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Auschwitz e le 4 giornate di Napoli, l’Anpi a Baronissi

Neonati lanciati in aria e presi a fucilate come in un bestiale tiro al piattello; ragazzine appena adolescenti selvaggiamente violentate in baracche adibite a bordello per la soldataglia; donne incinte picchiate senza pietà; pestaggi disumani per spezzare le ossa. E poi fatica, umiliazioni, prepotenza, botte. Tante botte. Pure per un nonnulla, per un numero non sentito bene o per un signorsi detto in ritardo. E fame. Una fame perenne. E’ questo l’inferno che si legge ancora negli occhi di Alberto Mieli, ebreo deportato ad Auschwitz quando aveva 17 anni. Ora che ne ha 92, rivive quella tragedia nei racconti che porta in giro con sé, in ogni posto dove lo chiamano a testimoniare ciò che è stato uno dei periodi più terribili della storia europea.

L’aula consiliare di Baronissi nell’incontro della mattina

Nell’aula consiliare di Baronissi, grazie all’Associazione nazionale partigiani d’Italia e all’amministrazione comunale con l’assessore Marco Picarone, si è vissuta una giornata dove le emozioni, i racconti, i messaggi “per non dimenticare” sono stati un elettrochoc per anime sopite e distratte.

Merito anche di Luigi Giannattasio, presidente Anpi Salerno: da anni la sua “missione” è quella di far conoscere gli orrori di una guerra e i valori dell’antifascismo. E allora il 4 aprile, anche questa volta, ha chiamato a raccolta protagonisti come Antonio Amoretti, partigiano delle quattro giornate di Napoli; Vincenzo Calò coordinatore Anpi dell’area sud; Michele Pirone segretario provinciale Flc Cgil e da sempre impegnato con i partigiani.

Baronissi tavolo relatori incontro della mattina

E poi intellettuali come Giuseppe D’Angelo, Guido D’Agostino; Antonello Sannino con il suo impegno nell’Arci Gay Napoli; Carlo Ghezzi e la fondazione Di Vittorio con la sua ricerca storica e sociale. In tutto ciò, un’aula consiliare piena (mattina e pomeriggio) di giovani studenti delle scuole superiori (Liceo Scientifico e Istituto Tecnico Tecnologico) che in religioso silenzio hanno ascoltato le parole di Alberto Mieli.

“Quando arrivò quel tragico 16 ottobre 1943 in cui le SS entrarono nel Ghetto di Roma mostrando tutta la loro crudeltà, avevo 17 anni – ricorda emozionato – Di quel giorno non potrò mai dimenticare la rabbia dei nazisti mentre caricavano gli ebrei sui camion. Sento ancora nelle orecchie le urla strazianti di mamme che venivano brutalmente strappate ai loro figli. Rivedo le lacrime composte di chi aveva paura“. Sul suo braccio sinistro è marchiato il numero 180060. Lo mostra ai ragazzi che non possono non commuoversi dinanzi ai suoi ricordi, che rivive ogni volta e sempre con la stessa intensità.

Alberto Mieli con alcuni ragazzi

Mi prese la Gestapo, mi frantumò le ossa dei piedi una a una chiedendomi chi mi avesse dato i tre francobolli della resistenza spagnola, che mi trovarono in un taschino e di cui io non conoscevo il significato. Dissi che li avevo trovati – me li diedero dei ragazzi della resistenza – e da questo momento sprofondai nell’incubo”. E da qui in poi il ragazzo Alberto entra fisicamente nel girone infernale della Shoah.Sarà l’unico della famiglia ad essere deportato ad Auschwitz: “E questo per non stare a sentire mia mamma che mi diceva di stare attento. Ragazzi, ascoltate i vostri genitori e abbiatene rispetto e cura!”.

Quando parla della mamma e del dolore che ha dovuto sopportare, Alberto che non dimostra né i suoi anni, né la sua fragilità grazie ai suoi squarci di allegria, i suoi occhi si riempiono di lacrime. E pensa alle donne che hanno sofferto più degli uomini. “Venivano umiliate, picchiate, violentate. In quelle baracche adibite a bordello, sentivi strilli, grida. Una violenza inaudita”. Per le SS Alberto Mieli era un deportato “ideoneo” al lavoro: era giovane e in salute. Ed è anche per questo che si è salvato.

Una foto ricordo con Mieli e Amoretti

Dopo il campo di sterminio di Auschwitz e il periodo di “quarantena”, lo trasferiscono a Sosnowitz: lavora alla ristrutturazione del campo e poi in una fabbrica di armi fino al 17 gennaio del 1945 quando viene trasferito insieme ad altri, a piedi, in direzione della Cecoslovacchia. Dagli storici viene chiamata la “marcia della morte” (quando i tedeschi cercarono di evacuare i campi, tentando di distruggere le prove della Shoah). Per Alberto la libertà arriverà solo il 5 maggio: “Ogni anno, in questo giorno, riunisco la famiglia e li porto a Montecarlo. Per festeggiare la “vita” e la libertà”. Libertà che invita a difendere. Nel suo libro “Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa” scritto con la nipote Ester, ricostruisce tanti di questi momenti: “Ho passato anni interi dove non c’era ora del giorno o della notte in cui la mia mente non andava a ripensare alla vita nei campi. E non c’è stato giorno che il mio cuore e la mia mente non abbiano ripensato a quei posti”.

E come in una storia parallela, un altro ragazzo si trova ad affrontare la stessa guerra, ma in modo diverso, da partigiano: “A 16 anni sparavo contro carri armati e cecchini fascisti per liberare Napoli dall’occupazione nazista – racconta Antonio Amoretti, classe 1927, il partigiano-ragazzino delle Quattro giornate di Napoli che ha combattuto dal 28 settembre al primo ottobre 1943 nei pressi della barricata del rione Sanità – Tutto quello che volevamo è scritto nella Costituzione e non è ancora stata attuata, ed ora cosa stiamo lasciando a voi giovani?”. Narrazioni diverse ma che portano allo stesso messaggio: tutte le guerre sono atti di terrorismo, difendete la libertà e abbiate il coraggio di ribellarvi.

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