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Le amministrazioni e le leggi delle Repubbliche marinare

Per la storia del Medioevo è importante analizzare il sistema amministrativo delle quattro repubbliche marinare che segnarono un’evoluzione significativa nei secoli dell’età di mezzo. 

Il dux Amalfitanorum era una sorta di monarca. Concentrava in sé poteri civili e militari, faceva coniare monete con la propria effige, riceveva titoli onorifici da Bisanzio, quali imperialis patritius, antypathos et vestis, sebastos pansebastos. Simboli della sua potestas erano il birecto (un berretto o una corona ducale), il bastone a forma di tridente, il paludamento purpureo coperto da omerale lamellato, veste clamidale, scarpe e calze di seta rosse, cingolo militare con spada. Concedeva ai sudditi fedeli esenzioni o sgravi fiscali, nonché la riscossione delle imposte. Il sistema tributario conservò i caratteri romani: l’erarius aveva il compito di riscuotere imposte dirette e indirette, con la collaborazione di ufficiali denominati castaldi e vicedomini; inoltre custodiva il tesoro ducale. I dazi dovuti all’erario pubblico erano: il portuaticum per l’entrata o l’uscita di merci dal porto; l’ancoragium per lo stazionamento delle navi nella rada portuale; il portaticum per l’entrata o l’uscita di merci attraverso le porte della città; il plateaticum per la vendita in piazza; il calcaraticum per la produzione della calce; il pescaticum per la pesca; l’herbaticum per l’uso dei pascoli; il terraticum per la coltivazione della terra. Nell’ambito del palatium Amalfitanum, sede del potere pubblico della repubblica, era collocata la zecca (sicla), retta dal magister siclarius, dov’erano coniati i tareni aurei boni diricti et pesanti, che ebbero larga diffusione tra Campania, Montecassino, Abruzzo dall’XI al XIII secolo, nonché i follari di rame.

I duces Amalfitani facevano concessioni ai sudditi fedeli che recavano loro preziosi servigi: si trattava di terre vacue con licenza di edificare, dell’autorizzazione a coprire con costruzioni le vie pubbliche, a realizzare condutture idriche. Inviavano e ricevevano ambasciatori e firmavano trattati. Sotto l’appellativo di gloriosa potestas, il dux amministrava la giustizia in collaborazione di iudices (giudici).

Uno dei principali collaboratori del dux era il comes palatii, che, alla stregua del coriopalatus bizantino e del lociservator napoletano, era il curatore del palatium. La sua era una magistratura di prestigio, in quanto reminiscenza del comes annuale capo della repubblica e della corte di comites collaboratori del patritius imperialis Mastalo I. Il dux modificò questa corte nel conventus plenarius da lui presieduto e composto da iudices et parentes fideles. Tra questi ultimi non bisogna necessariamente vedere parenti del dux, bensì i majores natu o nobiliores, cioè i rappresentanti dell’aristocrazia comitale e dei domini che risiedevano ad Amalfi e ad Atrani e detenevano il potere economico. Pertanto, tra i parentes fideles (sudditi fedeli – da pareo,-es = ubbidire) vi erano anche i testes, che, apponendo la firma agli atti pubblici e privati, ne corroboravano la validità. Verso la metà dell’XI secolo comparvero tra di loro alcuni esponenti emersi dal ceto dei mediocres, intermedio tra nobilitas e plebs e antesignano della moderna borghesia. Allora ad Amalfi si era pacificamente consumato, grazie al governo di Mansone II (1039-1052), subalterno del principe longobardo Guaimario IV di Salerno, quel fenomeno di ascesa e di riconoscimento della classe mediana che, per raggiungere un risultato analogo, a Napoli dovette ribellarsi, votandosi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua, e obbligare il dux, consul et magister militum al suo ritorno dall’esilio gaetano a sottoscrivere il Pactum Sergii nel 1030.

Pandolfo IV e l’imperatore Enrico II

Un organismo di rilevante importanza, che faceva parte della corte ducale, era l’ordo curialium, denominato curia sin dal tempo della semidipendenza normanna (1100-1111), nome estensibile all’intera curtis ducalis. Lì esisteva, sin dai tempi più remoti della repubblica, una vera e propria scuola per la formazione dei curiales, nella quale i giovani apprendisti (discipuli) imparavano le regole per la stesura degli atti, la particolare scrittura curialesca amalfitana, le tecniche di archiviazione delle pergamene. L’arte era trasmessa da padre in figlio, per cui vi furono particolari stirpi di curiali. L’ordine era il depositario di una cultura giuridica di stampo romano, nonché della scrittura e dell’istruzione laica. Pertanto, la casta dei curiali risultava essere alquanto potente, poiché detentrice dell’istruzione e della tradizione. L’ordo curialium amalfitano era molto simile a quelli degli altri ducati romanico-bizantini della Campania; era, infatti, costituito da curiales, scrinarii (custodi delle arche), scribae (redattori), discipuli. Per lungo tempo fu retto dallo stesso dux; a partire dal 1097 fu affidato a un protonotarius dal dux Marino Sebaste sulla falsariga dei vertici delle curie dei principati longobardi, essendo egli pronipote per parte di madre del principe di Benevento Landolfo V.

I curiali amalfitani datavano i documenti riportando gli anni di governo dei duces e, secondo l’uso bizantino, mediante il ciclo quindecennale delle indizioni, ciascuna delle quali iniziava il I settembre e terminava il 31 agosto successivo. Verso gli anni ’70 dell’XI secolo, con l’avvento dei signori normanni, veniva anche indicato l’anno secondo il calendario romano (a partu Virginis), per cui gli atti rogati tra il I settembre e il 31 dicembre presentavano l’indizione successiva rispetto a quelli vergati in altri periodi del medesimo anno.

Il sistema legislativo amalfitano si fondava sulle Pandette o Digestum del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, di cui una copia d’epoca, presente ad Amalfi, sarebbe stata trafugata dai pisani durante il saccheggio del 1135 e prelevata dai fiorentini nel 1406 (oggi è conservata nella Biblioteca Laurenziana di Firenze), nonché sulle Consuetudines Civitatis Amalfie, messe per iscritto nel 1274 dal giudice e sindaco Giovanni Augustariccio.

