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Addio a Tobia, l’intrepido pescatore di Amalfi erede di Pulicano

Sulla sua barca per anni lo accampagnarono il padre Arturo e il fratello Salvatore, in una società familiare di pesca che praticava, secondo il medievale uso amalfitano, la regola del “tierzo” o della “terza parte”, una ripartizione degli utili scritta nella Tabula de Amalpha.

Un repentino cambio di venti, caratteristico della stagione equinoziale della primavera, fa cambiare il tempo atmosferico, provocando un’inattesa invasione di grigie nubi avanzanti da meridione, pronte a coprire l’azzurro Amalfi del cielo. Una rapida rotazione sul quadrante occidentale, con un soffio di maestrale, riporta azzurro il sereno. Pochi sono in grado di prevedere questi cambiamenti metereologici: tra questi Antonio Moretti, al secolo Tobia.
E’ stato un valido e intrepido pescatore: ricordo che una volta rimase per ore col suo gozzo in mare aperto, mentre le onde lo alzavano con le creste e lo abbassavano con le gole, fino a quando non giunsero i soccorsi per riportarlo sulla spiaggia. Egli è stato l’erede naturale di Pulicano, il satiro scolpito, in rappresentanza della terra nella raffigurazione statuaria dei quattro classici stati della materia, sul complesso scultoreo della fontana settecentesca di S. Andrea o del Popolo.
E come Pulicano era abituato a camminare scalzo, con le palme dei piedi diventate di cuoio; il pollice del piede sinistro teneva tesa la rete dal colore acqua marina, mentre le sue mani con le crocelle bronzee rattoppavano i buchi “all’ogna ‘o mare”, per renderla pronta alla nuova pesca miracolosa.

Antonio Moretti, detto Tobia

Si alzava “con lo stellone”, il pianeta Venere nella fase mattutina, per recarsi al largo a ritirare le reti sistemate la sera precedente prima dell’imbrunire, quando rientrava sereno “all’uorgio”, cioè al tintinnio della campana della cattedrale che segnava il crepuscolo. S’inoltrava in piena notte nel buio del mare amalfitano guidato dalla “Pullecenara” (l’ammasso delle Plaiadi) nell’agosto pregno di totani. Si orientava nella navigazione rigorosamente a remi grazie “’o Travierzo” (la cintura di Orione) e l’altro Stellone (la stella Sirio). Sulla sua barca per anni lo accampagnarono il padre Arturo e il fratello Salvatore, in una società familiare di pesca che praticava, secondo il medievale uso amalfitano, la regola del “tierzo” o della “terza parte”, una ripartizione degli utili scritta nella Tabula de Amalpha.
La sua famiglia era matriarcale: il pescato era venduto, negli angoli della Piazza Duomo, dalla madre Cecilia, al secolo Sigilla, collaborata dalla figlia Pupetta. Sigilla era la degna erede delle medievali donne imprenditrici amalfitane; una donna severa, orgogliosa, battagliera, dignitosa.
Non era ancora sposato, quando Tobia fu convocato per l’equipaggio della Regata Storica tra le quattro Repubbliche Marinare. Remava con altri giovani pescatori e barcaioli, quelli che portavano i turisti alla Grotta dello Smeraldo.
Nella regata sperimentale di Genova nel 1955 remò sul gozzo “quattro con”; la barca amalfitana giunse seconda, grazie alla forza e al cuore del seguente equipaggio: Bonaventura Amendola (timoniere), Mario Cretella, Alfonso Gambardella, Raffaele Consiglio, Antonio Moretti (Tobia). Ancora secondi giunsero con il galeone dal cavallo alato nella storica gara effettuata sul Ticino in occasione del centenario dell’Unità d’Italia nel 1961; l’equipaggio era un “otto con”: Bonaventura Amendola, Mario Cretella, Alfonso Ganbardella, Luigi Consiglio, Antonio Moretti, Franco Moretti, Antonio Gambardella, Andrea Esposito, Umberto Buonocore, Ferdinando D’Alessandro, Vincenzo Vuolo, Luca Fusco (titolari e riserve).
Quante battaglie agonistiche hai combattuto, caro Tobia, con la fierezza del figlio del mare di Amalfi, creando vortici spumosi col tuo remo rapido nel ritmo cadenzato, fluido nelle acque calme del porto di Genova, scivoloso nella corrente dell’Arno pisano, incurvato nei canali della Laguna, potente tra i flutti amalfitani. Quante volte sei stato appassionato attore, con la forza e col cuore, nelle simpatiche baruffe coi veneziani, coraggioso nel confronto con i campioni Vianello, Fongher, Tagliapietra.
Nei lontani anni ’60 partivamo con determinazione in testa, ma ai mille metri puntualmente l’armo della Serenissima ci sorpassava.
Nel corso della trasmissione televisiva dell’edizione della regata del 1993, magistralmente condotta dall’indimenticabile Puccio Corona, Tagliapietra detto “Ciacci” mi confidò: “L’equipaggio amalfitano era costituito da figli del popolo dotati di una forza straordinaria; se li avesse guidati un abile tecnico, ci avrebbero battuto sicuramente. Salutami caramente Tobia“.
Addio, caro Tobia! Sono certo che ora sei seduto alla tua lacca (banco di voga) e insieme ai Tuoi compagnoni che Ti hanno preceduto nel regno dell’Apostolo Andrea stai compiendo il Tuo dovere, solcando l’azzurro infinito dei Cieli.

La Fontana di Sant’Andrea ad Amalfi: sui due lati si trovano, a sinistra, una colomba, e a destra un proteo marino, familiarmente conosciuto come “Pulicano”. I lineamenti del suo volto sarebbero derivati da quelli di un pescatore amalfitano così soprannominato. 

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