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Costiera amalfitana, nel Monastero di S.Maria Olearia l’alternanza scuola-lavoro

Il progetto di alternanza è consistito in uno scavo archeologico. Nel corso della II fase dell’alternanza si prevede l’applicazione del georadar, al fine di completare la ricostruzione architettonica del sito in chiave storica del monastero altomedievale. 
L’orazione del professore Giuseppe Gargano durante la manifestazione di chiusura della prima fase del progetto scuola-lavoro delle classi VA e VB Scientifico e III A Classico del Liceo “Ercolano Marini” di Amalfi.

La storiografia del Medioevo segnala genericamente, sotto il profilo sociale, l’esistenza delle classi degli oratores, dei bellatores a dei laboratores, seguendo le indicazioni degli scrittori sincroni. Per il Medioevo amalfitano occorre aggiungerne una quarta: i mercatores.
Il progetto in epigrafe è stato organizzato, sotto la regia del professor Alfredo Nicastri, dal Liceo “Ercolano Marini” in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno (cattedra di Archeologia Medievale), la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Archeologici di Salerno, il Comune di Maiori.
Così l’attenzione dei progettisti si è focalizzata sugli oratores del ducato marinaro di Amalfi, adottando un metodo multidisciplinare, a sua volta fondato sulla ricerca-didattica con lo scopo futuro della divulgazione popolare e turistica.

Interno Monastero Santa Maria de Olearia

La professoressa Chiara Lambert, responsabile archeologa per l’Ateneo salernitano, ha giustamente messo in evidenza il clima sereno di armonia solidale che si è creato tra i discenti, i docenti e gli esperti.
Il sito scelto per l’alternanza scuola-lavoro è un monastero altomedievale, nato come insediamento eremitico d’impronta orientale, attestato quale cenobio bizantino a partire dal 987, come prova un documento conservato presso l’Archivio della Badia di Cava de’ Tirreni, nel quale sono menzionati monachi de Olearia. Il nucleo originario è oggetto di studio e di investigazione da parte di un’équipe di esperti del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, nel quadro di un progetto riguardante la catalogazione degli insediamenti rupestri del territorio amalfitano.
La cerimonia d’inaugurazione del progetto di alternanza è stata caratterizzata, oltre che dai saluti istituzionali, soprattutto dalla relazione introduttiva di Amalia Galdi, docente di Storia Medievale presso l’Università di Salerno, la quale ha fatto un interessante ed esaustivo excursus sul monachesimo orientale e occidentale, incentrato sulle figure di S. Basilio e di S. Benedetto.

Per quanto riguarda il monachesimo amalfitano, caratterizzato principalmente da cenobi maschili e femminili benedettini diffusi sul territorio e nelle colonie d’Oltremare, si è tenuto in conto il prezioso studio di Andrea Cerenza, presidente emerito del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, edito nel 1986. L’inquadramento storico e topografico è stato assegnato a Giuseppe Gargano, presidente onorario del medesimo Centro.
Per gli studi sull’architettura del monastero e sui cicli di affreschi in esso conservati si rimanda agli studi di Robert Paul Bergman, docente di Storia dell’Arte Medievale ad Harvard (USA), di Antonio Braca e di Lina Sabino della Soprintendenza di Salerno.

Soprattutto gli affreschi restano ancora oggetto di ricerca; essi sono comparati a quelli più o meno coevi di S. Angelo in Formis, S. Vincenzo sul Volturno, Olevano sul Tusciano, Ss. Cirico e Giulitta di Atrani. Il particolare del miracolo nicolaiano di Adeodato, raffigurato nella cappella superiore dell’Olearia, è risultato essere un motivo ripetuto in altri casi amalfitani, come la cripta dell’Annunziata di Minuta (Scala), la sacrestia di S. Pietro di Tovere (Amalfi) e forse la chiesa rupestre del S. Salvatore de Ciro, presso la torre dello Ziro.