Nel novenbre del 1073, con la fine della dinastia di Sergio I, che abbiamo indicato col cognome de Comite Musco, dal nome e dal titolo del capostipite del casato, si verificò il passaggio del ducato di Amalfi nelle sfera d’influenza normanna, assumendo quale dux protettore Roberto il Guiscardo, che tre anni dopo ne divenne il capo assoluto, riconoscendo, comunque, agli amalfitani certe libertà di azione, quali le scelte di politica economica, consuetudini e leggi, controllo delle fortificazioni. Si realizzava, così, quella che abbiamo definito I semindipenza amalfitana, che durò sino al 1100, interrotta da due momenti di assoluto libero arbitrio negli anni 1085-1088 e 1096-1100.

In quel periodo la corte ducale era retta da un vicecomes collaborato da un gruppo di iudices, tutti autoctoni. Ruggero Borsa nominò un vicarius di sua fiducia e di origini salernitane, affidando le fortificazioni del ducato ai suoi soldati. Si costituiva, così, la semidipendenza normanna (1100-1111). Suo figlio Guglielmo elargì alcune libertà agli amalfitani, quali la nomina di un vicedux locale e il riaffido dei castelli. Quindi s’instaurava la II semindipendenza amalfitana (1111-1131). Allora il dux normanno istituiva curiae composte da iudices e curiales di estrazione ecclesiastica nelle nuove civitates di Ravello e di Scala e da presbiteri scribae nella terra di Tramonti.

In quegli anni il ducato di Gaeta, vassallo del principato di Capua retto dalla signoria normanna dei Drengot-Quarrel, era amministrato, in unione col dux feudatario, da un consiglio formato da consules a loro volta guidati da un iudex. Anche questo è un segno di riconosciuta tradizionale autonomia.

Nel Regnum Siciliae

Il passaggio del ducato di Amalfi nel Regnum Siciliae di Ruggero II contemplò la persistenza di alcune tradizionali forme di autonomia: leggi e consuetudini, moneta, amministrazione locale, scelte economiche e marinare. Naturalmente le magistrature del ducato erano alle dirette dipendenze dei ministri regali. Il territorio fu diviso in tre aree amministrative, ciascuna governata in nome del sovrano da uno stratigotus: Amalfi, Ravello, territorio stabiano; quest’ultimo era, inoltre, infeudato. Nasceva, in tal modo, la semidipendenza forzata (1131-1220).

Il mosaico della chiesa della Martorana in Palermo dove Ruggero II appare incoronato da Cristo

Contemporaneamente re Ruggero confermava a Bari le leggi e le consuetudini locali e i giudici autoctoni, assicurava che non sarebbe stato nominato un arcivescovo estraneo e che non avrebbe costruito un altro castello in città. Durante il regno normanno (1130-1194) Napoli era amministrata da un personaggio che presiedeva un consiglio cittadino formato da diciannove consules, da comestabuli e da milites. Intanto Gaeta era considerata Comune, possedeva cinque porti, tre isole, due castelli, aveva l’autorizzazione all’uso della Camera Regia cittadina per tenere la Curia. Ai gaetani venivano confermati usi e consuetudini, erano governati da un baiulus di estrazione locale, eleggevano consules e iudices. I primi dirigevano il conio dei follari di rame; i secondi amministravano la giustizia mediante gli usi cittadini e le leggi regie. Pertanto, le cause civili si svolgevano nella Curia della città, le cause criminali nella Magna Curia Regia dei Baroni, il crimine di lesa maestà era giudicato nella Magna Curia di Palermo. Gaeta e il suo territorio rimanevano vassalli del principe di Capua, al quale era demandata la definizione delle cause criminali.

Le prerogative di autonomia di Amalfi ebbero fine sotto il regno di Federico II, il quale nel 1220 chiuse la zecca amalfitana ed entro il 1231 impose le novae Constitutiones, vietò l’uso della charta bambagina per la redazione degli atti e abolì la curialesca amalfitana, sostituendola con la scrittura gotica più comprensibile.

L’avvento angioino (1266-1438) ridiede ad Amalfi qualche parvenza autonomistica: fu ripristinata la curialesca e il sindacus di Amalfi aveva la licenza di riunire tutti i suoi colleghi del territorio nell’ex cappella palatina di Atrani, al fine di prendere decisione di interesse comune. Così nel 1302 il sindacus di Amalfi, a nome dell’intero ducato e su autorizzazione del sovrano angioino, stipulava un patto mercantile con la repubblica di Genova, rinnovato cinquant’anni dopo ed esteso a Pisa.

Venezia

La repubblica di Venezia nell’ultimo quarto del X secolo aveva la sede di governo Rivoalto (Rialto), concentrata nel palacium con la basilica-cappella di S. Marco Evangelista. In quel tempo la massima magistratura conservava ancora il titolo di tribunus, al quale aggiungeva la carica di divina gratia dux Venecie.

Venezia, piazza San Marco in un un’antica raffigurazione

In seguito, acquistato maggior prestigio la repubblica, fu definito serenissimus dux, trasformato in doxe nel dialetto veneziano, poi in doce italianizzato in doge. Era collaborato dai magnati; nel 982 presiedeva un consiglio di cinquantanove consules. Simbolo del suo potere era il berretto dogale, denominato corno; nelle uscite pubbliche era protetto dall’umbrella e, fin dal 1252, procedeva allo “sposalizio del mare” nel giorno dell’Ascensione, mediante il getto nella laguna dell’anello dal Bucintoro. Nel 1122, quando il doge Domenico Michiel stipulava un patto con la comunità di Bari circa le assicurazioni di giustizia nei confronti dei baresi residenti a Venezia, operava già una sorta di gran consiglio distinto in quattro gruppi: il primo presieduto dallo stesso doge con novantotto collaboratori, due guidati da iudices con novantanove membri ciascuno, il quarto sempre da un iudex con altri sessantacinque componenti; in tutto trecentosessantacinque elementi. Tra questi vi erano alcuni gastaldi, cioè amministratori di città e terre della repubblica. Questo gran consiglio era simile al conventus plenarius di Amalfi e al conventus plenus di Gaeta. Nel 1143 fu costituito un consilium sapientium, alla stregua dei sapientes che con i consules formavano la curia di Gaeta, guidata da un iudex, a sua volta dipendente dal dux vassallo del princeps di Capua. Nel 1162 fu organizzato il maggior consiglio, al quale, tra 1185 e 1187, fu aggiunto il consilium minus, composto dal doge e da sei membri, ciascuno rappresentante un sestiere della città, al quale era affidato il governo. Nel 1207 la repubblica si definiva Communis Venetiarum, ponendosi in linea con le realtà comunali del Settentrione. La sua amministrazione era così composta, procedendo dall’alto in basso: doge, Minor Consiglio, Maggior Consiglio, Capi delle contrade, Consiglio dei Quaranta, Assemblea popolare.

