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Paestum, dopo tre anni riapre il Museo Narrante di Hera Argiva

Chiuso da tre anni finalmente riapre. Il Museo Narrante di Hera Argiva che si trova a Paestum, comune di Capaccio, venne letteralmente invaso dalle acque del fiume Sele durante l’alluvione del novembre 2010. Ora riprende una nuova vita.

A rimarcare anche l’importanza di questo momento di riapertura al pubblico, il 14 novembre è stato un convegno di studi dedicato a Umberto Zanotti Bianco – tra i fondatori, nel 1955, dell’Associazione ambientalista Italia Nostra -, nel cinquantenario della sua scomparsa. A ricordare questa nobile figura è stato Marco Parini, presidente nazionale di Italia Nostra, insieme a Massimo Maresca presidente del Consiglio Regionale Campania di Italia Nostra, e Annalisa Cipriani della sezione di Roma di Italia Nostra.

Umberto Zanotti Bianco, mecenate, archeologo e creatore della Società Magna Grecia, insieme a Paola Zancani Montuoro, una giovane archeologa della Penisola sorrentina, nel 1934 si avventurò nell’allora palude del Sele, e lì ritrovarono, dopo lunghe ricerche, il Santuario di Hera Argiva. A lui si devono molti importanti scoperte archeologiche e un’attenzione maggiore verso il Mezzogiorno d’Italia. Italia Nostra ha così voluto ricordare, con diverse altre iniziative, questa figura che ancora oggi riesce a tramandare in molti la passione per la tutela all’ambiente e alla valorizzazione dei territori.

E così, nel ricordo di Zanotti Bianco, il Museo Narrante ha ripreso le sue attività di divulgazione e non solo di esposizione.

Incaricata del progetto di ristrutturazione del Museo Narrante è stata Rosalba De Feo del settore Beni Architettonici e Paesaggistici. La Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno ha proceduto con una spesa di circa 50mila euro a due interventi fondamentali: sostituzione degli infissi e ripristino della rete multimediale. L’edificio della struttura espositiva è una vecchia masseria degli anni ’30. Il percorso di visita, che utilizza sia strumenti di tipo tradizionale sia video-installazioni, si sviluppa come la trama di un racconto che guida così il visitatore alla scoperta del “santuario”. Alla ricostruzione del paesaggio antico della foce del Sele è dedicata la sala di apertura che mostra le variazioni paleoambientali e fornisce la scenografia naturale che faceva da sfondo al santuario. La storia della ricerca archeologica è illustrata all’interno di una sala in cui su due schermi a muro e su un video a pavimento scorrono immagini sincronizzate che illustrano il progredire delle esplorazioni. Una scala elicoidale, lungo la quale sono appese le riproduzioni delle statuette fittili dedicate alla dea, conduce il visitatore al piano inferiore, ad un punto di osservazione dell’area archeologica. Al piano superiore una sala ospita la ricostruzione degli interni del cosiddetto edificio quadrato. Qui ora si trova la mostra “Al tempio che (H)era” di Virginia Franceschi, che di questo antico sito ha voluto cercare di ricreare le suggestioni e le atmosfere della dea protettrice del matrimonio e del parto e simbolo di bellezza e di fertilità. Attraverso la millimetrica precisione della tecnica del cucito, l’artista intreccia, accosta e sovrappone ruvido lino, cotone, morbida seta, ispida lana, che quasi fermano il tempo e compongono mirabili opere di stoffa e mosaici tessili. E così gli arazzi, i ricami, le stoffe che propone Virginia Franceschi si intonano alle arcaiche attività di tessitura svolte nel cosiddetto Edificio Quadrato del santuario dalle giovani vergini iniziande al matrimonio. Qui tutto è storia e mito.

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