Alcuni dipinti all’interno di Santa Maria de Olearia, Maiori

Tra i graffiti di ogni tempo presenti sugli affreschi della cappella superiore di S. Maria de Olearia (1075-1100), accanto alle firme di monaci greci del XV secolo, risalta quella di Matteo Camera, insigne storiografo erudito amalfitano, al quale era dedicato il glorioso Liceo Classico di Amalfi e ora lo potrebbe essere la biblioteca dei due istituti liceali unificati.
S. Maria de Olearia e Ss. Cirico e Giulitta avevano in comune un personaggio rilevante della storia ecclesiastica e religiosa amalfitana, il primo arcivescovo Leone Scaticampolo. Costui, infatti, nel 986 fondò il cenobio maschile atranese in una proprietà a lui donata da tre sue probabili cugine; esso aveva due cappelle, di cui una ci è pervenuta ricca di affreschi da porre in relazione a quelli dell’Olearia, nonché vari edifici, i cui ruderi sono tuttora evidenti, e sepolture presso una cisterna. Trasformato in monastero femminile nel 1269 e dedicato a S. Maria dominarum, fu fornito di un acquedotto, realizzato tra il 1280 e il 1285 su interessamento di nobili scalesi, le cui arcature sono ancora visibili; il condotto idrico portava l’acqua dal monastero di S. Maria de Funtanella, collocato sotto Pontone, al cenobio di S. Lorenzo del Piano di Amalfi. Leone Scaticampolo giunse per tradizione da Amalfi dal mare in visita a S. Maria de Olearia, un viaggio da riproporre.

Il progetto di alternanza è consistito in uno scavo archeologico magistralmente diretto da Chiara Lambert, dolce e paziente docente e ricercatrice; le molteplici ossa umane e animali lì rilevate sono state studiate sotto il profilo anatomico dall’esperta Marielva Torino, che si impegnerà nella seconda fase ad attente e sofisticate analisi tese alla scoperta dell’alimentazione, dell’età, delle cause della morte dei resti ricomposti, impegnando, sotto la sua guida, l’appassionato lavoro dei discenti. Le informazioni geologiche sono state fornite da Aldo Cinque, già docente presso l’Università di Napoli.
Nel corso della II fase dell’alternanza si prevede l’applicazione del georadar, al fine di completare la ricostruzione architettonica del sito in chiave storica. Ulteriori contributi potrebbero provenire dall’indagine subacquea condotta davanti a Capo d’ Orso dall’Università di Malta e dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, tesa all’individuazione di relitti navali collegati alla battaglia combattuta nel 1528 tra spagnoli e francesi, affiancati da una parte e dall’altra da veneziani e genovesi. Una tradizione riporta che molti caduti di quello scontro furono seppelliti proprio all’Olearia.
Nel corso dei lavori dell’alternanza gli studenti Alessandro Ferrara (VB scientifico), Raffaele Leone (VA scientifico) e Francesco Reale (IIIA classico), da me coordinati, hanno trascritto e interpretato la dotta iscrizione lapidaria in esametri dell’abate Tauro, probabile fondatore del cenobio o di una sua cappella: “+ HANC PROPRIIS MANIBUS TAURUS SIBI CONDIDIT EDEM/ ABBAS CUI PLACIDA DEUS ANIMAE SUMMERE SEDEM/ HOC IACET IN TUMULO TAURUS VENERABILIS ABBAS/ QUE SIBI CONSTITUIT DEUS OMNIA CRIMINA PARCAS“.
I vari reperti ceramici saranno studiati e catalogati dagli allievi con la supervisione degli archeologi salernitani e magari anche con la collaborazione dell’esperto Paolo Peduto, già docente di Archeologia Medievale, e mediante la consultazione dei volumi di catalogazione della ceramica della Costa di Amalfi dal Medioevo all’Ottocento, realizzati da Giacinto Tortolani e pubblicati dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana.