A metà del XIII secolo il sistema amministrativo veneziano assumeva la struttura della piramide costituzionale, come la definisce Frederic Lane. Alla base vi era l’Assemblea popolare, composta da nobili e cittadini, si riuniva in S. Marco, ratificava leggi fondamentali, acclamava il doge scelto dalla commissione di designazione.

Il centro del potere era rappresentato dal Maggior Consiglio, che costituiva il fondamento del governo. Emanava le leggi, eleggeva tutti i magistrati e i membri degli altri consigli, decretava punizioni, concedeva amnistie. Era formato da trecento o quattrocento membri, tra cui i consiglieri ducali. Tra i suoi componenti vi erano tre particolari magistrature, gli officia: uffici di palazzo, che avevano il potere giudiziario; uffici di Rialto, che gestivano la vita economica; uffici esterni, che gestivano le podesterie dell’Istria e della Dalmazia, nonché le rettorie di Romania (impero bizantino) e d’Oltremare.

La Quarantia era formata da quaranta membri; era una corte di appello ed emanava leggi monetarie e finanziarie, poi approvate dal Maggior Consiglio.

Il consiglio dell’amministrazione statale era costituito dal Senato, denominato Consilium Rogatorum o Consiglio dei Pregadi. Era formato da sessanta membri, preparava i decreti commerciali, inviava ambasciate, stabiliva i movimenti delle flotte.

Il potere esecutivo era affidato al Minor Consiglio o Consiglio ducale, regia degli altri consigli. Presieduto dal doge, era composto da sei consiglieri e da tre capi della Quarantia; pertanto, era definito Signoria. Nominava i comandanti delle galee e delle flotte. Collaboravano sedici ministri della repubblica: sei savii grandi, cinque savii della terraferma, cinque savii agli ordini; erano gli eredi degli antichi sapientes e il loro capo era il savio grande del turno settimanale.

Alla luce di quanto analizzato è possibile affermare che il sistema politico-amministrativo veneziano fu sottoposto all’evoluzione da democrazia mercantile a democrazia aristocratica.

Pisa

Pisa in un’antica stampa di Foresti Jacopo Filippo

La repubblica di Pisa fu reatta dalle origini (1070) fino al 1116 da un vicecomes associato a un gastaldus; entrambi avevano la funzione di giudici. D’altronde la magistratura di iudex ebbe una propria fortuna a Pisa, tant’è che amministrava il giudicato di Gallura, un’area della Sardegna controllata dalla repubblica toscana. Poi si affermò la fase consolare, quando dodici o quattordici consules s’interessavano di vari settori, tra cui principalmente quelli marittimi e mercantili. Così i collegi consolari governavano mediante gli statuta, raccolta di consuetudini sotto forma di brevi. I consules, scelti annualmente tra i migliori esponenti della nobiltà urbana, dei visconti imperiali e del ceto dei mercanti-armatori più facoltosi, assumevano molti poteri, dall’amministrazione politica alle finanze e alla giustizia; avevano un controllo diretto del Parlamentum e del Senatus che presiedevano, distribuivano incarichi di ogni genere e nominavano ufficiali comunali, dichiaravano la guerra o stabilivano la pace, comandavano eserciti e flotte, coniavano monete, imponevano imposte e tasse, provvedevano alla manutenzione degli edifici e delle strutture pubbliche. Erano collaborati dal Senatus e dai Consilia, costituiti da boni homines e milites, nonché dai cittadini che s’interessavano delle attività marinare e mercantili. Dal 1254 fu nominato il capitano del popolo, che amministrava insieme a dodici anziani. Alla fine del secolo s’incominciò a nominare un podestà straniero, che dava luogo a una sorta di signoria.

Genova

L’antica Genova in una stampa di Hartmann Schedel

La Compagna Communis di Genova nel 1099 era retta da sei consules; alla base vi era un’associazione di mercanti e capitalisti. Così il comune di Genova era la trasposizione politica della Compagna. Dal 1191 al 1256 furono nominati podestà per mettere ordine nelle contese dell’aristocrazia mercantile. Dal 1257 fu scelto un capitano del popolo, che continuava a nominare podestà annuali. Agli inizi del XIV secolo il comune di Genova era retto da un sindacus. Nel 1339 Genova procedeva a una riforma amministrativa che cercava in qualche modo di imitare il sistema veneziano; così si passava all’elezione di un doge a vita, chiamato duxe nell’idioma ligure: il primo fu Simon Boccanegra. Anche Genova aveva i suoi statuta, estesi all’intera Liguria e ai possedimenti d’Oltremare.

Le causationes amalfitane

Si tratta di vere e proprie vertenze giudiziarie, tenute nella corte ducale alla presenza del dux e degli iudices. Osserviamo più da vicino alcune di queste causationes e le relative sentenze.

Nel 969 era sorta una controversia tra alcuni aristocratici amalfitani e gli abitanti dei casali orientali del ducato Allola e Cercli circa la proprietà di un castagneto di Carbonara, sopra Cetara. Il dux Mansone I volle ascoltare la versione di tre testimoni estranei, provenienti da Tramonti, i quali affermarono che i pretendenti aristocratici amalfitani avevano in precedenza seminato il monte di Carbonara e impiantato ivi il conteso castagneto; quindi sentì l’opinione di due altri testimoni dei detti casali, i quali giurarono a favore del possesso da parte di allolesi e cerclesi di un vasto territorio che andava ab ipso Alipergo de ipsis Sarraceni (la stazione saracena fu realizzata intorno all’882) al fiume di Cetara.

Dalla bocca della gloriosa potestà di Mansone I desideravano ascoltare, nel 992, il giudizio i fratelli Falangola circa una via di transito che volevano praticare attraverso il possedimento dei fratelli Cucciario situato in località Finestro di Vettica Minore per accedere, dal mare verso il monte, alla loro proprietà.

