allo scopo di spazzare via dall’Italia i greci. Pertanto, avanzarono verso meridione con una possente armata navale; ma al largo di Cuma subirono una grave sconfitta dalla flotta magnogreca guidata da Siracusa. Quella sconfitta segnò per sempre la fine dell’espansione etrusca verso meridione. In quella circostanza i romani furono dalla parte dei greci, in sintonia con il detto di Mao-tze-tung: “i nemici dei miei nemici sono miei amici”.

LA CONQUISTA ETRUSCA
La conquista etrusca di Roma, pianificata dal principale leader della Dodecapoli (lega di dodici città), il lucumone di Chiusi Porsenna, favorì lo sviluppo della mercatura e la formazione di una ricca aristocrazia. La costituzione di una mentalità municipalistica e la consapevolezza di essere ormai una nazione etnica, consolidatesi nei tempi precedenti dei re romano-sabini, accesero gli animi, suscitarono la ribellione e la cacciata dei Tarquinii, determinarono la nascita della Respublica. Costumi dichiaratamente etruschi avevano, comunque, influenzato la civiltà romana: l’arco e la malta nell’architettura, la statuaria nella scultura, vocaboli nella lingua; in particolare, l’uso dell’alfabeto nella scrittura, la quale nei primi tempi era bustrofedica; cioè i righi si alternavano da destra a sinistra, secondo la moda etrusca, e da sinistra a destra, come facevano i greci, a mo’ dei solchi tracciati dai buoi quando aravano i campi. Con l’avvento della repubblica prevalse l’uso greco.

I PATRIZI E I PLEBEI. CONSERVATORI E PROGRESSISTI
Nel contesto della città cominciarono a stabilizzarsi due ceti sociali: i patrizi e i plebei. La classe della plebs non comprendeva soltanto servi e nullatenenti, ma anche piccoli proprietari, artigiani e mercanti. La rivendicazione da parte di queste ultime tre categorie di poter partecipare alla gestione della cosa pubblica si fece sempre più forte nella storia di Roma, a partire dal ritiro sull’Aventino. Gli obiettivi raggiunti da quella parte della plebs si fortificarono nel corso del II-I secolo.

Catone il Censore

Un continuo braccio di ferro condizionò la società e la politica romana; esso fu sostenuto da conservatori e progressisti. I primi ebbero quale massimo esponente Cato censor (Catone il Censore), il quale vedeva il civis Romanus come soldato-contadino, che aveva come principale simbolo Cincinnato, umile e fiero difensore di Roma e della comunità romana. Non a caso una delle più importanti divinità romane era il dio Mars (Marte), diverso dal corrispondente greco Ares, in quanto dio della guerra ma anche dell’agricoltura. In tali condizioni si forgiava il concetto di nobilitas: essa risultava essere la sommatoria della virtus (il coraggio, la determinazione, la fierezza), della dignitas (la dignità, l’esser degno), della pietas (la consapevolezza delle proprie responsabilità e lo spirito di sacrificio). Così Muzio Scevola, dopo aver fallito l’attentato contro Porsenna, lasciò bruciare la mano destra, che aveva sbagliato, nel braciere; Cornelia, madre dei Gracchi, presentatasi ad una cerimonia senza monili, affermò che Tiberio e Caio erano i suoi gioielli; il pius Aeneas si accollò la responsabilità di condurre nel Lazio i profughi, rinunciando persino all’amore per Didone.
Sulla scorta di quanto appena affermato occorre ribadire che aristocrazia non è sinonimo di nobiltà: infatti un nobile è senza dubbio un aristocratico, in quanto considerato un migliore (non a caso i nobiles erano definiti optimates), ma un aristocratico non è detto che sia un nobile, perché potrebbe essere anche un parvenu, cioè un arricchito.

I PROGRESSISTI E LE COMMEDIE DI PLAUTO
I progressisti a Roma furono rappresentati dagli Scipioni e dal loro circolo letterario; essi introdussero idee filosofiche greche e costumi ellenici, per cui Catone li accusò di corruzione e di rendere effeminati i romani. Per ironia della sorte il loro autore preferito fu il tragicomico cartaginese Terenzio, che nel prologo delle sue opere dovette spesso difendersi dall’accusa di contaminatio, cioè di aver copiato la produzione greca; egli ebbe fortuna soltanto tra gli aristocratici, che avevano la cultura adeguata per comprenderne i messaggi. Il popolo, invece, frequentava a frotte le divertenti commedie di Plauto, anch’esse di ambientazione greca, ma fortemente caricate dall’aspro italicum acetum, le frizzanti frecciatine di origine assolutamente italica.

