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Amalfi pioniera, nel 1384 causa ambientalista alla cartiera

Amalfi, un'antica cartolina di Valle dei Mulini

Un atto del 1384 testimonia ad Amalfi l’attività di dodici opifici, di cui uno realizzato sei anni prima mediante la conversione di una gualchiera, che serviva per sodare i panni di lana e che aveva la medesima tecnologia.
E in quell’anno si verificò un primo esempio di causa ecologica. Carlo del Giudice, nobile amalfitano, denunciava suo cugino Carluccio del Giudice, proprietario di cartiera, perchè l’aqua lurda et fetida di scarico inquinava i suoi orti; il giudizio fu salomonico: Carluccio avrebbe scaricato nel fiume l’acqua della cartiera, facendola passare attraverso tubazioni sotterranee e favorendo il suo deflusso nel fiume. Il proprietario di una delle predette cartiere era il prete Loisio de Amatruda, progenitore di una stirpe di cartari tuttora operante in Amalfi.
Ma facciamo un passo indietro.

Amalfi, il museo della carta

La storia racconta di come la carta a mano abbia avuto due centri di ideazione delle tecniche produttive e di irradiazione geografica: la Cina e il mondo arabo mediterraneo. Pertanto, non sarebbero stati i cinesi a inventare la carta a mano né a trasmetterla agli arabi tramite la rete commerciale che aveva quale punto di riferimento Samarcanda. Al contrario, in Cina si sarebbe prodotta, mediante tecniche più rudimentali, una qualità di carta utilizzando materiali vegetali in età non meglio precisata. Queste tecniche sarebbero giunte in Giappone, dove a Mino, più di mille anni fa, sarebbe nata la produzione di sottili fogli ricavati dalla lavorazione della corteccia di vari alberi e piante, tramite l’impiego di un “mortaio ad acqua”.
La carta nel mondo arabo trova le sue origini tra la Siria e la Persia. I fogli prodotti erano di due specie: quelli sottili e quelli del tipo talhi. Questi ultimi derivavano il loro appellativo da Talha b. Tahir, governatore della regione persiana del Khorasan; egli fu uno dei primi proprietari di una cartiera nella prima parte del IX secolo. Gli opifici arabi funzionavano tramite l’energia idraulica e avevano già i congegni di lavorazione che sono giunti sino a noi, vale a dire ruote lignee, alberi di trasmissione, magli, vasche in pietra. Quindi gli stabilimenti produttivi si diffusero particolarmente in Siria. Così nell’XI secolo da Damasco grandi quantità di carta venivano esportate in Egitto via Tiro: allora 28 cammelli carichi di carta erano venduti all’elevato prezzo di 250 dinar (= 1000 tarì). Gli arabi di Spagna, politicamente collegati con i loro connazionali siriani, introdussero le tecniche di lavorazione nella penisola iberica almeno sin dal IX secolo. La carta prodotta in Spagna era la migliore in assoluto. Essa era confezionata mediante il cotone, molto diffuso in quella penisola. Così nacque la charta bambagina (da bambax, termine bizantino per indicare il cotone), particolarmente utile per la scrittura e, quindi, per realizzare libri.

La carta bambagina: questo tipo di carta venne largamente usata e prodotta in situ dagli amalfitani del Medioevo. Infatti essi frequentavano, almeno sin dal 942, i centri spagnoli di Cordova e Siviglia, che raggiungevano navigando il Guadalqivir; importavano ivi stoffe pregiate bizantine e pepe di Kairouan, acquistando pallii e cinture femminili d’argento

Un particolare della carta a mano di Amalfi

Fu proprio questo tipo di carta ad essere largamente usato e prodotto in situ dagli amalfitani del Medioevo. Infatti essi frequentavano, almeno sin dal 942, i centri spagnoli di Cordova e Siviglia, che raggiungevano navigando il Guadalqivir; importavano ivi stoffe pregiate bizantine e pepe di Kairouan, acquistando pallii e cinture femminili d’argento: non è da escludere che già allora essi cominciassero a trasportare in patria la charta bambagina, o quantomeno dal secolo successivo.

Un testamento del 1268 redatto ad Amalfi e dettato dal mercante amalfitano Margarito Marcagella, che operava specialmente in Sicilia, prova indirettamente la produzione della charta bambagina nella città marinara: infatti in esso si legge che in un locale il mercante teneva conservate insieme alcune quantità di cotone e di risme di carta, quindi la materia prima e il prodotto finito. Dal resto si rileva, inoltre, che, come nel predetto caso siriano, la carta costava molto. Ma circa vent’anni dopo il prezzo nel contesto amalfitano era calato del 90%; pertanto, si può arguire che, se nel 1268 operava una sola cartiera in zona, nel 1289 ne erano attive circa dieci.

Un atto del 1384 testimonia la contemporanea attività di ben dodici opifici, di cui uno realizzato sei anni prima mediante la conversione di una gualchiera, che serviva per sodare i panni di lana e che aveva la medesima tecnologia.
E fu proprio in quell’anno che si verificò un primo esempio di causa ecologica. Carlo del Giudice, nobile amalfitano, denunciava suo cugino Carluccio del Giudice, proprietario di cartiera, perchè l’aqua lurda et fetida di scarico inquinava i suoi orti; il giudizio fu salomonico: Carluccio avrebbe scaricato nel fiume l’acqua della cartiera, facendola passare attraverso tubazioni sotterranee e favorendo il suo deflusso nel fiume. Il proprietario di una delle predette cartiere era il prete Loisio de Amatruda, progenitore di una stirpe di cartari tuttora operante in Amalfi.

Gonsalvo Carelli, Le cartiere della Valle dei Mulini ad Amalfi

Il Centro di Cultura e Storia Amalfitana possiede un foglio di carta a mano vergato nel 1289 in caratteri originali e in lingua latina volgare e redatto a Barletta: proviene da una raccolta cartacea dello storiografo erudito amalfitano Matteo Camera (1807+1891). L’attore è il mercante scalese Sergio de Bonito, il quale, alla presenza del giudice regio Tancredi de domino Sansone e del pubblico notaio Giovanni de Cantore, dichiara di aver ricevuto dai nobili sire Angelo de Pando di Trani e sire Giacomo Bove di Bitonto (il primo originario di Scala, il secondo di Ravello), secreti, maestri portolani e procuratori di Puglia, nonché maestri portolani d’Abruzzo, la somma che egli aveva anticipato come mutuo per il riscatto dei figli del nobile Guglielmo Sclavello, consigliere e familiare del conte Roberto, baiulo del regno di Sicilia, catturati dagli aragonesi. Un documento dello stesso anno, redatto a Ravello, riporta l’ordine di acquisto di charta bambagina da parte del regio capitano del ducato di Amalfi riferito al mercante ravellese Nicola Favario. Considerato che nel coevo atto di Barletta sono menzionati tre personaggi scalesi e ravellesi operanti in Puglia, allora è possibile ipotizzare la realizzazione del foglio in oggetto in una cartiera collocata lungo il fiume che scorre tra i territori di Ravello e di Scala (Dragone).
Il foglio di proprietà del Centro di Cultura e Storia Amalfitana è stato messo a confronto con la celebre lettera della contessa Adelaisa di Sicilia (madre di Ruggero II) del 1109, ora conservata presso l’Archivio di Stato di Palermo, scritta su carta fabbricata con cellulosa di lino di sicura fattura araba. I due fogli presentano colorazione molto simile e quasi identico spessore (grammatura).

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