Amalfi, una moneta attribuita a Mansone di Amalfi

Altro giudizio fu pronunciato nel 1007 o nel 1022 a proposito del possesso della porzione di una terra situata a Siriniano di Stabia, che in precedenza era stata venduta all’arcivescovo di Amalfi; il venditore mostrava una chartula securitatis che lo confermava, mentre il presule ne esibiva un’altra, dalla quale ciò non si rilevava. La sentenza ducale stabilì che l’arcivescovo, per godere di quella porzione, avrebbe dovuto dare al venditore 4 tarì.

Nel 1015 un’analoga sentenza fu annunciata da Sergio III per quanto concerneva il possesso di un terzo del monte Carbonario da parte di Sergio, figlio di Giovanni di Maurone Comite, il cui genitore lo aveva tenuto per più di quarant’anni con Gutto de domina Blactu, che, per riaverlo, dovette versare 10 tarì a quest’ultimo. Nel 1055 Giovanni II, insieme al conventus plenarius, ascoltò il reclamo del nobile Gregorio Monteincollo nei confronti delle vedove dei mediocri fratelli Cotto, a riguardo di una proprietà di Ponte Primaro. Dopo aver ascoltato il mediator, il dux la concesse al reclamante.

I giudizi ducali erano pure riferiti ai reati penali, per i quali la massima pena prevista era l’impiccagione. Persino il dux poteva finire sotto inchiesta, incolpato di alto tradimento, deposto e condannato all’esilio o, secondo l’uso bizantino, all’accecamento.

La politica mediterranea

La politica estera delle repubbliche marinare d’Italia fu rivolta principalmente al Mediterraneo, anche se in alcune fasi fu condizionata da questioni locali o regionali.

A tal proposito vanno considerate le fazioni longobarda e bizantina che divisero l’aristocrazia amalfitana tra il 1028 e il 1052, dilaniando addirittura la stessa stirpe ducale. Scrive Ernesto Pontieri che quella fu la cancrena che di lì a poco avrebbe provocato la fine dell’indipendenza politica della repubblica. Infatti nel novembre del 1073 gli amalfitani si sottoposero alla protezione di Roberto il Guiscardo per difendersi dagli attacchi di Gisulfo II di Salerno; così il normanno diventava signore di Amalfi, dove nasceva un partito che sosteneva la sua causa. Ma gli amalfitani alternarono rivolte e compromessi nei confronti dei normanni. Scelte politiche analoghe faceva Bisanzio, che a volte si alleava e a volte si scontrava con i normanni. Nel 1096 Alessio I Comneno fu l’artefice di una lega anti-Altavilla formata da Capua, Gaeta, Napoli, Amalfi e Sorrento; in tal modo sosteneva la ribellione amalfitana contro Ruggero Borsa, inviando quale dux della repubblica Marino Sebaste. Ma quattro anni dopo, temendo un attacco di Boemondo, principe di Taranto e di Antiochia, contro Bisanzio, favorì il ritorno ad Amalfi di Ruggero Borsa, acerrimo nemico di quest’ultimo.

Nel contesto della politica mediterranea amalfitana due furono le guide principali: la Chiesa e la stirpe dei nobili e ricchi mercanti de Comite Maurone. Costoro, che risiedevano anche a Costantinopoli ed erano intimi degli imperatori, compresero per primi il pericolo normanno, per cui progettarono la costituzione di una lega internazionale per sconfiggere Roberto il Guiscardo, costituita dal papato, dall’impero di Germania e da quello bizantino; purtroppo la diffidenza dell’imperatore germanico nei confronti del basileus d’Oriente fece fallire il progetto. Gli stessi de Comite Maurone, insieme alla Chiesa di Amalfi e al monastero amalfitano del Monte Athos, svolsero un’importante opera di mediazione tra cattolici e ortodossi dopo lo Scisma d’Oriente.

La Ravello antica

Al tempo dell’invasione sveva del regno di Sicilia gli amalfitani si schierarono dalla parte di Costanza d’Altavilla e di Enrico VI di Hohenstaufen, mentre i ravellesi rimanevano fedeli a Tancredi; così Ravello si mostrava come un’enclave normanna nel ducato di Amalfi, legata ai signori nordici in virtù dei rapporti commerciali stabiliti con le terre di Puglia, da questi ultimi controllate. La diatriba Amalfi-Ravello era destinata a perpetuarsi e a protrarsi sino alle soglie dell’avvento angioino: così, mentre Ravello sosteneva Manfredi, Amalfi, che aveva sempre detestato l’autoritarismo accentratore di Federico II, era dalla parte del pontefice. Fu pronta a mutare il campo d’argento della sua bandiera con l’azzurro degli angioini, mentre alcuni nobili capitalisti ravellesi, come i Rufolo e i de Marra, appoggiarono i Vespri siciliani.

L’esistenza a Venezia di un partito filobizantino e di un partito filoccidentale consentì alla repubblica marciana di svolgere un’importante mediazione tra Ottone I e Niceforo Foca. Nel corso del XII secolo la crescente potenza veneziana doveva necessariamente entrare in urto contro il tradizionale alleato bizantino, il quale, sospettoso e timoroso di quell’ascesa, giocava ormai a danno della repubblica veneta, contrapponendole nei mercati imperiali le rivali Pisa e Genova.

Con l’impresa della IV Crociata e il sacco di Costantinopoli (1204), Venezia diventava una grande potenza mediterranea, capace di dirigere e regolare la politica internazionale. Il serenissimo doge e la democrazia aristocratica assursero a una dimensione di grande considerazione e di massimo rispetto. Nel 1175 Venezia si alleò con Guglielmo II di Sicilia, entrando in contrasto con il tradizionale alleato bizantino, al quale voleva sostituirsi nella gestione della politica nel Mediterraneo orientale. Ma tra 1187 e 1199 si riavvicinò a Bisanzio in funzione antinormanna dapprima e antisveva poi. La IV Crociata, dirottata a Costantinopoli per permettere la nascita dell’impero latino d’Oriente, sancì la sostituzione di Venezia a Bisanzio nella gestione della politica mediterranea orientale, mentre il doge Enrico Dandolo veniva definito dominator quarte et dimidie partis totius imperii Romanie.