Le Commedie di Plauto

Possiamo ben dire, usando la metafora della proporzione matematica e paragonando il passato al presente, che Terenzio sta a Plauto come Eduardo De Filippo sta a Peppino De Filippo. Le avanzate filosofie greche produssero diversità di opinioni a riguardo degli aspetti sociali: Catone, nel De Agricultura, sostiene che gli schiavi devono cibarsi adeguatamente e riposare per un tempo congruo, al fine del loro rendimento nel lavoro; Seneca, stoico-epicureo, che ebbe forse una corrispondenza col cristiano Paolo, nelle celebri due epistulae ad Lucilium, afferma che gli schiavi devono essere trattati come uomini e non come bestie. Così ai mancipia (neutro plurale usato per animali e cose) di Catone Seneca oppone i servi (maschile plurale adatto a esseri umani). <<Servi sunt, ymmo homines>>, egli scrive, denotando che sono schiavi, ma un tempo erano stati uomini liberi, magari principi e principesse. <<Servi sumus, ymmo homines>>, aggiunge, precisando che i veri schiavi sono gli uomini così detti “liberi”, perché schiavi dei vizi, delle passioni, della corruzione.

CICERONE NEL DE REPUBLICA

Cicerone, sull’onda della lezione di Platone, nel De Republica elenca le migliori forme di governo e le affianca alle rispettive loro degenerazioni. Così alla monarchia, governo del sovrano illuminato, corrisponde la tirannia, il potere dispotico e assoluto; all’aristocrazia, governo dei migliori, l’oligarchia, potere nelle mani di pochi; alla democrazia, governo del popolo, la demagogia, confusione e libertinaggio. Il filosofo romano afferma che monarchia, aristocrazia e democrazia sono contemporaneamente presenti nel sistema politico-amministrativo della Respublica Romana: la monarchia è rappresentata dai consoli, reminiscenza degli antichi re, a cui è affidato il comando delle forze armate; l’aristocrazia dal senato, che ha il compito di fare le leggi; la democrazia dai tribuni della plebe e dai comizi centuriati. Cicerone si sbaglia a riguardo dell’oligarchia, poiché essa, se ben organizzata e costruita, può costituire una forma di governo forte e duraturo: vedi, piuttosto che Sparta, la repubblica di Venezia, come si vedrà in seguito.

Storia di Roma, Cicerone (De Re Publica)