Esterno del Monastero di Santa Maria de Olearia a Maiori

Siamo particolarmente riconoscenti della stretta collaborazione del Comune di Maiori, la cui amministrazione si è impegnata a realizzare prossimamente un museo sui reperti umani, ceramici, marmorei e murari rilevati negli scavi dell’Olearia. Aggiungo che sarebbe auspicabile la creazione di una biblioteca sul monachesimo meridionale, proposta da me già formulata all’atto della cerimonia di inaugurazione dei restauri degli affreschi del monastero.
I progetti futuri di alternanza scuola-lavoro dovrebbero, a mio avviso, continuare, mirando l’obiettivo ai laboratores. Pertanto, sarebbe auspicabile condurre indagini sugli insediamenti rupestri nelle vicinanze collinari all’Olearia e investigare il sito in grotta sottostante alla SS 167. Guida eccezionale per queste ispezioni sarà il naturalista Gioacchino Di Martino, il quale potrà condurre i discenti alla scoperta della nidificazione del falco pellegrino sulle rocce di Capo d’Orso, un sito conosciuto da Federico II e da Carlo I d’Angiò, i quali mandavano i loro maestri falconieri per la cattura dei volatili da impiegare poi nelle battute di caccia. In quella zona almeno dal X secolo esistevano i villaggi di Allola e di Cercli, nuclei abitati da contadini e alquanto numerosi, a tal punto che questi di definivano allolesi e cerclesi; lì si trovava una chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo e da quella postazione partiva la Via dei Sette Alberi che giungeva a Cetara, in un sito denominato alipergus de ipsis Sarracenis, cioè l’accampamento che i predoni islamici fondarono intorno all’872.
Altro progetto potrebbe essere riferito ai bellatores e concentrato nello scavo e nelle indagini con geaoradar e metaldetector del Castrum Scalelle, una fortificazione situata sul Monte Aureo a difesa di Amalfi, Atrani e Scala, della quale emergono dal terreno ruderi attribuibili tra il XII e il XVI secolo.
Ancora si dovrebbe indagare sulle dimore dei mercatores, mediante un’investigazione di “archeologia esterna”, cioè una lettura delle superfetazioni in chiave architettonica, da condurre nei fundaci domorum di Amalfi o Atrani, oppure nei tenimenta domorum di Ravello o di Scala. Sarebbe opportuno analizzare i casi più fortunati, quelli, cioè, di cui esistono contemporaneamente fonti scritte dettagliatamente descrittive e vestigia architettoniche evidenti.
Studenti, docenti e ricercatori hanno, altresì, aderito al progetto europeo sui Longobardi, fermamente convinti della validità del ducato di Amalfi quale laboratorio d’indagine: infatti, anche se romanico-bizantina, la popolazione medievale del territorio amalfitano ebbe rapporti non soltanto bellici ma anche di integrazione con i vicini longobardi di Salerno, Benevento e Capua, di cui sopravvivono chiare tracce nella toponomastica, nell’onomastica, nel diritto, nell’arte, nel dialetto.
Dobbiamo essere tutti d’accordo con il discente Savino (VB scientifico), il quale ha affermato che tale esperienza di alternanza è stata la “vera scuola”, in quanto è stato un utile e interessante insegnamento, che ha promosso la partecipazione attiva degli studenti. Questa è la scuola della ricerca-didattica, dove si sviluppa la capacità di essere, di creare, di progettare da parte degli allievi. Questa è la scuola da me sempre perseguita, sin dal primo giorno in cui ho varcato da insegnante la soglia del Liceo. Giuseppe Galasso, politico e storico di spessore internazionale, da poco scomparso, Amava sostenere: “Maestro non è colui che è convinto di sapere tutto e di non sbagliare mai; ma colui il quale insegna con passione ai suoi allievi, pronto a imparare da loro”.

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