Pisa e Genova seguirono, nella prima fase di affermazione tirrenica e mediterranea, una politica filogermanica. La contrapposizione tra di loro cominciò nel corso della I Crociata, quando, dopo la morte di Goffredo di Buglione, Pisa appoggiò il normanno Boemondo, mentre Genova, insieme a Venezia, si schierarono con Baldovino di Fiandra.

Pisa approfittò delle prime crociate per sostenere la sua politica estera ed economica mediante la sua potenza militare. La flotta pisana, che si recò alla I Crociata, attaccò alcune isole dello Ionio e dell’Egeo, seguendo l’esempio dei normanni, ma i bizantini li respinsero col fuoco greco. Quindi al largo di Rodi la flotta veneziana inflisse una dura sconfitta a quella pisana.

L’Europa al tempo della I Crociata

Dagoberto fu l’artefice principale delle fortune pisane nel Medioriente: già arcivescovo, fu comandante della flotta e divenne patriarca di Gerusalemme. Un altro legato pontificio pisano alle crociate fu l’arcivescovo Ubaldo, che nel 1188 giunse in Medioriente con una flotta per appoggiare la riconquista di Gerusalemme. Ai principi di quel secolo la Chiesa di Roma si serviva dell’arcivescovo di Amalfi quale legato nei rapporti ufficiali con Bisanzio. Quando Ubaldo giunse negli Stati latini che si battevano contro i turchi, trovò una situazione disastrosa: era in atto una pericolosa tenzone tra gli stessi cristiani. Si contendevano il regno di Gerusalemme Corrado da Monferrato e Guido di Lusignano. Con il primo si schierarono il re di Francia, i genovesi, l’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme e Ubaldo con i suoi pisani; dalla parte del secondo vi furono il re d’Inghilterra, i Templari e i pisani ivi residenti. Come fa giustamente rilevare Michael Mitterauer, Pisa comunque ne uscì vittoriosa, sebbene i pisani si fossero divisi, in quanto i militari di Ubaldo dovevano giocoforza seguire le indicazioni pontificie, mentre quelli residenti in zona dovevano difendere i propri interessi commerciali. Infatti, quando Enrico di Champagne, nuovo re di Gerusalemme per compromesso tra le parti, residente ad Acri, decise di cacciare i mercanti pisani, questi furono appoggiati dalla flotta proveniente da Cipro, che piegò le resistenze regali e li riportò nelle loro sedi.

Nel 1249 Pisa tornava ad appoggiare una crociata, quella organizzata dal re francese Luigi IX, ma l’impresa fallì miseramente. Quindi rivolse la sua attenzione anche verso l’Egitto. Lì nel 1165 i Fatimidi trovavano difficoltà a sedare le tensioni tra truppe turche e sudanesi; così chiesero l’intervento del re Amalrico di Gerusalemme, il quale inviò i pisani. Questi ricevettero in cambio ampie concessioni ad Alessandria, al Cairo e ad Acri. Nel contempo il doge veneziano Domenico Michiel sconfiggeva gli egiziani ad Ascalona e le sue navi assediavano Tiro.

Tra le repubbliche marinare scoppiò la grande guerra coloniale, come la definisce Rossi Sabatini. Così nel 1256 Venezia e Pisa affrontarono Genova per il controllo di Acri. Quattro anni dopo i genovesi furono sconfitti. Pisa, ringalluzzita, portò la guerra contro Genova nel Mar Nero: così nel 1277 le galee pisane attaccarono la colonia genovese di Pera, alle porte di Costantinopoli. Intanto i genovesi erano riusciti, sin dal 1261, a restaurare l’impero greco, riportando sul trono di Bisanzio la famiglia dei Paleologo e liquidando l’impero latino voluto da Venezia nel 1204.

Questa la politica orientale delle repubbliche marinare, improntata su frequenti scontri militari soprattutto in funzione di sostegno e di ampliamento delle loro postazioni marittimo-mercantili.

In Occidente quella politica assumeva aspetti non dissimili e s’interessava pure delle competizioni tra le potenze europee e le fazioni italiche.

Federico Barbarossa in una miniatura del 1188

I conflitti tra guelfi e ghibellini interessarono particolarmente Pisa e Genova. In quest’ultima città marinara si affrontarono spesso i sostenitori dell’imperatore e quelli del papa; la città dell’Arno fu fedele alla causa ghibellina, a tal punto che dovette sostenere continui conflitti con le città guelfe della regione, prima fra le quali Firenze. Venezia, invece, si mantenne sempre neutrale rispetto a queste rivalità, anche perchè la Chiesa locale era totalmente controllata dalla signoria della repubblica. Questa posizione le valse l’opera di mediazione, nel 1177, tra papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa.

Le repubbliche marinare si confrontarono militarmente anche in Occidente

I pisani, alleati dell’imperatore di Germania e del papato, giunsero, nell’estate del 1135, nel golfo di Napoli, con l’obiettivo di difendere il ducato romanico-bizantino dall’assedio di Ruggero II. Allo scopo di distogliere le truppe normanne e di infliggere nel contempo un colpo fatale alla loro rivale, i pisani saccheggiarono Amalfi con quarantasei galee, approfittando dell’assenza di numerosi combattenti amalfitani impegnati ad Aversa con i normanni e di una parte della flotta. Due anni dopo cento galee pisane e ottanta genovesi appoggiarono il sacco di Ravello e di Scala, obbligando gli amalfitani a pagare un forte tributo.

Il confronto militare tra Pisa e Genova ebbe il suo epilogo nelle acque del Tirreno. Nel 1241 la flotta pisana ebbe la meglio su quella genovese all’isola del Giglio. L’egemonia dell’aquila pisana sembrava ormai diventare completa, sostenuta com’era dalle affermazioni sveve in Italia. Ma la conquista angioina del regno di Sicilia fece perdere alla repubblica toscana il forte tradizionale alleato meridionale. Nonostante ciò, i pisani si illusero di poter sferrare il colpo mortale ai rivali genovesi. Pertanto, allestirono una potente flotta e cercarono di attaccare di sorpresa Genova. Ma le numerose navi furono intercettate dai genovesi di stanza nella parte settentrionale della Corsica. In modo repentino allertarono le difese della città, mentre una consistente flotta genovese puntava direttamente contro Pisa. Allora le navi pisane tornarono indietro per difendere la loro patria. Nel giorno di S. Sisto (6 agosto) del 1284 intorno agli scogli della Meloria Genova riportò una completa vittoria su Pisa, che da allora in poi non riuscì più a riprendersi. E pensare che la ricorrenza del santo protettore era stata sempre fausta nei precedenti scontri navali ai pisani!