LA DEMOCRAZIA COMPIUTA E CICERONE CON LE CELEBRI ARRINGHE
Tiberio e Caio Gracco, discendenti dagli Scipioni, furono i massimi interpreti della democrazia compiuta a Roma: le loro riforme assestarono un colpo decisivo al latifondo, per favorire la diffusione dei piccoli proprietari; in tal modo si sarebbe verificato un significativo progresso economico e sociale. Ma la mano sacrilega dei “soliti ignoti” conservatori e reazionari di ogni tempo e di ogni luogo troncò le riforme gracchiane, così come accadde negli anni ’60 del XX secolo ai fratelli Kennedy e alle loro idee.
Il sacrificio dei Gracchi servì alla costituzione di una fazione di innovatori, i populares, che si opponevano al conservatorismo aristocratico degli optimates. In questa lotta intestina, che vedeva crescere sempre più la nuova classe degli equites, i nuovi ricchi dello Stato romano, in forte competizione col patriziato senatorio, tesseva le sue trame eversive Catilina, l’inventore del colpo di Stato. Smascherato in tempo da Cicerone mediante le sue celebri arringhe, le Catilinarie, pronunciate in Senato, che lo fece cadere nella trappola tramite la tecnica dialettica del bluff, Catilina affrontò l’ultima battaglia, cadendo eroicamente, come scrive Sallustio, senza indietreggiare nello scontro di Pistoia. La condanna a morte dei suoi sostenitori senza regolare processo costerà in seguito al console Cicerone l’esilio per un anno. Intanto un celato seguace di Catilina, Caio Giulio Cesare, come lo sarà in seguito Napoleone nei confronti di Robespierre, saliva alla ribalta grazie alle imprese militari, percorrendo senza intoppi il suo cursus honorum che lo conduceva al vertice della Respublica. A Capo dei populares, si trovò faccia a faccia con Pompeo, esponente dell’aristocrazia senatoria. Per evitare lo scontro sanguinario e fratricida, com’era avvenuto in precedenza tra Mario e Silla, i due contendenti addivennero ad un accordo, che sancirono con un patto di sangue: la figlia di Cesare sposava Pompeo, nonostante egli fosse più grande di età rispetto a suo padre. Cicerone si era convinto che il sistema politico-amministrativo basato sui tre poteri da lui esaltati non era più sufficiente per uno Stato divenuto ormai troppo grande. Allora pensò alla figura del princeps, un saggio primus inter pares che potesse coordinare quei poteri. E la sua scelta cadde su Pompeo. Ma gli accordi tra populares e optimates stabilirono la creazione di un triumvirato al vertice, costituito da Cesare, capo dei primi, da Pompeo, esponente dei secondi, e da Crasso, un ricco parvenu che fungesse da cuscinetto tra gli altri due. Purtroppo il decesso prematuro della consorte di Pompeo e figlia di Cesare e la morte di Crasso mentre combatteva in Oriente sancirono l’inizio di violente ostilità, che videro alla fine il prevalere di Caio Giulio grazie alla potenza delle sue legioni. Intanto Catone l’Uticense, fermamente convinto dell’imminente avvento di una monarchia assoluta, s’immolava, suicidandosi, sull’altare della Libertas. Così Lucano, nipote di Seneca, in aperta opposizione a Nerone, individua, nella sua Pharsalia, in Cesare il dispotismo schizzofrenico della dinastia giulio-claudia, in Pompeo il fallimento del Senato, in Catone il vero eroe. Ambiguo appare, a tal proposito, il comportamento di Dante, che da una parte pone i cesaricidi Bruto e Cassio nelle bocche di Lucifero, mentre dall’altra destina la custodia del Purgatorio a Catone, colui che libertà va cercando ch’è si cara come sa chi per lei vita rifiuta. Per Catone e per Dante il concetto di libertas/libertà consisteva nella conservazione degli istituti politici consolidati. I cesaricidi fallirono completamente: la morte di Cesare accelerò la sua impresa di trasformazione della Respublica in Principatus. Il suo legittimo successore, il nipote Ottaviano, fu il primo princeps e, seguendo la lezione ciceroniana, lasciò intatti gli ordinamenti tradizionali. Assumendo il titolo di Augustus, dava inizio alla lunga serie dei Cesari, gli imperatori romani. La nascita dell’impero non significò affatto la crisi della Respublica Romana, come credette una certa storiografia del passato; infatti, come si può considerare “crisi” un lungo periodo imperiale durato cinquecento anni?

LE RIFORME
Nel corso di questi cinque secoli l’impero fu sottoposto a numerose riforme sociali, economiche, amministrative e visse alterne vicende di crisi e di mirabili riprese. In esso furono attivi, quali enti locali, i municipia, che ogni anno, previo propaganda e pubblici comizi, eleggevano i propri amministratori (decurioni).

L’antica città di Roma

Il secolo d’oro, che va da Cocceio Nerva a Marco Aurelio, segnò il massimo splendore della Romanità, grazie soprattutto a principi illuminati, gli imperatori filosofi tanto auspicati da Seneca. Con Commodo cominciò la vera decadenza dell’impero ed ebbe inizio la tarda antichità, come la definisce Peter Brown, che durò tre secoli, durante i quali si verificarono comunque riprese significative, che, però, non eguagliarono mai i bei tempi passati; nel gergo matematico furono soltanto punti di massimo relativo ma non assoluto.
La massima conquista politica dei romani avvenne nel settore della giurisprudenza: a Roma operarono i massimi legislatori della storia. Il diritto romano è tutto racchiuso nel Corpus Iuris Civilis voluto dall’imperatore bizantino (basileus) Giustiniano. L’opera, che si fonda sulle produzioni dei grandi giuristi Triboniano, Ulpiano, Papiniano, Paolo, Gaio, è distinta in cinque volumi: Institutiones, Digestum o Pandette, Codex, Novellae Constitutiones (introdotte da Giustiniano). Notevole rilevanza assume, a tal uopo, anche il Codex Teodosianus, voluto da Teodosio II nel 438 d.C., che raccoglie le costituzioni imperiali da Costantino I in poi.
Il bellum iustum che aveva spinto i romani in tutto il mondo allora conosciuto per dominarlo e regolarlo si trasformò nel concetto di iustum in bello. L’affermazione Civis Romanus sum era una cosciente convinzione della superiorità del diritto romano come ius gentium (diritto delle genti), ancor viva nel Medioevo mediante l’espressione iure Romano vivente. In definitiva, l’espansione militare e la conquista del mondo rappresentavano per i romani una missione civilizzatrice assegnata a Roma dal Fato.

 

(Il saggio è dedicato al fraterno amico Federico Fernandez de Bujan, storico del Diritto Romano e rettore dell’Università UNED di Madrid)

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