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A vent’anni dalla strage di Capaci: l'importanza di ricordare PDF Stampa Email
Scritto da Stefano Buso   
Martedì 22 Maggio 2012 20:50
Il giudice Falcone e Borsellino

Palermo, 23 maggio 1992. Sull'autostrada A29, in prossimità dello svincolo di Capaci, la mafia uccide il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. L’esplosione è così devastante che è sentita a parecchi chilometri di distanza. Trascorrono 57 giorni frenetici e intrisi d’angoscia sulla scia di quanto successo, ma con la speranza di dar presto un nome agli autori della strage di maggio. È il giudice Paolo Borsellino a coordinare l’inchiesta, che è stato sempre “in prima linea” accanto al collega e amico Giovanni Falcone. È lui che è corso all’ospedale poco prima che esalasse l’ultimo respiro, e che moralmente ne ha raccolto le consegne per andare avanti, per non mollare. E Borsellino non è certo tipo da farsi intimidire, anche perché è convinto che tenere “i riflettori accesi” su quanto avvenuto a Capaci sia necessario: è l’unico modo per assicurare alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali dell’attentato. Più che un’indagine il suo è un duello contro il tempo. Borsellino, infatti, è consapevole che dovrà sacrificarsi, tuttavia vuole continuare il suo lavoro. È una cosa che sente di dover fare per chi è caduto sull’autostrada A29. Un intento che il giudice tenacemente porterà avanti fino al 19 luglio di quell’anno.

Palermo, 19 luglio 1992 ore 16.58. Paolo Borsellino è in Via Mariano D’Amelio con la sua scorta che lo segue in ogni istante della giornata. Il giudice è lì per far visita all’anziana madre che abita in quella strada di Palermo. È una calda domenica estiva, c’è il sole, l’aria è tiepida e profuma d’estate – rendendo la giornata di Borsellino un po’ meno opprimente delle altre. Mancano pochi minuti alle 17.00. Sono gli ultimi istanti di vita per il giudice e per gli uomini che lo proteggono. Una Fiat 126 zeppa d’esplosivo salta in aria e dilania uomini e cose. Lo spettacolo che si presenterà ai soccorritori è apocalittico, una di quelle scene che restano impresse nella memoria e nel cuore per sempre. Per tutta la vita se da quel momento sarà tale. Oltre al giudice Borsellino restano sull’asfalto gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Solo un agente sopravvivrà al sanguinoso attentato. Capaci, il luogo dell'attentato

In questi giorni ricorre l’anniversario della strage di Capaci. Sono trascorsi vent’anni, e altrettanto avverrà il 19 Luglio prossimo, relativamente all’attentato di Via D’Amelio. Venti interminabili anni spalmati in altrettanti lunghissimi giorni alla ricerca di verità e risposte. Talvolta a portata di mano e spesso più ermetiche. È pur vero che cinque lustri sono un lasso di tempo sostanzioso per riflettere – oltre l’aspetto della cronaca, degli eventi e dei successivi sviluppi. Una cosa è certa: il sacrificio di quegli uomini e delle loro famiglie è stato ciclopico. Erano sì servitori dello Stato, consapevoli dell’enorme rischio che correvano, tuttavia hanno dato davvero troppo: la vita. E l’esistenza di un essere umano è un prezzo troppo alto, niente e nessuno hanno il diritto di reclamarla. Uomini che si sono sacrificati cercando di dare una svolta, nel tentativo di gettare le basi per una società migliore. No, tanta generosità d’animo esula da ogni comprensione e merita rispetto.

È raggelante rivivere le cronache di allora. Un rocambolesco salto nel tempo che riporta alla luce gli istanti che si sono susseguiti nei giorni dopo gli attentati. Momenti lugubri pregni di esasperante dolore, senso di sconfitta e dannatamente vuoti. È impossibile non restare emotivamente coinvolti pensando alla Palermo del 1992, quella delle stragi di mafia e del terrore. Nel ventennale degli attentati di Capaci e Via D’Amelio sarebbe riduttivo commemorare il sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino (e degli agenti di scorta) con rituali umanamente comprensibili, ma oramai purtroppo déjà vu. Il Paese deve molto di più ai suoi martiri, ben oltre un epitaffio o della fretta di voltar pagina. Ecco, è fondamentale tenere accesa la fiamma del ricordo stringendoci tutti accanto alle famiglie che hanno perso figli, padri e mariti. Adesso, nel ventennale ma anche negli anni che verranno.

Brindisi, una strage in cerca d’autore 

 

Il giudice Falcone e Borsellino Capaci, il luogo dell'attentato
 

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