Manoscritto miniato del Milione di Marco Polo

Liquidata Pisa, Genova rivolse l’attenzione a Venezia, con la quale si era più volte scontrata nei mari d’Oriente e specialmente nella contesa per il controllo di Bisanzio. Così i genovesi sconfissero i veneziani alle isole Curzolari nel 1289; in quella circostanza fecero prigioniero Marco Polo, che nelle carceri liguri scrisse, con l’aiuto del monaco Rustichello da Pisa, catturato alla Meloria, il celebre Milione. Qualche decennio più tardi, i genovesi, inorgoglitisi delle ripetute affermazioni, portavano la guerra a Chioggia, per piegare definitivamente Venezia. Ma il conflitto si rivelò un grosso errore, poiché le forse veneziane ebbero la meglio, annullando ogni futura reazione della repubblica ligure (1304).

Le colonie virtuali d’Oltremare

S’intende, come vuole Robert Bergman, per colonia virtuale un insediamento a carattere mercantile in una città straniera che si amministra mediante leggi e consuetudini della madrepatria. I primi a costituire simili insediamenti nell’Oltremare bizantino furono gli amalfitani. La loro più antica colonia fu stabilita ad Antiochia in Siria, retta, alla fine dell’VIII secolo, da un vicarius. La più grande colonia amalfitana fu creata a Costantinopoli, diretta dai de Comite Maurone e organizzata con fondachi, strade, magazzini, abitazioni, chiese, monasteri e attracco portuale. Addirittura a Durazzo la maggior parte della popolazione, nella seconda parte dell’XI secolo, era composta da amalfitani e veneziani, come conferma Anna Comneno. Ma gli amalfitani ottennero notevoli privilegi derivati dalla loro politica mediterranea e dalla loro diplomazia: costituirono colonie ad Alessandria e al Cairo sin dal X secolo per concessione dei Fatimidi; inoltre nella Gerusalemme araba ottennero un quartiere che conteneva due monasteri e un ospedale-ospizio, nel quale nacque l’Ordine di S. Giovanni Battista di monaci-cavalieri, prossimo al S. Sepolcro.

Mappa di Costantinopoli del cartografo fiorentino Cristoforo Buondelmonte

Con l’avvento degli Stati latini nel Medioriente stabilirono altri insediamenti nelle principali città di Laodicea, Acri, Aleppo, Giaffa. Le loro colonie d’Oltremare erano rette da consules. Un rione di Salerno sin dal IX secolo era abitato da atranesi, che svolgevano principalmente la professione di mercanti e che vivevano secondo il diritto romano. In età normanna erano attive colonie a Napoli, a Benevento, a Palermo e in altri centri siciliani, in molte città della Puglia e della Calabria; in queste ultime regioni si stabilirono soprattutto scalesi e ravellesi. Le colonie amalfitane del regno di Sicilia, esistenti ancora in epoca angioina, erano amministrate da iudices eletti dai residenti.

Pisa, Genova e Venezia formarono le loro colonie d’Oltremare a seguito della I Crociata con la forza delle armi e in alcuni casi tramite accordi diplomatici. In verità i veneziani tennero un grande insediamento a Costantinopoli sul Corno d’Oro, accanto a quello amalfitano. Nel 1111 anche i pisani ottennero il privilegio di avere ivi una loro colonia, mercè la mediazione amalfitana con le autorità bizantine; in tal modo gli amalfitani introducevano un antagonista contro i loro concorrenti veneziani, mentre i bizantini cercavano di distiogliere Pisa dall’alleanza con l’acerrimo nemico normanno Tancredi di Antiochia. L’offerta imperiale forniva ai pisani l’esenzione dalle imposte sulle importazioni di oro e di argento, il 4% di dazio su tutte le altre merci importate, il 10% su quelle esportate. Nel 1155 i genovesi ricevettero un quartiere a Pera, di fronte al Corno d’Oro, per cui più volte si scontrarono con i vicini veneziani e pisani. Con il ritorno a Bisanzio degli imperatori greci (1261), da essi sostenuto, i genovesi godettero di ampi privilegi commerciali. Acri, divenuta caposaldo principale dei cristiani mediorientali a seguito della caduta di Gerusalemme in mano turca, era praticamente divisa tra i quartieri dei cavalieri di S. Giovanni, dei Templari, dei pisani, dei genovesi e dei veneziani; questi ultimi trasformarono, verso il 1110, il caravanserraglio in un grande fondaco.

Il primo insediamento d’Oltremare pisano avvenne a Gerusalemme, quando Baldovino di Boulogne fu incoronato re dal patriarca Dagoberto, con la concessione dei quartieri dipendenti dalla Chiesa greca. L’appoggio navale a Tancredi fece ottenere ai pisani nel 1108 le colonie di Antiochia e di Laodicea, insieme a privilegi commerciali nell’ambito del principato. Inoltre nel 1154 il diplomatico pisano Bottacci ricevette la riduzione del 50% delle imposte e il riconoscimento, da parte del principe, del diritto pisano nelle controversie. Privilegi commerciali vennero riconosciuti ai pisani dal re di Gerusalemme a Tiro, dove avevano una colonia, insieme alla concessione di ¼ di Giaffa. Nel corso del XIII secolo Pisa possedeva un’importante base navale a Cipro. La repubblica toscana stabilì accordi con le autorità egiziane, per cui potè istituire colonie a Damietta e ad Alessandria, nonché al Cairo. I residenti in tali città erano soggetti al diritto pisano. Il capo di ogni colonia era un consul o un vicecomes collaborato da due consiglieri, di cui uno specialista in materia giuridica e l’altro in attività mercantili.

Giovanni Boccaccio in un’antica raffigurazione

Genovesi e veneziani stabilirono cospicui insediamenti mercantili sull’isola di Cipro; evidentemente questi erano i concorrenti commerciali che costrinsero il ravellese Landolfo Rufolo della novella di Boccaccio a svendere ivi la sua merce. Nel corso della IV Crociata i veneziani occuparono basi militari e cantieri navali. La Serenissima controllava direttamente l’operato delle sue colonie d’Oltremare; così i mercanti veneti erano obbligati a rispettare i regolamenti della repubblica. La colonia più antica dei genovesi fu fondata ad Antiochia nel 1098 con l’appoggio di Boemondo d’Altavilla, a confine con la via amalfitana. Ma nel Mar Nero la repubblica ligure ebbe il maggior numero di insediamenti mercantili, che aveva in Caffa la base principale. Ad ogni modo, anche gli amalfitani ebbero in quel mare una loro postazione: corrispondeva al Capo Malfetano della Georgia, indicato in un portolano di fine Duecento.

