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Costiera amalfitana, le torri costiere da Vietri sul Mare a Positano

Torri cilindriche e quadrangolari, integre e diroccate, isolate o circondate da costruzioni minori sorgono lungo la costiera amalfitana.

Sono rimaste a narrare gli ultimo otto secoli (dal IX al XVII circa) della lotta sostenuta dai paesi della Costa contro la pirateria, piaga del Mediterraneo fin dai primi tempi della navigazione e che influì profondamente sulla vita costiera.

Sono una trentina i baluardi costieri che si rincorrono da Vietri a Positano. Erano di due specie: d’allarme e di difesa. Le prime sono le più antiche: cilindriche, alte, sottili, senza ornamenti e con rare piccole aperture verso l’alto. In quel periodo il monopolio della pirateria l’avevano i Saraceni e le torri dovevano segnalarne l’arrivo con fuochi, il cui numero e modo di succedersi stava ad indicare i vari casi: assalto, incendio, battaglia, ecc.

Le incursioni saracene furono una vera e propria maledizione storica, più feroce della calata dei Barbari: dall’epoca bizantina e poi sotto il dominio degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, dei viceré spagnoli continuarono a terrorizzare le nostre coste, depredando i vari villaggi prima di scomparire nei loro covi di Agropoli e Punta Licosa.

Per secoli le genti della Costa accanto ai racconti sulle perfidie del mare, alle sue improvvise tempeste, si sono tramandati storie umane terribili scatenate da quei predoni.

Come la strage di Conca dei Marini del giugno 1543: cinque navi turche guidate dal terribile Barbarossa, comandante della flotta musulmana di Solimano II, misero a ferro e a fuoco il villaggio. O come il feroce attacco subito da Cetara nel 1534: oltre trecento cittadini catturati e torturati. E le continue incursioni e razzie subite da Vietri per il suo florido porto commerciale di Fuenti, con la memorabile invasione turca del 1587.

Nelle notti serene, i pirati, per la leggerezza delle loro imbarcazioni erano costretti a scegliere stazioni propizie e a chiedere complicità alla tenebre: dalle torri cilindriche dei villaggi costieri si accendevano grandi falò che si rispondevano l’un l’altro.

Colli e rive fiammeggiavano e le popolazioni fuggivano nei boschi, nelle caverne, sui monti; e talvolta quegli improvvisi fuochi accesi, indicando che i villaggi erano all’erta, spingevano i pirati a cambiare rotta.

Ma non sempre i fuochi evitavano gli sbarchi e i saccheggi.

Così si cominciarono a costruire torri difensive, non più cilindriche ma quadrate, più adatte alla difesa.

All’inizio furono poche e abbandonate all’iniziativa di privati o di singole comunità e solo per proteggere i luoghi dove era più facile lo sbarco.

Col tempo però si moltiplicarono, finché gli inizi del XVI secolo, sotto la crescente minaccia dei Turchi e dei “Barbareschi”, il viceré di Napoli don Pedro di Toledo, ne ordinò la costruzione su larga scala e secondo un programma ben definito, in modo che tutte le coste del vicereame spagnolo ne fossero munite. Queste nuove costruzioni vennero erette con criteri più moderni, in grado di assolvere anche alle funzioni di rifugio oltre che di avvistamento delle temibili imbarcazioni saracene.

Alla costruzione di queste nuovi torri contribuirono in larga parte i famosi architetti di Cava de’ Tirreni Marino Della monica e Camillo Casaburi. Ma l’ambizioso progetto, oltre che per le difficoltà nel reperire i fondi e per le inevitabili liti cittadine, si rivelò intempestivo per la sopraggiunta battaglia di Lepanto (1571) che privò la flotta turca delle sue temibili galee.

D’altronde questa lunga barriera fortificata a guardia delle nostre coste alla lunga si dimostrò inadeguata a fronteggiare le successive scorrerie dei pirati i quali, sempre più indipendenti dal potere centrale, continuarono ad insidiare le nostre coste.

In sintesi le torri assolvevano ai seguenti compiti: sorveglianza della costa, allarme e comunicazione, difesa attiva, rifugio.

La sorveglianza della costa, l’allarme e la comunicazione si attuavano realizzando le torri in modo che fra esse vi fosse un collegamento visivo continuo: infatti gli editti del Regno di Napoli prevedevano una torre ogni 4-5000 passi al massimo.

Con il fumo e i fuochi e mediante codici ben definiti, si trasmettevano messaggi e informazioni. Il sistema era rapido ed efficace e permetteva di allertare anche le fortezze e i centri dell’interno. La difesa attiva, con la quale, cioè, non ci si limitava a sostenere un assalto o un assedio ma si impediva l’avvicinarsi e lo sbarco lungo la costa si realizzò solo a partire dal XV secolo, quando cioè furono disponibili armi con gittata sufficiente a colpire una nave in prossimità della costa.

La storia delle torri costiere dopo il XVII secolo segue di par passo l’evoluzione della situazione politico-militare del Regno di Napoli.

Le azioni di pattugliamento, la diminuzione della forza militare musulmana e la messa a punto delle reti di difesa territoriale e costiera fecero sì che sul finire del ‘600 le incursioni piratesche diminuissero di numero e gravità e fossero più facilmente contrastate, anche perché condotte non più da vere e proprie flotte, ma da piccole bande isolate. In questo contesto le torri persero man mano la loro importanza strategica e vennero utilizzate per altri scopi.

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