Senza spot televisivi, senza inserti sulla carta stampata, quindi senza uno straccio di campagna mediatica a sostegno, si direbbe oggi campagna pubblicitaria, senza un sostegno esplicito e netto di uno dei partiti, quelli grandi e quelli piccoli (per la verità qualcuno sedicente di sinistra ha usato la vicenda per accaparrarsi qualche seggiola nei c.d.a.), senza grandi nomi nel Comitato promotore, insomma senza nulla di ciò che oggi sembra far opinione e smuovere le acque, ebbene alla fine, largamente nei tre mesi previsti, si sono raggiunti 1,4 milioni di firme apposte sotto tre proposte di quesiti referendari riguardanti la gestione dell'acqua.
Se il si dovesse vincere nei relativi tre referendum, che dovranno essere indetti nei prossimi mesi, risulterebbe essere abrogato un combinato di norme legislative, vecchie e nuove, figlie dei governi di centro-destra, ma anche di quelli di centro-sinistra, che oggi di fatto impongono alle amministrazioni locali il passaggio alla gestione privata, o il perfezionamento di tale passaggio, laddove già avviato, delle intere risorse idriche, imposizione da applicarsi in tempi certi e brevi.
Un fatto enorme, per il valore dirimente di una tale, augurabilissima scelta, dirimente tra concezioni e modelli di sviluppo, tra filosofie e scelte di vita, tra gli interessi materiali di sterminate masse popolari da una parte e sparuti gruppetti di accaparratori dall'altra.
Eppure per il PD, o meglio per la sua parte più illuminata, quella che si è battezzata Green economy, si riduce tutto ad una pessimistica previsione sul risultato dei tre referendum, destinati al non raggiungimento del cosiddetto quorum del 50%.
Lo chiarisce, in una sua intervista su Repubblica del 21 luglio, il loro leader Ermete Realacci, che sembra essere contrapposta all'intervista del ministro per le politiche comunitarie, Andrea Ronchi del PdL.
Nelle apparenti contrapposizioni c'è poi la scelta del quotidiano para-progressista, implicita ma chiarissima, di avversare la proposta referendaria. Il dubbio aperto starebbe nel modo, non nella sostanza.
Eppure, nonostante il successo delle firme raccolte, sparisce completamente il Comitato promotore, nato e crescuto dal basso, dai territori, dalla militanza attiva e incorruttibile, dalle associazioni esenti dai condizionamenti economici, tale vero Comitato non compare neppure nel pezzo di cronaca, sebbene questo occupi con le due interviste un intero paginone di Repubblica.
Repubblica, però, un errore l'ha commesso, proprio nella parte grafica, che oggi è appunto la più efficace nella comunicazione.
Le tre foto pubblicate: una di un'aderente del Comitato e le altre due degli intervistati. E lì si trova tutta la differenza. A rappresentare il Comitato una giovane donna dal sorriso aperto, intelligente, si direbbe un pò sbeffeggiante, come il suo copricapo che riproduce, in polistiloro rosa, il simbolo dei referendari, un rubinetto aperto.
A rappresentare l'attuale ed asfittica politica, due personaggi. Da una parte un ministro in classico doppiopetto grigio-scuro, con gli gli occhi sgranati (per la preoccupazione?) e la bocca serrata di chi non sa che pesci pigliare. Dall'altra un signore canuto in maglietta nera, occhialini appesi al collo (tipico tocco da intellettuale), sguardo di un triste, di un malinconico che più non si può ... Insomma, se il risultato dei referendum dovesse dipendere dalla proposta di senso che offrono quelle foto non dovremmo avere preoccupazioni: la vittoria dei Si sarebbe sicura. Ma c'è il merito; bene, parliamo del merito.
Realacci decide di non schierarsi, come sempre, come per il nucleare (sulla vicenda Veronesi-PD-nucleare torneremo nei prossimi giorni), la prende larga ricordando le vicende della gestione clientelare dell'Acquedotto pugliese, dimenticando di citarlo, l'acquedotto, come una delle più grandi e migliori opere pubbliche realizzate in Europa, si badi: con fondi e gestione totalmente pubblici.
E si torna sul solito tran-tran delle perdite nella distribuzione, degli sprechi nel consumo, salvando solo la questione delle tariffe che, bontà sua, subirebbero un'impennata dall'introduzione delle gestioni private. In entrambe le interviste, però, ritorna il subdolo argomento della distinzione tra proprietà e gestione. Verrebbe quasi da sfidarli, invertendo i loro ragionamenti, e proporre: tutta la proprietà ai privati e tutta la gestione, senza trucchi e giochini vari, a poteri pubblici e trasparenti. Ma il Comitato è formato da gente seria, che non gioca sui concetti e sulle parole, che sa bene che oggi, insieme alle società di gestione del petrolio, sono proprio le multinazionali di gestione dell'acqua ad occupare i primi posti per importanza operativa e potenza finanziaria.
Ed a loro, i signori dell'acqua, ha sempre e solo interessato la gestione, mai la proprietà, che porta con sè solo grane fiscali. E sanno anche bene che l'acqua, da sempre risorsa strategica, oggi lo diventa ancora di più e ovunque, in ogni angolo del globo; non risulta, per altro, che all'espansione delle loro gestioni e dei loro affari, siano seguite migliori condizioni distributive per le popolazioni, per le donne e uomini che di essa hanno bisogno vitale.
Del resto queste sono le forze economiche che stanno pensando, e talvolta realizzando la privatizzazione dell'aria, proprio dell'aria che respiriamo, ovviamente della sua gestione. Intanto le popolazioni si organizzano. In Italia firmano in un numero doppio rispetto agli altri referendum, e voteranno sicuramente in numero doppio (si preoccupi Realacci), rispetto agli altri referendum, rendendo valido uno strumento democratico che questa volta verrà usato per interessi larghi e condivisi. Ovviamente, in mezzo, c'è la volontà e l'attività dei cittadini.