L’organizzazione marinara e mercantile

La politica delle repubbliche marinare era condizionata dalle loro scelte economiche, fondate sulle attività marinare e mercantili. Pertanto, le loro istituzioni erano profondamente influenzate dalla politica economica, tesa allo sviluppo di scambi commerciali e di traffici marittimi a dimensione mediterranea. Le loro flotte militari agivano in conseguenza delle decisioni e delle opportunità marinare.

Venezia fu la prima a ottenere da Bisanzio una crisobolla, la quale dispensava le sue navi mercantili dai dazi che si pagavano alla dogana di Abydos nell’Ellesponto; inoltre fissava i diritti doganali pagati dai mercanti veneziani a Bisanzio a 2 soldi per l’entrata e a 15 per l’uscita. A seguito dell’aiuto fornito ad Alessio I nella vittoriosa guerra adriatica combattuta contro i normanni, nel 1082 i veneziani venivano esentati dal pagamento delle imposte in tutto l’impero; in aggiunta, i mercanti amalfitani che operavano a Bisanzio e nei territori bizantini dovevano versare ai veneziani pro capite, quali possessori di bottega (ergasterion), 3 iperperi. Fu in quella circostanza che i veneziani superarono gli amalfitani nei rapporti con l’impero, perchè questi ultimi furono puniti a seguito dell’appoggio fornito dalla loro repubblica a Roberto il Guiscardo. In quello stesso anno i mercanti genovesi erano tassati a Bisanzio al 4% per le importazioni e al 10% per le esportazioni.

Nel XIII secolo due repubbliche godevano ormai di monopoli commerciali: Venezia in Egitto, Genova nel Mar Nero.

In precedenza Amalfi aveva stipulato trattati mercantili con altre repubbliche: nel 1126 con Pisa per la mutua assistenza sul mare in un rapporto di parità giuridica, nel 1128 con Genova per stabilire i dazi favorevoli dovuti agli amalfitani nel porto ligure.

I mercanti-navigatori delle repubbliche marinare adottarono istituti societari di antica origine, adattandoli alle esigenze del tempo, o creandone di nuovi. Gli arabi avevano mutuato dalla civiltà ellenistica la pratica della commenda, che consisteva in un rapporto a due, tra un socio accomandante, che impegnava il capitale, e un socio accomandatario, che lo faceva fruttare in un viaggio mercantile. Inoltre usavano già la lettera di credito (harwala), che assicurava il socio viaggiante contro eventuali rapine da parte di pirati o predoni. Infatti alla partenza egli affidava il capitale a un banco, che gli rilasciava una lettera confermante l’avvenuto versamento; quando giungeva nel porto dove doveva procacciare affari, consegnava la lettera a un secondo banco collegato col precedente, che gli restituiva la somma versata. Gli amalfitani usavano questa lettera di cambio nel XII secolo nei loro rapporti commerciali con la Sicilia.

I commerci di Venezia con Bisanzio e con l’Africa settentrionale a partire dal IX secolo furono la base per la formazione di una classe di capitalisti, che alla fine dell’XI erano considerati opulenti patrizi. Nel X secolo comparve la commenda a Venezia. Così nell’XI secolo il contratto di colleganza, in vigore dal 1072-1073, prevedeva un socio che forniva il capitale per 2/3 e un altro socio per 1/3, che viaggiava per procurare affari; al ritorno avveniva la divisione degli utili per metà. Allo scorrere dell’XI secolo a Genova vi era il capitalista investitore e il mercante viaggiatore: il primo era un proprietario fondiario, il cui capitale era costituito dalle rendite fondiarie e dal bottino ricavato dalle spedizioni contro gli arabi; il secondo all’inizio di quel secolo era in genere uno straniero.

Ponendo a confronto le due commende, si rileva che la societas maris genovese era un contratto bilaterale, mentre la colleganza veneziana era unilaterale.

Nel XII secolo a Pisa era in uso la commenda. Mercanti pisani capitalisti si costituivano in società nel 1197 sotto la guida dei capitani o generales.

Sin dal X secolo cominciarono a verificarsi rapporti a tre nella commenda, in particolare ad Amalfi e forse anche a Venezia. Un capitalista prestava una somma di denaro su richiesta a un uomo d’affari, il quale la impegnava nel commercio marittimo, diventando socio accomandante di una commenda, dove l’accomandatario viaggiante avrebbe fatto lucrare il capitale. A conclusione del rapporto societario, divisi gli utili tra i due soci, l’uomo d’affari restituiva al capitalista la somma ricevuta comprensiva degli interessi. Nasceva, così, il prestito a usura, indicato de nautico fenore nel Digesto del Corpus iuris civilis di Giustiniano. Naturalmente tra il creditore e il debitore veniva stabilito che, in caso di insolvenza, questi avrebbe dovuto cedere al primo una proprietà fondiaria come pegno del valore pari al montante (= capitale+interesse). In alcuni casi appariva la figura del fidejussor, un garante del debitore.

Un rapporto a tre di tal genere appare in un documento amalfitano del 967, dal quale si rileva che il tasso d’interesse era del 18,75%. Nel 1159 una donna in affari ravellese, residente a Polignano a Mare, prese in prestito dal cognato una somma al 20%. Nell’XI secolo a Venezia il tasso praticato era del 20%, mentre a Genova scendeva al 15%. Agli inizi del XII secolo a Pisa si prestavano capitali al 16%, mentre alla fine di quel secolo il tasso era calato al 12%; questo è un chiaro segno dell’aumento dei capitalisti e della conseguente concorrenza tra di loro.

Tabula de Amalpha

La Chiesa di Roma condannava l’usura e l’imperatore bizantino cercava, ma inutilmente, di contenere il tasso all’8%. Il secondo concilio lateranense del 1139 vietava il prestito a interesse e Innocenzo III nel 1203 condannava la pratica della vendita fittizia con clausola di riscatto. Ma gli amalfitani continuavano nell’usura soprattutto mercantile, facendo passare il montante per capitale prestato e restituito senza interessi.

