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La questione morale in Campania: capitolo Castellammare PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Specchio   
Venerdì 30 Luglio 2010 10:36

 

Castellammare di Stabia, provincia di Napoli

Ben lontani dallo scorgere barlumi di autoriforma dei partiti con responsabilità istituzionali, centro-destra, centro-sinistra, sinistra-apparente, eccetera, a riportarci sulla questione morale in Campania è la cronaca giudiziaria. E' dunque il lavoro di uno solo dei poteri costituzionali del Paese, e non l'impegno profuso dai governi, nazionale e regionali, a produrre risultati contro la grande criminalità organizzata. Dovremmo però ricordare che neppure all'interno della magistratura è stata o è tuttora una battaglia facile: non sono lontani i tempi in cui autorevoli capi di uffici giudiziari sostenevano, storcendo il naso, che la nozione di lotta alle mafie doveva ritenersi impropria per la funzione giurisdizionale, dovendo il giudice essere arbitro equanime, al di sopra delle parti, e dovendosi parlare, anche per il magistrato inquirente, di persecuzione dei reati e non di altro.

La battaglia, non semplicemente terminologica, è stata vinta da chi in magistratura si sente, invece, dalla parte del popolo italiano e quindi contro le mafie. Ma non è una battaglia vinta una volta per tutte, come ben ci dimostrano gli importanti coinvolgimenti di singoli giudici nelle trame mafiose e/o massoniche.

In attesa che gli altri poteri si schierino, è perciò la magistratura che riapre uno squarcio clamoroso nella fitta trama che stringe insieme politici, affaristi, camorristi nella seconda città campana, Castellammare di Stabia.

Il fatto e i personaggi sono emblematici perchè, non solo completano a pieno il modello di potere che si realizza in quel territorio, ma soprattutto perchè ne svelano i caratteri strutturali, non episodici o sporadici.

Tutto ciò si verifica in quello che è stato uno dei più importanti poli industriali d'Europa, per i numeri e per le qualità delle produzioni realizzate, insediamento glorioso di una classe, di una cultura operaia, di una civiltà del lavoro, matura, seria, evoluta, che rappresentavano insieme il vero baluardo contro le camorre, vecchie e nuove.

Ma si può ammettere che i semplici processi di deindustrializzazione selvaggia siano stati, essi solo ed in quanto tali, responsabili di ciò che è diventato oggi quel territorio ? E non bisogna invece non abbandonare la ricerca, prima storica e quindi direttamente politica, delle responsabilità, dei chi e dei come sia potuto accadere tutto ciò?

Se diventa banale il vecchio adagio dell' occasione che fa l'uomo ladro, occorre allora studiare il contesto in cui si sono create, spesso a tavolino, le occasioni che hanno reso normale l'economia del crimine.

E l'episodio emerso in queste ore, ovviamente nell'ipotesi di una sua conferma, per altro più che probabile, ci fornisce chiavi di lettura utilissime per tracciare il contesto.

Intanto il personaggio principale: una donna imprenditrice, nata dal mondo fecondo (per chi?) del cosiddetto terzo settore, quel mondo teorizzato e amato dalla cattolicità lombarda -non quella del cardinale Martini-, che da molti è stato definito come un vero e proprio cavallo di troia dentro o a lato di altri mondi, come quello del volontariato, o del primo, non affaristico movimento cooperativo.

Donne e uomini, non tutti ma molti quelli del terzo settore, che hanno visto fiorire carriere e accrescere portafogli, man mano che andavano avanti i processi di privatizzazione di pezzi importanti dello stato sociale, a partire dalla sanità.

Rispetto agli eventi più recenti relativi a Castellammare (l'arresto di Olga Acanfora, presidente del gruppo Piccola industria dell'Unione industriale di Napoli per estorsione aggravata, ndr ), non è inutile ricordare che prima dell'ultimo consigliere comunale ammazzato (PD), ci lasciò la vita un altro politico, nei primi anni '90, da poco approdato all'ultimo PC / primo PDS, e per la sua commemorazione si scomodò addirittura l'allora Presidente della Repubblica, prima di chiarirne il già opaco profilo morale. Olga Acanfora

Il terzo settore si è dunque sviluppato proprio tra le sofferenze e le angustie della povera gente, dando vita ad un nuovo ceto sociale, riconoscibile. Cercatene le foto: si somigliano tutti, incredibilmente, un ceto opportunamente caritatevole, ma cinicamente determinato. Molti di loro sono stati, e sono tuttora, insieme, amministratori pubblici, consulenti, presidenti o soci fondatori delle mai tanto benedette onlus, tutti ben messi nel mondo delle comunicazioni di massa e con buoni rapporti con il sistema bancario.

A un certo punto della loro storia, che purtroppo riguarda anche la nostra, alcuni tra loro, gli "eletti", fanno il salto e diventano imprenditori a tutto tondo, a pieno titolo.

Entrando pure dalla porta principale, perchè possano rappresentare il classico fiore all'occhiello, la prova provata che l'imprenditore può essere buono. E, quindi, gli imprenditori scelgono tra loro i più buoni.

Non sappiamo se la signora in oggetto sia tra i più buoni, però sappiamo per certo che è stata eletta presidente da tutti gli altri imprenditori, anche se quelli piccoli.

Riusciamo, però, ad intuire che ad un certo punto ha incominciato a giocare alla grande, su tutti i possibili tavoli.

E qui entra in gioco un altro fattore di contesto: lo sviluppo, o meglio, l'inviluppo territoriale.

Dovremmo richiamare alla memoria la grande stagione, si fa per dire, dei patti territoriali, degli accordi di programma, dei contratti d'area: tutte strane definizioni, che stavano ad indicare complicate aggregazioni tra molti, "qualificati" soggetti, tesi tutti insieme a fare affari con i (pochi) soldi pubblici rimasti.

E poteva mai essere che tra i tanti soggetti presenti sul territorio, quello più organizzato, il più coeso, militarizzato per definizione, proprio la camorra, si distraesse e guardasse altrove, invece di sedere a quel tavolo caotico, in cui c'era gente che si sedeva, altra che si alzava, altra ancora che spariva col bottino?

Oltre che nei tradizionali settori dell'edilizia, non solo dell'abusivismo, ma anche residenziale pubblica ed industriale, faceva quindi il suo ingresso la camorra, quella particolare camorra, nei settori della sanità, dell'assistenza, ma anche in quelli del cosiddetto terziario avanzato, a partire dal turismo e dall'ecologia.

Per la natura, transitoria ed equivoca, di quei patti, in cui le istituzioni repubblicane facevano da semplice paravento, era anche evidente che da convitato di pietra la camorra si trasformasse in guida economica, e per certi versi (im)morale dell' intero sistema, facendosi chiamare, dunque, proprio il sistema.

Come si legge, in questo articolo non ci sono nomi, soprannomi, particolari scabrosi, ma ci può essere qualche traccia di quel contesto, che dovremmo pur stravolgere.

Sarà una discussione da continuare, collettivamente, ma da cui lasciar fuori quanti hanno voluto tradire storie e tradizioni piene di dignità, e hanno tacciato chiunque li richiamasse alla cautela, alla correttezze dei comportamenti, di passatista o retrogrado, fino ad attribuire modelli da via giudiziaria al socialismo.

Per molti di loro, intanto e giustamente, si è aperta la via, più concreta, delle carceri della Repubblica.

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Castellammare di Stabia, provincia di Napoli Olga Acanfora
 

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