La repubblica di Amalfi produsse norme giuridiche consuetudinarie relative al commercio marittimo, raccolte in un vero e proprio codice, la Tabula de Amalpha o Tabula Prothontina Maris, composto da 66 capitoli più altri 16 inerenti alla navigazione armata. Il nucleo fondamentale dovette essere messo per iscritto intorno al 1132, al quale furono aggiunte nuove norme in età sveva e altre ancora nel XIV secolo. Alcune regole relative alle società mercantili sono presenti pure nelle Consuetudines Civitatis Amalfie, in vigore sin dagli inizi dell’XI secolo e messe per iscritto dal giudice Giovanni Augustariccio nel 1274. Negli atti del XIII secolo svevo si fa spesso riferimento alle epistole Divi Adriani del Digesto e alle Novae Constitutiones fridericiane.

Per quanto riguarda Pisa, nel 1075 papa Gregorio VII dava il suo beneplacito alle Consuetudines MarisLa giurisprudenza marittima amalfitana prevedeva la costituzione di societates maris e di societates terrae impostate secondo l’istituto della commenda. Il socio capitalista era definito socius stans, actor o creditor; il socio viaggiante si chiamava accomandatarius, tractor o debitor. Nel rapporto a tre la relazione sodalizia risultava essere: creditor (che prestava il capitale a usura) – debitor, che lo riceveva in prestito e lo trasferiva in commenda al socio viaggiante ad lucrandum, diventando actor – tractor, socio viaggiante. Questo rapporto capitania/labor, per quanto concerne la divisione dell’utile (lucrum), assegnava i ¾ all’actor e ¼ al tractor; se questi metteva nella società, che era a termine, un proprio capitale o quantità di merce, la divisione avveniva per metà.

La societas terrae era organizzata per il commercio terrestre da ravellesi, scalesi e tramontani e stabiliva la divisione degli utili per metà. Identica soluzione avveniva per le società di pastorizia, nelle quali in genere il capitalista era un nobile amalfitano e il pastore un agerolese.

Le quattro repubbliche marinare

Vi erano alcuni aristocratici amalfitani e atranesi enormemente ricchi, che possedevano flotte mercantili, rappresentando, pertanto, come scrive Yves Renouard, gli antesignani degli uomini d’affari e degli armatori moderni: l’esempio più convincente è quello dei de Comite Maurone.

Il viaggio marittimo-mercantile è ricostruibile, in tutte le sue fasi, dai capitoli più antichi della Tabula, corroborati da casi specifici riportati negli atti. L’equipaggio era formato dal patronus, che in una prima fase era il proprietario della nave e in seguito il comandante stipendiato, dal nauclerius (nocchiero), dai nautae (marinai), dallo scriba, che aveva il compito di redigere il diario di bordo; sulle navi veneziane era un clericus a tenere i conti e a sbrigare la corrispondenza. Prima della partenza tutto era formalizzato presso la curia maritima, presieduta da consules, veri e propri magistrati del mare. Il consolato del mare era un’istituzione bizantina. A Bari la magistratura era definita, alla greca, parathalassita, e reggeva la sua curia in una magna domus nel porto. I consules maris di Pisa giudicavano le questioni di noli e di servizio di bordo senza appello, nonché le cause fra armatori e mercanti; erano nominati dai consules reipublicae e stipendiati dal governo, mentre quelli amalfitani erano pagati dalle società di mare all’atto della loro costituzione legale. Pisa può a giusta ragione essere definita repubblica di consoli; infatti il suo ordinamento prevedeva anche i consules mercatorum, nominati sempre dai consules reipublicae, che risolvevano le liti commerciali. I mercanti costituivano una corporazione e le arti componenti erano guidate da appositi capitani.

I consules maris di Genova avevano meno poteri: infatti, si occupavano soltanto della parte finanziaria degli armamenti marittimi.

I nautae amalfitani prestavano la propria opera agli ordini del patronus e ricevevano la paga (impruntum o mutuum) preceduta da un anticipo (avantagium). Essi erano gli uomini validi delle famiglie contadine che tenevano in colonia le terre degli aristocratici o degli enti ecclesiastico-religiosi, collocate nei villaggi al di fuori delle mura della città. Mentre erano in navigazione, donne, vecchi e ragazzi coltivavano la terra, cercando di vendere il surplus nel mercato urbano. Riuscendo gradualmente a mettere da parte gruzzoli di tarì, potevano comprare possedimenti terrieri e, in una fase immediatamente successiva, dimore all’interno della città. Queste nuove famiglie urbane entravano a contatto diretto con la nobiltà comitale residente e formavano la classe dei mediocres. Al fine di concorrere in prima linea ai traffici marittimi, idearono un nuovo contratto, la colonna, il cui termine derivava dalla composizione di una lista di nomi posti appunto in colonna, rappresentanti soci e marinai (compagnoni), all’atto della presentazione in curia. Non essendo in grado i mediocres singolarmente di comprare o costruire una nave, decisero di consorziarsi tra di loro, versando somme per acquistare quote-parti dell’imbarcazione (carati, in tutto 24). Così i soci della colonna partecipavano alla navigazione sul natante di loro proprietà, dopo aver assoldato il patronus (capitano), i marinai e lo scriba. La colonna veniva registrata in curia, dove al ritorno dal viaggio mercantile i soci dividevano gli utili in parti proporzionali ai carati posseduti, dopo aver tolto le spese e le paghe per l’equipaggio; tra le spese vi era anche l’onorario dovuto ai consules calcolato per ogni parte della nave (caratus) e per ogni salma di portata. Così la colonna era l’antesignana della società per azioni. Le vertenze o i litigi che insorgevano nel corso della navigazione erano giudicate da una corte composta da consul, iudex e scriba; sin dall’età normanna il consul fu sostituito dal protontinus, che era anche il comandante della flotta militare.  La colonna fu imitata dai veneziani, che crearono il contratto di compagnia. I capitula ordinationis maris della Tabula de Amalpha costituiranno, nei secoli successivi, il fondamento per la realizzazione del codice marittimo internazionale.

La storia della grandezza delle Repubbliche Marinare di Amalfi, Genova, Pisa e Venezia,

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